Considerando a questo punto il "reato" di "razzismo e xenofobia", propugnato dal Consiglio dell'Unione Europea, correlato su scala italiana alle citate leggi Mancino e Turco-Napolitano [Nota dell'autore: Il discorso, ovviamente, mutatis mutandis, vale anche per gli altri Stati dell'Europa occidentale dove, come si è detto, sotto altri nomi, vigono analoghe normative] e su scala mondiale e "Onusiana" alla del pari citata convenzione di New York del 7 marzo 1966, ci pare importante soffermarci sulla sua "ratio", vale a dire sugli obiettivi che esso si prefigge.
Non parliamo qui della vera, inconfessabile ratio - la schiavizzazione universale - di cui ci siamo ampiamente occupati, ma di quella apparente, che serve a coonestare di fronte all'opinione pubblica e persino ai parlamentari e ai giuristi dei vari Paesi la nuova, inaudita legislazione che rade al suolo tutte le procedure e stravolge dalle fondamenta il concetto stesso di diritto e con esso le nozioni di giusto e di ingiusto. Tale ratio risulta chiaramente dal citato articolo 3, 1° comma, lettera a) della "Proposta di decisione quadro sulla lotta contro il Razzismo e la Xenofobia": proibendo per legge e sotto pene severe ogni "avversione" fra gli esseri umani determinata da qualsiasi motivo, razziale, etnico, nazionale e soprattutto fondata su motivi religiosi o comunque sulla diversità dei "convincimenti", si stabilirà ovunque - promette il legislatore europeo - il regno della fratellanza universale, dell'amore e della pace. In tal modo l'Europa prima e il mondo poi, unificati al di là e al di sopra di ogni contrasto possibile e immaginabile, distrutte le linee di confine segnate dalle stirpi, dalle lingue, dalle tradizioni e dalle religioni, diventerà un vero e proprio paradiso terrestre: un paradiso garantito dal mandato di arresto internazionale e da una congrua rete di campi di concentramento, di carceri, di furgoni, aerei e piroscafi cellulari che toglieranno di mezzo i "cattivi" pervicacemente legati alle "discriminazioni" e alle "distinzioni". È in questo ordine di idee che nella premessa alla sua proposta sul mandato d'arresto il Consiglio dell'Unione Europea afferma che tale istituto ha per scopo quello di fare della Ue «uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia» (pag. 3).
A tale riguardo - e qui torniamo alla ratio occulta - abbiamo appena ricordato come proprio la discriminazione o distinzione tra vero e falso, bene e male, giusto e ingiusto, diritto e delitto, dovere e colpa, lecito e peccaminoso, discriminazione che deve cominciare dal proprio interno dando luogo a dolorosi ma salutari conflitti spirituali, costituisca la premessa indispensabile di ogni progresso individuale, sociale, conoscitivo e scientifico dell'uomo, indissolubilmente collegata alla sua natura di essere razionale. Vietare all'uomo la distinzione significa - nell'attuale clima di confusione è opportuno ripeterlo benché si tratti di un'osservazione ovvia - vietargli di essere uomo. Il punto, però, che qui ci preme individuare, nel contesto del citato articolo 3, comma 1°, lettera a) della proposta in materia di "lotta contro il razzismo e la xenofobia", è dove consista l'inghippo che, con capovolgimento veramente diabolico, consente al legislatore europeo di presentare come ricetta di pace, libertà e giustizia un marchingegno pseudogiuridico che invece, considerato in prospettiva "Onusiana", e quindi non solo europea, ma mondiale, è strumento di guerra illimitata all'umanità in quanto tale, di schiavizzazione universale e di ingiustizia eretta a sistema. Per meglio comprendere riprendiamo in mano, riducendola alla sua parte essenziale, la definizione di "razzismo e xenofobia" contenuta nel detto articolo: «Si intende per "razzismo e xenofobia" il convincimento che... i convincimenti.. siano fattori determinanti per nutrire avversione nei confronti di singoli individui o di gruppi».
Il trucco non solo c'è ma, a dirla chiara, è estremamente grossolano. Si prendono infatti le mosse da una premessa implicita, ma chiarissima, che è essa stessa, a sua volta, un "convincimento": quello, cioè, secondo cui tutti gli altri "convincimenti" avrebbero gli stessi "diritti" e lo stesso valore, onde nessuno di essi, tramite i suoi fautori potrebbe "avversare" quelli contrastanti e quindi contrapposti proponendosi come più giusto, e, come tale, più vero. Vengono così banditi come delittuosi nel nome del "convincimento" più intollerante che si possa immaginare, tutti gli altri convincimenti, e con essi la polemica e la critica. In pari tempo viene cancellata, pure come delittuosa, la distinzione-discriminazione fra giusto e ingiusto, bene e male, vero e falso.
È il relativismo integrale e totalitario eretto a filosofia obbligatoria di stato e a sistema di governo. Non è chi non veda, ove ben ci rifletta, come questo "convincimento" sia estremamente comodo e vantaggioso per chi detiene il potere perché criminalizza ogni critica che potesse essergli rivolta, ogni polemica sulla giustizia o ingiustizia del suo operare. A questo riguardo è importante sottolineare che, rispetto a tutti gli altri "convincimenti" religiosi o ideologici che pur pretendono di imporsi come esclusivi e respingono il principio democratico e maggioritario, esso presenta per i detentori del potere un impagabile vantaggio. Infatti chi è preposto a un sistema che afferma essere oggettivamente giusto e vero, e quindi sottratto ai gusti mutevoli delle maggioranze, sia pur esso l'islamismo integrale nella forma instaurata in Afghanistan dai talebani, resta sempre obbligato e vincolato da una ortodossia religiosa o comunque ideale da cui non può scostarsi sotto pena di venir delegittimato e abbattuto come deviante e traditore. All'interno del sistema, insomma, permane una legittimità di critica e di giudizio su parametri sicuri e ben definiti. Per il Consiglio dell'Unione Europea, invece, questo grave inconveniente non esiste. Infatti, dal momento che ogni programma, e quindi ogni politica, non può essere denunciata come ingiusta e pertanto criticata e "avversata" sotto pena di incorrere nei rigori previsti dalla legge sul mandato d'arresto europeo nell'ambito dello "spazio di libertà, sicurezza e giustizia" da esso garantito, qualunque scelta del potere eurocratico sarà inconfutabile e qualunque convincimento, e quindi principio religioso, morale e filosofico, bandito. Nell'Unione Europea il pensiero in quanto tale è già delitto.
Osserviamo, a conclusione di questo capitolo, che un sistema che, tutto relativizzando, nega in linea generale e di principio il concetto di verità, e con esso, necessariamente, anche quello di giustizia da esso inscindibile, - perché giusto è ciò che è conforme a giusti, e quindi veri principî - non può essere che un sistema fondato sulla menzogna e sulla ingiustizia. Inoltre la negazione del fondamentale principio logico di non contraddizione - che discrimina tra vero e falso ed è quindi la base imprescindibile di ogni ragionamento - significa negazione della ragione.
Un monito: attenzione a non ritenere paradossali questi ragionamenti. Paradossale è il principio, rectius, l'anti-principio che anima i deliri del legislatore europeo: le conseguenze che paiono (e che sono) follia, rappresentano solo il logico sviluppo di questo pensiero. In fondo anche chi visse il comunismo ed il nazionalsocialismo spesso non capì ciò che stava avvenendo: vivendo la storia dall'interno il diffuso difetto di miopia che inevitabilmente affligge un po' tutti (è necessario e doveroso uno sforzo per guardare le cose con un certo distacco) impedisce di vedere dove portano certi principî. In questi casi chi scivola lo fa lentamente, senza accorgersene, trascinato dalla marea.




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