Fervono le manovre in casa Forza Italia. Per il congresso del 27 maggio, che designerà il successore di Berlusconi, Dell'Utri sta sgomitando e piazzando tutti i suoi uomini ai vertici.
23-11-2003
IL NUOVO VOLTO DELLA GESTIONE BONDI-CICCHITTO DAL VERTICE SPARISCONO I FEDELI DI SCAJOLA
i nordisti si prendono Forza italìa Rivoluzione azzurra. Nei posti chiave arriva un drappello di giovani: milanesi e "dellutriani"
di MARIO PRIONANO
ROMA - Corre sull'asse MilanoPalermo, la nuova Forza Italia targata Bondi & Cicchitto. Milano, come la provenienza della totalità dei componenti della nuova segreteria politica del partito. Palermo, come la città d'origine di colui che per tutti è il vero artefice del dopo-Scajola in via dell'Umiltà, il teorico del partito "aperto", nemico durato dei "blockers", così li chiama, che secondo lui finora hanno impedito la crescita di chi meritava di crescere dentro Forza Italia. Finché Marcello Dell'Utri se ne stava in un angolino ad occuparsi a tempo pieno dei suoi libri, i "blockers" e i loro amici hanno potuto fare quello che hanno voluto. Ora che il senatore è uscito allo scoperto (per modo di dire, vista la sua quasi totale avversione ad ogni forma di pubblicità), al quinto piano del palazzone sede di Forza Italia le cose sono cambiate radicalmente. In silenzio, sotto traccia, ma radicalmente. Come è nel più tipico stìle dellutriano. Il cuore del partito batte lì.. Ed è lì che gli uomini più vicini al senatore ed eurodeputato "azzurro" sono stati chiamati ad operare. «Li ha prestati a Bondì, che li ha accettati volentieri», malignano dentro Forza Italia pur sapendo che, in realtà, si tratta di vecchie conoscenze anche per il coordinatore. In cima alla lista c'è il capo della segreteria Riccardo Pugnalin, nato e cresciuto all'ombra di Dell'Utri, dal quale ha ereditato la passione per la riservatezza e il piglio del talent scout in grado di trovare sempre l'uomo giusto per il posto giusto. Il ruolo dì Pugnalin sarà molto politico e poco organizzativo; consiglierà Bondi sulle nomine della futura classe dirigente, lo assisterà nelle scelte da operare sul territorio (che lui conosce bene avendolo girato in lungo e in largo per seguire i circoli dellutriani) ma anche nelle strategie politiche di più largo respiro. L'altro incarico di spicco è quello riservato a Manfredi Palmeri, ventinovenne consigliere comunale milanese, dellutriano pure lui, pure lui calato dal profondo nord in quel della Capitale per fare da puntello politico alle idee e allo spirito d'iniziativa del vertice del partito. Completano la cerchia Paolo Zanotto, Max Bruschi e Beppe Villa. Zanotto, uomo di fiducia di Pugnalin, è lì in quanto esperto ìn marketing polìtìco e grande appassionato del l'America, dove pare abbia ottime entrature tra i repubblicani. Max Bruschi, intellettuale, ghost writer, mezzo filosofo, cresciuto forzitalianamente alla corte di Arcore, in via dell'Umiltà sarà la mente teorica del gruppo, mentre a Beppe villa toccherà il compito che ha sempre ricoperto negli ultimi anni, di assistente personale e fidatissimo di Bondi. Tra le caselle che risultano ancora scoperte c'è quella di portavoce. Raccontano che Bondi si diverte troppo agiocare al gatto col topo inseguendo e facendosi rincorrere dalle dichiarazìonì di D'Alema o Fassino. Fin quando glielo consentiranno i suoi impegni di coordinatore, il giochino andrà avanti senza intoppi. Poi, forse, arriverà il turno di Lucio Malan, attuale responsabile propaganda del partito. Scendendo dal quinto piano fino al primo di via dell’Umiltà, si passa negli uffici un tempo dominio assoluto degli "azzurri" di rito scajoliano. Oggi li ritrovi divisi col bilancino tra socialisti, cattolici (uno dei pallini di Bondi pare sia quello di intavolare buone relazioni col Vaticano) e qualche scajoliano scampato allo spoil system. Cosi, alla testa dei vari dìpartimenti di Forza Italia, trovi alcuní ex Dc come Angelo Sanza, Gianstefano Frigerio e Roberto Rosso accanto ad ex socialisti di razza come Carlo Vizzini e Francesco Forte. A Maurizío Lupi, cattolico e ciellino, è affidata la delicata responsabilità dei rapporti col territorio. Tra i fedeli di Scajola, Andrea Orsini, che príma lavorava all'uflîcío elettorale, è passato ai beni culturali e ambientali, mentre Gregorio Fontana seguiva prima e continua a seguire ora ìl settore adesioni. Il più dellutriano tra i capi dipartimento si chiama Domenico Menorello, assessore comunale a Padova, in corsa per la vicepresidenza dei circoli che proprio in questo week end si sono dati appuntamento a Taranto per il loro primo Forum nazionale. Chi si trova a passare nel "tacco d'Italia", in queste ore potrà sperimentare fin dove arriva la capacità di mobilitazione che possiede quell'uomo così poco incline alla pubbliche relazioni che sembra essere, ma non è, Marcello Dell'Utri. Sta di fatto che oltre al migliaio di rappresentanti dei vari circoli culturali che oggi dovranno eleggere il vertice della loro associazione, quello che impressione è il numero di deputati e senatori che stanno piovendo laggiù. A parte Bondi e Cicchitto, a Taranto c'è tra gli altri Maurizio Sacconi, che descrivono ormai stretto nei panni del sottosegretario "tecnico" e interessatissimo ad esplorare !e possibilità che può offrire la nuova Forza Italia per un socialista doc come lui. Poi ci saranno tutti i coordinatori regionali vicini a Dell'Utri. Che già sono tanti, ma ultimamente hanno ingrossato le loro fila grazie a Denis Verdini, legatìssìmo al senatore palermitano e aì suoi circoli, da poche settimane promosso coordinatore della Toscana al posto dello scajoliano Roberto Tortoli. Nessun altro cambiamento è in vista a livello di responsabili regionali del partito, ma a gennaio iniziano i congressi locali, premessa per arrivare il 27 maggio al secondo congresso nazionale della storia di Forza Italia. Lì si disegnerà il futuro della creatura di Berlusconi. E forse si capirà una volta per tutte anche chi è destinato a reggerne le sorti dopo che il suo fondatore avrà mollato.
ecco uno dei nuovi volti di Forza Italia: Gianstefano Frigerio, scajolano
Arrestato per corruzione Frigerio l'ex dc eletto con Forza Italia
Cumulo di condanne, non serve l'autorizzazione parlamentare
MARCO MENSURATI
dal Repubblica - 1 giugno 2001
MILANO - Nove anni fa, grazie ad un occhio malconcio, era uscito da San Vittore nonostante il parere contrario del pm Antonio Di Pietro. E lo stesso disturbo oftalmico riaggravatosi proprio pochi giorni fa permette oggi a Gianstefano Frigerio di evitare il ritorno in cella. Così resta piantonato dai carabinieri in una stanza dell'ospedale San Raffaele. Ma le buone notizie finiscono qui. Perché da ieri questo sessantenne ex professore di lettere indossa una metaforica quanto scomoda maglia: è lui il primo deputato del nuovo Parlamento a venire arrestato, a sole 24 ore dall'apertura della Camera. Deve scontare sei anni e mezzo di carcere: corruzione, concussione, ricettazione, violazione alla legge sul finanziamento dei partiti. E non è tutto: Frigerio potrebbe essere anche il deputato più effimero della legislatura, visto che per lui scatta anche l'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. La sua proclamazione a deputato è destinata a venire annullata per ineleggibilità. E FI perderà così un seggio.
A far ripiombare Frigerio nel gorgo di Mani Pulite è il carico dei reati accumulati negli anni in cui regnava sulla Dc milanese, quando era il più autorevole proconsole in Lombardia di Arnaldo Forlani. L'ordine di arresto viene firmato lunedì mattina dalla Procura generale di Milano, l'ufficio diretto da Francesco Saverio Borrelli: trattandosi di condanna ormai definitiva, può essere eseguita senza alcuna autorizzazione da parte del Parlamento. In serata, un comunicato di Forza Italia sembra scaricare precipitosamente l'arrestato: «Alla commissione elettorale di Forza Italia risultava una situazione processuale dell'on. Gianstefano Frigerio completamente diversa. I fatti non hanno nessuna attinenza con Forza Italia e si riferiscono ad un periodo antecedente di alcuni anni alla nascita del movimento. Gli organi di Forza Italia assumeranno nei prossimi giorni le dovute e conseguenti determinazioni».
In realtà, che su Frigerio si stessero addensando nuvole nere lo si sapeva già dai giorni della campagna elettorale. Il suo vecchio accusatore, Antonio Di Pietro, in più di un comizio aveva tuonato contro la decisione di candidarlo a dispetto della fedina penale, anche se in un collegio fuori mano, quello proporzionale di Bari, e sotto lo pseudonimo di «Carlo» Frigerio. Nonostante non avesse messo piede in Puglia, l'alluvione di voti su Forza Italia lo aveva premiato.
Ma nelle stesse ore in cui il conteggio delle schede in Puglia sanciva il suo ingresso a Montecitorio, mille chilometri più a nord, si completava il conteggio che avrebbe sancito il suo ingresso a San Vittore. Nell'alchimia dei cumuli di pena, dei condoni, delle prescrizioni, molti imputati di Tangentopoli se la sono cavata senza dover ritornare in carcere. Invece per lui non c'è stato niente da fare. Troppo ingombrante il peso della sua principale condanna, quella per le tangenti inghiottite nel 1989 dalla Dc e dal Psi lombardo in cambio del «piano discariche» della Regione: quattro anni e mezzo di carcere, confermati in appello e ridotti di poco in Cassazione. Poi erano arrivate altre condanne. Come segretario regionale Dc, Frigero aveva ricevuto miliardi di bustarelle utilizzandoli per mantenere in vita l'apparato, e garantendo in cambio trattamenti di riguardo per le aziende che lo finanziavano: tra cui la Edilnord di Paolo Berlusconi.






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