Chi si batte per la democrazia nel mondo islamico. E chi no
Da un editoriale del Jerusalem Post
26 novembre 2003
Sa'ad Al-din Ibrahim e' un sociologo egiziano che e' stato condannato a sei anni di lavori forzati per aver denunciato la "democrazia" di Hosni Mubarak come una truffa.
Shirin Ebadi e' una donna iraniana, premio Nobel della Pace 2003, che ha dedicato la propria carriera alla difesa dei dissidenti e degli attivisti per i diritti umani.
Mamoun Al-Homsi e' un ex parlamentare siriano che e' stato imprigionato da Bashar Assad per aver chiesto maggiori liberta' politiche nel suo paese.
Per fortuna nessuno di questi tre difensori della democrazia si trova oggi in carcere. Il settantenne Ibrahim e' stato rilasciato dopo intense pressioni diplomatiche americane. La celebrita' conseguita dalla Ebadi con il Nobel le garantisce una certa protezione dal regime. La sentenza a cinque anni di carcere a carico di Homsi e' stata ridotta, magro conforto per un uomo che giace morente in un letto d'ospedale con il cuore e i reni malati.
Tutto sommato Ibrahim, Ebadi e Homsi sono figure relativamente note, cioe' persone la cui fama e i cui amici all'estero hanno salvato da un destino peggiore. Ma quanti loro compagni sono altrettanto fortunati?
Stiamo ai fatti. Oggi nelle prigioni dei paesi islamici sono incarcerati due terzi dei detenuti politici di tutto il mondo. Ogni anno l'80% delle esecuzioni capitali di tutto il mondo viene eseguito nei paesi islamici .
Quasi tutte le dittature militari del mondo, salvo poche, si trovano oggi nei paesi islamici. Da nessun altra parte, eccetto in Nord Corea e forse in Birmania, si registra un tale grado di repressione, una propaganda di stato cosi' sfacciata, cosi' tanta paura, un odio cosi' violento verso il mondo democratico.
Eppure questo quadro viene normalmente ignorato. Di certo, i manifestanti che hanno protestato per le strade di Londra la scorsa settimana gridando invettive all'indirizzo del presidente degli Stati Uniti George W. Bush non hanno levato nemmeno un cartello o uno striscione a sostegno della lotta dei musulmani per la liberta' politica.
Anzi, uno dei leader della protesta, l'impudente ex parlamentare laburista George Galloway, e' noto per aver goduto della generosita' di Saddam Hussein.
E' difficile trovare una recente manifestazione, una petizione pubblica, una lettera-appello a favore degli autentici difensori della democrazia nel mondo arabo. Dove sono le ONG che si dedichino esclusivamente a questa causa? Dove i comitati di esperti che siano dediti a promuovere i valori democratici in quella regione? Dove sono le campagne per la liberazione di questo o di quello? Su due piedi, non ce ne viene in mente nessuno.
In verita' oggi l'unico importante statista che sostiene concretamente la democratizzazione in Medio Oriente sembra essere Bush. Prima di lui, l'argomento stesso era considerato una causa persa, persino un po' da stupidi. Ora Bush ha delineato "una strategia per la promuovere la liberta'", che ponga "una sfida coerente ai nemici delle riforme" e si aspetta "uno standard piu' elevato dai nostri amici nella regione". Non sappiamo se le voci piu' alla moda della stampa britannica ed europea tratteranno queste parole come l'ennesimo esempio della solita mentalita' semplicistica/disonesta/ipocrita del presidente americano. Probabilmente si'. Ma, ammesso e non concesso che quella di Bush sia vuota retorica, cosa impedisce alle folle che si battono per i diritti umani di fare qualcosa al suo posto?
Gli slogan dei manifestanti non sarebbero cosi' nauseanti se si avesse l'impressione che la loro opposizione alla politica degli Stati Uniti si accompagna a un'autentica preoccupazione per i diritti umani dei musulmani che vivono nei paesi musulmani.
E quello che vale per la Gran Bretagna e l'Europa vale anche per Israele. Anche qui, la causa dei diritti umani e' stata accantonata. Tra i leader del paese, l'unico che continua a battersi per la democrazia fra i palestinesi sembra essere (l'ex dissidente sovietico) Natan Sharansky. Gli altri danno semplicemente per scontato che sia fatica sprecata. Peccato, perche' il fallimento del processo di pace si deve soprattutto al fallimento del processo di democratizzazione. Finche' quest'ultimo non decolla, non possiamo aspettarci grandi cose neanche dall'altro.
(Jerusalem Post, 20.11.03)
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