Feltri calunniò il Pds, il Tribunale lo condanna
Vittorio Locatelli
ROMA Mischiare informazione e propaganda costa caro, anche a distanza di anni, a Vittorio Feltri. Aver consentito che un suo giornalista, Francobaldo Chiocci, scrivesse su il Giornale che l'allora segretario amministrativo del Pds, Renato Pollini, era un camorrista, è costato a Feltri, a Chiocci e a il Giornale di Paolo Berlusconi, una condanna del Tribunale civile di Monza ad un risarcimento di 65mila euro, più 20mila a carico del solo Chiocci. Certo non sono le cifre miliardarie che Berlusconi (Silvio e Paolo), Previti ed altri, chiedono in via intimidatoria a numerosi giornalisti "colpevoli" di aver scritto semplicemente quanto contenuto in atti ufficiali e pubblici delle numerose inchieste della magistratura. Ma c'è una bella differenza tra il chiedere i danni a chi scrive il falso e chiedere cifre iperboliche a chi osa scrivere la verità.
Ricordiamo cosa era stato scritto su il Giornale della gestione Feltri (quello costretto a fare due pagine di "scuse" ad Antonio Di Pietro per ottenere il ritiro di una serie di querele che, diventando sicuramente condanne, avrebbero fatto rischiare la galera ad alcuni giornalisti "pronti a tutto" pur di accondiscendere il loro direttore) su Renato Pollini. Il 10 ottobre del 1996 era un articolo, a firma di Chiocci, intitolato «Sotto la Quercia tremila miliardi» in cui si intervistava Luciano Peruzzi, definito «ex
manager altamente introdotto nel mondo finanziario ». Nell'articolo si affermava che Pollini era socio di Peruzzi in una società «collegata alle Cooperative rosse» e che aveva «portato la camorra in casa» allo stesso Peruzzi. Tutte balle, come dimostrato dalla realtà dei fatti, ma va ricordato che nel 1996 il fratello del proprietario de il Giornale (Silvio Berlusconi) e lo stesso editore Paolo Berlusconi erano coinvolti in più di una inchiesta dei magistrati milanesi.
E così Feltri, che fino a pochi anni prima cavalcava "Mani Pulite" da direttore de l'Indipendente, doveva rendersi utile al nuovo padrone che lo pagava lautamente e quindi, con grande "coerenza", da una parte inventare notizie "tangentiste" o peggio nei confronti degli avversari politici di Berlusconi, e dall'altra tentare in ogni modo di screditare i magistrati milanesi.
Il 9 ottobre di quest'anno il giudice Alberto Roda ha emesso il verdetto, decidendo che la sentenza di condanna venga pubblicata sul Giornale nella stessa pagina, la 2, in cui si trovava l'articolo diffamatorio. I condannati dovranno anche pagare le spese processuali (oltre 12mila euro). Nella sentenza il giudice spiega che «nel testo dell'articolo, il nome di Renato Pollini viene accostato... alla camorra» in un modo che travalica «i limiti della verità oggettiva della notizia, la quale, si deve sottolineare, in alcun modo è stata comprovata in esito all'istruttoria, né con riferimento all'infamante accusa di collusione con la camorra, né in riferimento alla circostanza-base di essere socio della fantomatica Saf-Factor (la società di Peruzzi ndr)». Per il giudice non ci sono neppure vaghi indizi di una vicinanza di Pollini alla camorra e valuta le dichiarazioni di Peruzzi, riportate ed enfatizzate da il Giornale, «alla stregua dell'attribuzione di un gratuito quanto infamante epiteto, quale quello, appunto di camorrista».
Naturalmente questa condanna non fermerà il Giornale berlusconiano. Le sue campagne contro l'opposizione continueranno come sempre, nello stile di quella su Telekom Serbia.
Così vuole re Silvio.
Oltre ai programmi; sarebbe sufficiente
informare la gente su queste "cose", durante le campagne elettorali.
Cartelloni 3x6 che riproducono le pagine di giornale (ormai innumerevoli) nelle quali sono stati condannati a pubblicare le loro scuse!!!




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