«Portarli all’estero costa troppo, conviene il deposito nazionale.In Italia rifiuti radioattivi sparsi ovunque»
Il generale Jean accusa: così le scorie sono prive di sicurezza, bisogna concentrare i materiali nucleari
«L’Italia è diventata una pattumiera nucleare, con partite di scorie sparse dappertutto e, lo dico senza accenti allarmistici, esposte di fatto ad azioni di malintenzionati. Non si vuole il deposito geologico profondo di Scanzano? Bene. Ma si faccia qualcosa, qualunque altra cosa, pur di concentrare i materiali radioattivi in una condizione che offra le necessarie garanzie di sicurezza». Placata la bufera della rivolta della Basilicata contro il progetto del deposito di Scanzano, Carlo Jean, generale in pensione, presidente della Sogin e commissario delegato del governo per la «messa in sicurezza dei materiali nucleari», finalmente parla. E si toglie anche qualche sassolino dalle scarpe.
Allora, queste scorie nucleari le mandiamo all’estero e non se ne parli più?
«Alla Sogin, nei mesi scorsi, abbiamo esplorato anche questa possibilità. Sembrava che la Federazione Russa, nell’ambito di un programma di partnership, fosse disposta a rilevare i nostri rifiuti di più alta attività. Poi, nel mese di luglio scorso, la Duma ha approvato una nuova disposizione che vieta l’import di materiale nucleare, fatta eccezione per il combustibile nucleare irraggiato da sottoporre a processi di ritrattamento, e con obbligo di restituzione delle scorie ad alta attività residue al Paese di provenienza. Quindi la possibilità di piazzare, in questo modo, la partita di rifiuti più pericolosa è svanita».
I russi ora ci potrebbero fare solo un servizio simile a quello che ci fanno gli inglesi?
«Sì, un servizio costoso e complesso che prevede la spedizione delle barre combustibile nucleare a Sellafield, il loro processamento, la riduzione del volume di cinquanta volte, e la restituzione del materiale vetrificato. Abbiamo calcolato che se volessimo sottoporre a questo trattamento soltanto il combustibile nucleare residuo, dovremmo spendere, tutto compreso, 1150 milioni di euro. In ogni caso, resterebbe il problema di stoccare i residui di terza categoria, cioè ad alta attività, in un deposito appropriato. E, soprattutto, resterebbero altre partite di rifiuti ad alta attività da sistemare. Dato che con una spesa del genere si può realizzare il deposito nazionale, ci è sembrato più conveniente orientarsi in questo senso».
Ma la gente delle località in cui si vorrebbe realizzare il deposito non la pensa allo stesso modo.
«Quando si parla di localizzazione dei siti, la protesta della popolazione bisogna darla per scontata. Prima di Scanzano si era esplorata la possibilità della Sardegna Nord Orientale e abbiamo avuto una specie di rivolta preventiva. Poi, per evitare il ripetersi di una cosa del genere, ci siamo mossi con discrezione, studiando la fattibilità del deposito geologico a Scanzano. Pensando che la natura stessa del deposito profondo fosse più accettabile per la popolazione. C’è stata la rivolta anche lì. Comunque, l’ho detto anche all’audizione alla Camera: a dicembre scade il mio mandato di commissario delegato. Sono pronto a tirarmi indietro. Io stesso ho chiesto che la figura del nuovo commissario non coincida con la mia, visto che mi sono attirato tante critiche. Con tanto di cappello al governo che ha preso di petto un problema finora eluso».
Veramente anni fa una «task force» Enea aveva fatto uno studio per la localizzazione di un deposito di superficie.
«Capirai. Dando un’indicazione di centinaia di siti. E poi, di quello studio, lo stesso presidente dell’Enea Carlo Rubbia ha una ben scarsa considerazione: una volta che glielo citai mi disse che si poteva buttare nella spazzatura. Senza contare che dopo l’11 settembre c’è stato un esplicito avvertimento dell’Agenzia atomica internazionale di Vienna: in questo clima di minacce terroristiche i depositi di superficie sono assolutamente da evitare».
Rubbia, però, ha anche criticato la vostra scelta di Scanzano.
«Rubbia ha detto che il deposito geologico Wipp, negli Usa, da noi citato come simile a quello che volevamo realizzare a Scanzano, è destinato a ospitare materiali contaminati: indumenti e scarponi, non scorie altamente radioattive. Purtroppo devo dire che ha preso una cantonata o è stato male informato. A Wipp ci sono 12 tonnellate di plutonio, come dire l’equivalente per costruire tremila bombe atomiche. Noi abbiamo fatto tutte le verifiche scientifiche per valutare l’attitudine della formazione salina profonda di Scanzano a ospitare il deposito, raccogliendo pareri positivi di esperti come Umberto Colombo, Claudio Eva, Renato Finetti, Paolo Scandone, Renato Ricci e Lucio Ubertini. Analizzando non solo "fonti bibliografiche", come sostiene Rubbia, ma anche risultati di sondaggi geologici recenti. Certo, a queste premesse positive doveva seguire un’ulteriore validazione scientifica».
Che si farà ora?
«Il peggio che possa succedere è che tutto resti come è ora. Noi ci stiamo dando un gran da fare a rafforzare e aumentare la sicurezza degli attuali depositi provvisori: le ex centrali e i siti in cui si allestiva il combustibile nucleare. Doppie recinzioni, blocchi di cemento, blindatura di porte e finestre, aumento della sorveglianza. Ma i depositi non sono di per sé adatti a garantire la massima sicurezza possibile».
Quali sono i rischi concreti?
«Di due tipi. Il primo, per fortuna poco probabile, è un attentato terroristico dal cielo o con potenti esplosivi da terra. Un’azione del genere in depositi dove ci sono grandi quantitativi di combustibile nucleare, provocherebbe contaminazioni per centinaia di km. A Caorso, per esempio, ce ne sono 190 tonnellate, a Saluggia 240. Il secondo rischio, purtroppo più probabile, è che qualche malintenzionato si appropri di un po’ materiale radioattivo accumulato in qualche cantina ospedaliera. Di questi piccoli depositi improvvisati ce n’è a decine. Spesso i carabinieri segnalano ritrovamenti in condizioni inaccettabili. L’Apat ha censito oltre 120 depositi nucleari grandi e piccoli. Secondo me ce n’è molti di più. Non possiamo rassegnarci a essere una pattumiera nucleare».
Franco Foresta Martin
Corriere della Sera
6 12 03




Rispondi Citando