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  1. #1
    Giacobino 1799
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    Predefinito Da: "Il Giornale dei Carabinieri"

    Date: Mon, 17 Nov 2003 13:18:05 +0100

    Da: il "Giornale dei carabinieri"

    Sono stati uccisi per la guerra di Bush. Ora basta

    Nelle caserme dell'Arma non solo si è pianto di dolore
    e di commozione, ma anche di rabbia perché non si
    doveva aspettare la strage, non bisognava mandare i
    carabinieri in Iraq per partecipare a una guerra
    americana. Il comando generale dei carabinieri ha
    fatto sapere che sono arrivate migliaia di
    attestazioni di solidarietà, ma Il Giornale dei
    carabinieri, letto da trentamila carabinieri, ha
    espresso anche il sentimento di angoscia per un
    sacrificio imposto da una guerra insensata.

    Dice l'editoriale firmato dal maresciallo Ernesto
    Pallotta: "Non dovevamo aspettare i morti per meditare
    sull'impegno italiano in Iraq. Contrariamente a quanto
    affermato da Bush, i fatti dimostrano che in Iraq vi è
    ancora la guerra. L'Italia non ha avuto un mandato
    parlamentare per partecipare a un conflitto armato. Di
    fronte ai morti diciamo basta e l'Italia deve
    allinearsi ai comportamenti assunti dalla maggior
    parte dei Paesi europei".

    C'è anche una dichiarazione del maresciallo Formiga,
    segretario generale del sindacato carabinieri in
    congedo: "Ci chiediamo con dolore perché i carabinieri
    devono morire per terrorismo all'estero. Chiediamo con
    forza che il nostro contingente torni in patria".
    L'hanno chiamata missione "antica Babilonia", ci
    partecipano tremila militari italiani, quattrocento
    sono carabinieri: operano nell'Iraq meridionale sotto
    comando britannico. Il loro principale compito
    definito "umanitario" è quello di "concorrere al
    mantenimento all'ordine pubblico". In un Paese
    occupato militarmente significa far rispettare le
    regole imposte dagli occupanti. Sono passati 24 giorni
    tra le minacce contro l'Italia e l'attentato che ha
    fatto strage di carabinieri, soldati e civili irakeni
    nelle palazzine del comando militare italiano a
    Nassiriya. Il messaggio di Al Qaeda trasmesso il 18
    ottobre dalla tv del Qatar diceva: "Ci riserviamo il
    diritto di rappresaglia, al momento giusto e nel posto
    giusto contro tutti i Paesi che prendono parte a
    questa guerra iniqua, vale a dire Gran Bretagna,
    Spagna, Australia, Polonia, Giappone e Italia". Lo
    sceicco Omar Bakri, vicino alle posizioni di Al Qaeda,
    aveva avvertito gli europei che le minacce andavano
    prese sul serio. Come sempre la strategia terroristica
    ha messo in atto la sua devastante potenza nel luogo
    più vulnerabile, una città dove i militari italiani si
    sentivano protetti per aver fraternizzato con la
    popolazione, dove le strutture militari erano difese
    solo da sacchi di sabbia, dove non c'erano segnali
    allarmanti di guerriglia. Dopo le minacce, i vertici
    della Difesa avevano rafforzato la presenza del Sismi,
    il servizio segreto militare, sulla cui capacità di
    penetrazione tra i gruppi della guerriglia, erano
    fondate le speranze di poter evitare un'azione contro
    l'Italia. Gli agenti segreti avrebbero dovuto cercare
    contatti con le formazioni guerrigliere che avevano
    più peso nel controllo del territorio di Nasseriya:
    bisognava convincerle che i nostri soldati svolgevano
    solo compiti umanitari e offrire loro dei vantaggi se
    non li avessero considerati nemici.

    Missione difficile, al confine con l'irrealtà. Per
    questa è fallita. Dopo la strage il Sismi ha
    catapultato in Iraq altri agenti segreti per capire le
    ragioni del fallimento. "Scopriamo ora - dice Luigi
    Bonanate, docente di studi strategici all'Università
    di Torino - che in Iraq c'è una guerra a cui una parte
    sta reagendo con una guerra di guerriglia. Quando si è
    deciso di mandare "i nostri ragazzi" in Iraq si è
    usata la coloritura di dire che andavano per motivi
    umanitari e non come alleati degli Stati Uniti. E oggi
    ne piangiamo le conseguenze. Quei militari morti sono
    vittime del lavoro mandate in un cantiere malsano,
    come l'immigrato albanese morto nel malsano cantiere
    di Genova. Sono la tristissima testimonianza che non
    era vero, come hanno cercato di farci credere, che
    tutta la popolazione irakena era contro Saddam, che
    bastava rovesciare la statua del dittatore, per fare
    accettare l'intervento militare straniero. Il futuro
    dell'Iraq è nero, nero, nero. E' possibile che gli
    attentati continuino a colpire obiettivi situati
    prevalentemente nel territorio irakeno, perché le
    formazioni della guerriglia la ritengono una guerra di
    liberazione. Ma se non si rimuovono le ragioni della
    guerra, c'è il rischio che gli attentati siano
    esportati in altri scenari, come Europa o Stati Uniti,
    per coinvolgere ancora più profondamente l'opinione
    pubblica internazionale".

    La possibilità che le minacce siano seguite anche da
    azioni terroristiche nei Paesi occidentali è stata
    subito presa in considerazione dai nostri organismi di
    sicurezza. Il Ministro Pisanu ha convocato i vertici
    dell'antiterrorismo per studiare nuove misure di
    protezione per gli obiettivi più sensibili: saranno
    intensificati i servizi di vigilanza oltre che per gli
    aeroporti, le stazioni, le ambasciate anche per le
    strutture militari.


    Annibale Paloscia




    Un rapporto dei servizi segreti avverte la Casa Bianca
    che la situazione irachena potrebbe peggiorare
    "Potremmo anche perdere".
    Parola della Cia

    Nel giorno più nero della guerra irachena, arriva un
    colpo inaspettato anche dalla Cia. Le indiscrezioni
    tratte dal rapporto commissionato direttamente dal
    grande capo, George Tenet, sono state diffuse dal
    Philadelphia Inquirer con un tempismo che ha
    insospettito gli analisti politici. Secondo questi
    ultimi la Cia avrebbe voluto fare un regalo al
    proconsole dell'Iraq, Paul Bremer, fornendogli un
    mezzo per scavalcare i suoi diretti superiori al
    Pentagono e fare arrivare il messaggio direttamente
    nell'Ufficio ovale: le cose vanno male, e sono
    destinate a peggiorare. Un dossier al momento giusto.
    Non è la prima volta che la Cia contrappone alla
    propaganda dei neo-conservatori un'immagine più
    realistica della guerra ma non aveva mai descritto
    così chiaramente una "resistenza estesa, forte e
    destinata a diventarlo sempre di più". Il rapporto
    parla di circa 50mila insorti che attirano sempre più
    adepti man mano che le condizioni della vita
    quotidiana peggiorano. E "non si tratta soltanto di un
    pugno di baatisti (i membri del partito-stato di
    Saddam), sono migliaia di persone che aumentano ogni
    giorno. Non sparano tutti ma forniscono supporto,
    rifugio e sostegno". Una prova evidente è il fatto che
    gli attacchi si stanno diffondendo per tutto il
    territorio, ben oltre il "Triangolo sunnita" - fra
    Baghdad, Tikrit e Ramadi - descritto dai media come il
    rifugio dei nostalgici.

    "Siamo destinati" continua la Cia "a perdere
    totalmente il controllo della situazione se non
    cambiamo rapidamente e radicalmente la situazione". Ma
    si tratta di un cambiamento che non può avvenire
    soltanto sul piano militare visto che ogni escalation
    da parte delle truppe di occupazione, oltre a
    dimostrare agli occhi del mondo che la guerra è
    tutt'altro che finita, innesca ulteriori motivi di
    risentimento. Per questo motivo l'amministrazione di
    Bremer non vede affatto bene la decisione
    dell'esercito di aumentare la pressione offensiva
    contro i ribelli con bombardamenti e raid pesanti.
    D'altro canto restarsene barricati nei propri fortini,
    come stanno facendo gli americani, non consente di
    mettere in moto il processo di ricostruzione che,
    quello sì, potrebbe ottenere il sostegno di una parte
    della popolazione.

    L'altra nota dolente è quella finanziaria. Gli
    attacchi agli oleodotti raggiungono raramente i
    telegiornali occidentali ma sono efficaci e
    quotidiani, e hanno di fatto polverizzato una delle
    belle pensate dei neo-conservatori: pagare la guerra
    col petrolio iracheno. Secondo i piani di Washington
    entro qualche settimana dalla fine della guerra i
    pozzi iracheni avrebbero dovuto ricominciare a pompare
    a pieno ritmo, ovvero tirare fuori i 2,5 milioni di
    barili al giorno dell'ante-guerra. Ma, vista totale
    incapacità della coalizione di proteggere gli
    oleodotti che attraversano il paese, siamo ben lontani
    dall'obiettivo.



    Le resistenze in Iraq

    L'Iraq è noto, è un paese diviso. Furono gli inglesi a
    tracciare i confini di uno stato virtuale, nel 1920, e
    furono loro i primi a bombardare i curdi, i sunniti e
    gli sciiti che non si piegavano.

    L'invasione americana sta riuscendo oggi dove perfino
    il pugno di ferro di Saddam aveva fallito,
    ricomponendo differenze etniche, politiche e
    religiose, in nome della cacciata dell'invasore. La
    resistenza è infatti composta di molte anime, ben
    diverse fra loro. La più agguerrita e sicuramente la
    meglio armata, perché ha accesso ai depositi nascosti
    da Saddam per l'Iraq, è quella composta dagli ex del
    formidabile apparato di sicurezza interno, cui si sono
    aggiunti i disoccupati dell'esercito vero e proprio
    smantellato dagli americani. Si è trattato di un
    errore strategico che non ha precedenti nella storia.
    A nessuno, infatti, era mai venuto in mente di dire a
    centinaia di migliaia di uomini di andarsene
    semplicemente a casa, lasciandogli le armi e smettendo
    di pagargli lo stipendio.

    Mentre nel Kurdistan iracheno vige una calma armata,
    nel nord dell'Iraq elementi tribali locali coltivano
    il sogno di un'isola sunnita - minoranza da sempre
    dominante - che non debba scendere a compromessi con
    le altre componenti. La latitanza degli americani
    alimenta l'illusione e rafforza gli organismi tribali
    visto che li costringe a difendersi da sé in un paese
    nel quale, non bisogna dimenticarlo, poco prima di
    capitolare Saddam ha aperto le prigioni liberando
    circa centomila criminali condannati.

    Nel sud sciita l'obiettivo di fondare una Repubblica
    islamica sul modello dell'Iran spinge alla resistenza
    armata. Anche qui le truppe della coalizione non
    controllano affatto il territorio: la relativa fortuna
    - fino a ieri - dei polacchi e degli italiani si
    doveva alla scelta di lasciar governare dalle autorità
    religiose o tribali città importanti come Najaf,
    Karbala e Bassora.

    Che dire di Al Qaeda? Bisogna sottolineare che prima
    dell'attacco americano la rete di Bin Laden e l'Iraq
    non avevano niente a che spartire mentre adesso, dopo
    l'invasione, il paese è diventato un luogo di
    attrazione per chiunque voglia "uccidere un infedele".
    Tuttavia le orde di discepoli di Osama previste dal
    Pentagono non si sono viste. Il motivo è molto
    semplice: talebani, afghani e pakistani il nemico ce
    l'hanno in casa, così come i fondamentalisti del
    sud-est asiatico. Fonti accreditate suggeriscono
    invece la presenza di un terrorismo regionale -
    dall'Arabia Saudita, Emirati Arabi, Yemen, Siria,
    Libano, Egitto e Palestina - ma numericamente poco
    consistente. Resta il fatto che non poteva esserci,
    per Al Qaeda, uno spot migliore della guerra di
    conquista scatenata da Washington e dei feroci
    bombardamenti costati così tante vittime civili.

    da www.perlulivo.it

  2. #2
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    I Carabinieri e la CIA sono disfattisti. Dobbiamo continuare a stare in Iraq, altrimenti lo zio SAM si arrabbia e non ci dà più le sigarette.

    Ma quand'è che mettiamo Berlusconi in galera, si può sapere?

  3. #3
    Giacobino 1799
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    In Origine Postato da sosunturzos
    I Carabinieri e la CIA sono disfattisti. Dobbiamo continuare a stare in Iraq, altrimenti lo zio SAM si arrabbia e non ci dà più le sigarette.

    Ma quand'è che mettiamo Berlusconi in galera, si può sapere?
    Mah! Forse quando Fini tornerà ad essere giustizialista.

  4. #4
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    In Origine Postato da patatrac
    Mah! Forse quando Fini tornerà ad essere giustizialista.
    Allora temo che aspetteremo invano....



  5. #5
    email non funzionante
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    Fini puoi così aspettarlo! E' impegnatissimo a provare la kippà più trendy e a contare quanti voti prenderà dai magrebini.

    TIRATE FUORI I NOSTRI RAGAZZI DALL'IRAK!

  6. #6
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    In Origine Postato da sosunturzos
    I Carabinieri e la CIA sono disfattisti. Dobbiamo continuare a stare in Iraq, altrimenti lo zio SAM si arrabbia e non ci dà più le sigarette.

    Ma quand'è che mettiamo Berlusconi in galera, si può sapere?

    premetto che sono contrario all'Occupazione irachena, pero questo berlusconi toglietevelo dalla bocca, lo pronunciate di continuo.
    Castagnetti rutelli ....... avrebbero fatto le stesse cose, l'unica differenza è che avrebbero usato i voti dell'opposizione cosa che la cdl almeno degnamente non chiede

  7. #7
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    si alla guerra in irak la democrazia va portata in tutto il mondo.

    la democrazia è nel DNA umano.

    VIVA IL PSE
    VIVA TONY BLAIR

  8. #8
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    In Origine Postato da S.P.Q.R.
    premetto che sono contrario all'Occupazione irachena, pero questo berlusconi toglietevelo dalla bocca, lo pronunciate di continuo.
    Castagnetti rutelli ....... avrebbero fatto le stesse cose, l'unica differenza è che avrebbero usato i voti dell'opposizione cosa che la cdl almeno degnamente non chiede
    allora non hai capito un cavolo.
    Rutelli e Castagnetti si sarebbero limitati ad assumere la posizione di quasi tutti gli stati dell'Unione europea.
    In Francia e Germania non ci sono minacce di terrorismo per ora e neppure vittime del conflitto. Rutelli e Castagnetti non sarebbero diventati lo zerbino di Bush.
    mr

 

 

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