Tasse, la montagna di denaro che sparisce
Da anni il gettito fiscale aumenta, ma i soldi per i servizi non bastano e gli enti locali piangono miseria. Ecco come il flusso di entrate si disperde tra interessi, burocrazia e stipendi del pubblico impiego.
di Paolo Russo
ROMA - Federalista quando si tratta di scaricare oneri. Centralista al momento di distribuire a regioni ed enti locali tasse e balzelli, che i cittadini pagano per avere servizi erogati sempre più spesso dalla “periferia” anziché dal centro. Il viaggio de Il Nuovo nel federalismo fiscale che non c’è inizia da una montagna di euro. Per l’esattezza 355 miliardi e 980 milioni. Che è quanto da gennaio a ottobre di quest’anno hanno versato gli italiani sotto forma di imposte nazionali e locali, contributi sociali e previdenziali. Entrate, che come avviene e oramai da parecchi anni, sono in costante crescita. L’ultimo dato diffuso dall’Agenzia delle entrate del Ministero dell’Economia parla di un più 5,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno passato.
Lo Stato “idrovora”. Ma mentre lo Stato centrale si frega le mani, regioni, comuni e province piangono. Nonostante il boom delle entrate, con i tagli ai trasferimenti statali inferti dalla finanziaria 2004, il prossimo anno le amministrazioni locali incamereranno il 6,2% in meno di quanto trasferito nel 2003 dal centro alla periferia.
I conti li ha fatti l’Anci, l’associazione dei comuni d’Italia. E Il Nuovo ha cercato di capire i perché di un sistema così asimmetrico. Scoprendo il volto di un fisco ancora centralista. Di quei quasi 366 miliardi di euro incamerati nei primi dieci mesi dell’anno, infatti, appena il 20% circa entra nella casse di regioni ed enti locali. Il restante 80% finisce direttamente nei forzieri dello Stato, che incamera l’Irpeg, l’Iva e quasi tutta l’Irpef. I tre pilastri del nostro sistema fiscale, lasciando ai comuni l’Ici e alle regioni l’Irap, l’imposta sul valore aggiunto d’impresa che ha preso il posto dei vecchi contributi sanitari. Un modo per responsabilizzare maggiormente le regioni sulla gestione finanziaria della sanità, si disse. Ma in realtà l’Irap la incassano le regioni, che poi la consegnano allo Stato, che la ritrasferisce alle stesse regioni al termine di un giro dove le somme ricevute alla fine non corrispondono mai a quelle versate dai contribuenti.
Insomma, pur calcolando i tributi minori (tipo bollo auto o imposta sull’occupazione del suolo pubblico), quello che resta nelle casse delle amministrazioni decentrate è ancor meno di quel pur modesto 20% che la conta dei tributi locali e nazionali sembrerebbe sottrarre allo “Stato idrovora”.
Eppure con la “legge Bassanini” sul decentramento amministrativo e altri provvedimenti di stampo federalista, regioni ed enti locali hanno oramai piena responsabilità su sanità, trasporti, servizi sociali, scuola, ambiente, strade e trasporti.
Molti oneri e pochi onori, insomma. Come conferma il conto presentato dalla finanziaria a regioni e città del Belpaese, secondo le stime dell’Anci. Ma prima di analizzare il dettaglio dei tagli viene spontaneo chiedersi: se lo Stato incassa di più in quali rivoli si perdono le risorse, visto che governatori e sindaci si lamentano perché la voce “entrate” dei loro bilanci si assottiglia invece di aumentare?
La prima causa - spiegano gli esperti di politica fiscale di Via XX settembre - è il peso del deficit. La valanga del debito accumulato nei decenni passati, che schiaccia l’Italia più di qualsiasi altro partner europeo, costringe il nostro Paese a stornare cifre esorbitanti dal proprio bilancio per coprire la spesa per interessi.
Il peso della burocrazia. Al secondo posto vengono i costi dei rinnovi contrattuali dell’esercito dei travet. Sui quali, a dire il vero, qualche responsabilità ce l’hanno pure le regioni, che ai tavoli di trattativa siedono al pari del governo. Resta però il fatto che il fatidico tetto dell’inflazione programmata, entro il quale dovrebbero essere contenuti gli aumenti in busta paga, è puntualmente sfondato grazie a scatti di carriera, incentivi alla produttività da erogare a livello locale e altri mille trucchi nascosti tra le pieghe dei contratti. Basti pensare ai medici, che per essere incentivati a lavorare solo nel pubblico (come se a qualche altro lavoratore fosse consentito lavorare anche per un concorrente), con l’ultimo contratto hanno incamerato un aumento pari a circa 700 euro. Mensili, non annui. Ecco allora che puntualmente i costi dei rinnovi, a consuntivo, non corrispondono mai alle previsioni iniziali.
Debito pubblico, rinnovi contrattuali. Ma il presidente dell’Anci, Leonardo Dominici, punta l’indice anche contro gli sprechi della burocrazia statale. “Basti pensare – denuncia - che solo nelle segreterie dei ministri lavorano tanti dipendenti quanti ne impiegano mille comuni, sia pure di non grande dimensione, per far funzionare l’intera macchina amministrativa”.
Resta comunque il fatto che tra debito pubblico da sfamare, richieste sindacali da soddisfare e burocrazia da mantenere il conto lo pagano comunque i cittadini. Che versano sempre più imposte allo Stato centrale, più tributi a regioni ed enti locali (come documentato da Bankitalia) sperando almeno di avere più sanità, trasporti e assistenza. E che sentono invece sindaci e governatori minacciare tagli ai servizi o nuovi aumenti dell’addizionale Irpef per sanare i propri bilanci




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