Per assurdità e disumanità una giustizia davvero esemplare: tenere in carcere Adriano Sofri e all’ergastolo domiciliare, in una casa ben lontana dai suoi, Erich Priebke.
Primati di processi, di titoli, di sentenze, di tentativi inutili, di grazia abortita o neppure concepita. Gli resta a entrambi della carta per scrivere: Sofri è oggi uno dei migliori pubblicisti italiani, Priebke ha da poco dato alle stampe una enorme autobiografia, aiutato da Paolo Giachini nella ripulitura del suo linguaggio castiglianizzato. La sua lingua, prima del processo, era da mezzo secolo lo spagnolo degli argentini. Ma quando sbarca in Italia nel 1994 è già stato tramutato da essere umano a mostro.
Un mostro non ha che identità di mostro. Può scegliere la professione di reietto, di spintonato a morte, di linciabile, di maledetto, di nemico del genere umano, di uno che non capisce perché è diventato mostro.
I giornali hanno cominciato prestissimo a fabbricarne: quando viene giudicata dal tribunale rivoluzionario l’ultima regina di Francia è da anni un mostro fabbricato dalla stampa. Come mostro viene ghigliottinata: fanno dire a suo figlio, un povero bambino atterrito, che quella nobile, pallida signora è una madre incestuosa. Un anno prima i sanculotti erano andati sotto le finestre dov’era prigioniera agitando la testa mozza della piemontesina di Lamballe: eccotela qua, porcona, la tua complice lesbica! Erano analfabeti, ma avevano visto le caricature oscene, qualcuno gli leggeva le gazzette giacobine... E i mostri che fabbricarono in serie i tribunali di Stalin? -Bisogna fucilare queste iene!- tuonava Vis<caron>inskij mentre quei disgraziati di ex capi bolscevichi confessavano anche di aver impiccato Cristo. E il supermostro Trotzkij? La carta di essere umano gliel’hanno ridata quando l’URSS era all’agonia. E i mostri ebrei creati dallo Stürmer, dalle birrerie di Monaco, dai Protocolli zaristi, dai Drumont, dai Céline? A Céline perdoniamo tutto perché straripa in grandezza di scrittore, ma ha predicato un antisemitismo da far drizzare il pelo: uno scrittore ha in pugno il bene e il male anche più di un pazzo al potere. E il mostro Dreyfus, spedito innocente all’isola del Diavolo? L’avrebbero sbranato vivo i puttanieri antisemiti di Rochechouart eccitati dai giornali, se non avesse avuto un paio di cherubini a proteggerlo, nell’unico giornale a lui favorevole, L’Aurore.
La lista dei mostri fabbricati con le parole, come dei Frankenstein, è lunga anche in Italia. Chi lo ricorda, Braibanti? Il PM tirò fuori, come verifica di colpevolezza nel Plagio omosessuale, la sua passione di studioso delle abitudini delle formiche, ed ebbe dieci anni! E Enzo Tortora, mostrificato come camorrista? E quei quattro suicidi a Sagliano, pochissimi anni fa, che hanno preferito una nube di gas di scarico all’asfissia di una inchiesta per stupro familiare di figlio e nipote? Gli pende fin sulla tomba quel dubbio orrendo... Certe volte il mostro viene congelato, non fatto sparire: se l’occasione lo richiede lo si passa alle microonde.
La fortuna di Sofri: impossibile farne un mostro, guardiani affettuosi, la sua grazia richiesta in coro. La sciagura di Priebke: era mostro congelato, nella fornace dei processi romani - ad un’età di essere umano semplice di oltre ottanta: oggi diventati novanta passati - lo hanno reso simile ai mostri che infestano l’eremo di Sant’Antonio nella pala di Isenheim.
I mostri, non sarò certo io a negarlo, esistono dappertutto. In questo caso il mostro - per motivi di pura simulazione di giustizia - è stato fatto esistere: base giuridica fragile, linciaggi bianchi violentissimi in cui un vecchio in manette era eminentemente trattato da criminale, ex criminale nazista, torturatore di via Tasso, assassino di Buozzi, boia, boia delle Ardeatine, massacratore, macellaio delle SS. Negli epiteti mitigati brillava l’ex, che in una demonizzazione vale zero, un mostro non è mai ex.
Ma di tutto questo, in processi e cassazioni in cui l’ergastolo era già scritto prima dell’ultima sentenza, e considerato irrevocabile, non è rimasto in piedi che un unico capo d’accusa: la partecipazione, con due omicidi ammessi, alla strage delle Cave, e non certo volontaria! Questo, nel 1994, quando tre governi italiani lo vollero estradare - mezzo secolo dopo i fatti e la loro storicizzazione. Ora gli anni sono diventati sessanta: sul vecchio superstite, che tra uno stuolo di sfaceli e di ombre si affanna a togliersi la bollatura, la pelle di mostro resta verde sempre, con qualche segno appena di dimenticanza impietosa. Eppure, là, non c’è che il lavoro del tempo, dove un uomo carico d’anni, sradicato, malato, è condannato ad essere una divisa da Classe morta kantoriana, a essere l’uniforme che portava, sprofondata ormai nell’ignominia e nel nulla. Un giorno l’uomo Erich, al quale si negano sconti di pena in quanto mummia di mostro, uscirà da quel portone romano coi piedi davanti, e allora si scoprirà che era un mortale, non una Furia della storia.
Soltanto l’assurdità della loro detenzione protratta accomuna Sofri e Priebke, ma forse è abbastanza. Dei due, quasi certamente, prima che la condanna finisca, il primo uscirà; l’altro è una mosca in una ragnatela. Sarebbe bello se il detenuto assurdo Sofri adoperasse l’efficacia della sua parola libera per far rientrare nei limiti della verità - non più di questo - il caso Erich Priebke, carcerazione assurda, quanto e più della sua a Pisa, di un vecchio tedesco solo, che non è simbolo di nulla, se non della propria pena.
Guido Ceronetti
La Stampa 28 11 03




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