In assenza di regole e sanzioni, le aziende occidentali sfruttano i segreti della medicina naturale per produrre nuovi farmaci, alimenti e cosmetici. Individuata un’efficace terapia tradizionale, i principi attivi vengono sintetizzati in laboratorio e brevettati, in modo che nessuno possa più utilizzarli senza pagare i relativi diritti .
La foresta "depredata" dei segreti scoperti dagli indigeni: il Brasile cerca adesso di correre ai ripari.



Oggi ogni otto secondi una superficie equivalente a quella di un campo di calcio viene deforestata, incendiata, trasformata in erba da pascolo o in terreno fangoso per facilitare l'estrazione dell'oro da parte dei cercatori. Ma la preoccupazione delle autorità e degli ecologisti non solo brasiliani, adesso, si sta concentrando verso un nuovo fenomeno: quello della biopirateria.
"È la forma più moderna e sofisticata di depredazione della foresta amazzonica", avverte lil settimanale brasiliano IstoÈ. Che, senza badare ai toni, aggiunge: "I colonizzatori europei, che saccheggiavano le colonie, sono i progenitori di questi moderni pirati travestiti da turisti o ricercatori, che hanno sempre lo stesso obiettivo: appropriarsi delle ricchezze della maggior biodiversità del pianeta". Solo che i biopirati puntano ad appropriarsi dei segreti della medicina naturale utili per produrre nuovi farmaci, alimenti o cosmetici.
L'autorevole rivista non pone, però, la stessa enfasi nello spiegare che il problema di fondo è legale: una legge che sanzioni la biopirateria non esiste. Manca, cioè, una norma chiara che impedisca a qualsiasi ricercatore di recarsi presso una comunità indigena e carpire dallo sciamano i segreti per realizzare una determinata terapia naturale, portare a casa i componenti naturali della medicina, sintetizzarne in laboratorio i principi attivi e trasformarli in un proficuo business farmaceutico.
Da centinaia di anni gli indios sopravvissuti alla colonizzazione, e successivamente al processo di civilizzazione, per curare le più svariate malattie si tramandano ricette a base di erbe medicinali e di specie animali il cui habitat naturale è quello della foresta pluviale. I pajés, gli influenti medici delle tribù amazzoniche, non possono curare tutte le malattie che la medicina moderna è in grado di sconfiggere, ma contro alcune sono efficienti quanto gli specialisti in camice bianco. Le loro conoscenze, sempre più spesso, servono di fondamen to ai ricercatori delle industrie per sviluppare principi attivi e creare medicine innovative. Così, il più delle volte senza dichiararsi, moderni biopirati tornano a casa con scoperte eccezionali che, in molti casi, fruttano milioni di dollari alle multinazionali dei cosmetici o del farmaco.
È successo con gli indios uapixanas, nel nord dell'Amazzonia, che usavano una sostanza il cui principio attivo è stato registrato in Canada ed è oggi usato nella produzione di farmaci contro l'Aids. Ma la lista dei casi che gli ambientalisti classificano come atti di biopirateria coinvolge anche scienziati brasiliani. Quello più emblematico riguarda un professore di medicina di Riberão Preto, Sergio Ferreira, che aveva scoperto nel veleno della jararaca (un pericoloso serpente dell'Amazzonia) una sostanza capace di controllare la pressione sanguinea. Senza fondi per continuare le ricerche, il professore accettò i finanziamenti della Bristol-Myers Squibb che tempo dopo brevettò e lanciò sul mercato farmaceutico il Captopril, indicato, appunto, nel trattamento dell'ipertensione e di altre malattie del sistema circolatorio.
Le royalties per la produzione del Captopril garantiscono, oggi, 2,5 milioni di dollari all'anno alla casa farmaceutica. E, il Brasile, come molte altre nazioni che hanno acquisito le licenze di produzione, deve pagare. Il disappunto è comprensibile, ma non giustificabile. In tutto ciò non vi è, infatti, nulla di illegale. Le multinazionali del farmaco agiscono, dal punto di vista della norma, in modo corretto. Sul piano morale, il discorso appare, invece, disctutibile.
Il ministero dell'Ambiente vorrebbe imporre regole che favoriscano soprattutto le comunità indigene proprietarie dei diritti intellettuali delle medicine naturali: "Il nostro desiderio maggiore - afferma il ministro da Silva -, è che, oltre a creare regole moderne per lo sfruttamento delle risorse genetiche brasiliane, si creino regole per far partecipare ai profitti derivanti da royalties e brevetti soprattutto le comunità di indios".
Il presidente Lula vuole allestire una banca dati disponibile su Internet. Tutti i nomi popolari e i relativi nomi scientifici delle specie animali e vegetali classificate, cioè riconosciute come esistenti, verrebbero, così, meglio tutelate. Ma molto, in materia di normative, dovrà essere studiato anche a livello internazionale. E, come dicono gli indios dell'Amazzonia: "I bianchi non sanno camminare nella foresta, però trovano sempre il modo di ottenere quello che vogliono".

Gherardo Milanesi
L' Avvenire 27 11 03