Qualche settimana fa un sondaggio della Commissione €uropea indicava in Israele la prima minaccia per la pace mondiale seguita a ruota dagli USA (ma v’era anche un 8% che vedeva nell’U€ il pericolo ed è cosa che merita approfondimento).
Ciò ha suscitato una sorpresa del tutto immotivata: tale opinione è assolutamente coerente con il pensiero unico d´un´€uropa marcia, morta economicamente e moralmente.
Israele è un pericolo perché si difende, reagisce, si muove, rifiuta la strategia del bradipo e/o dello struzzo che invece è stata sposata da questo continente: fare il morto (la qual cosa riesce benissimo) sperando non s'accorgano di noi.
È quanto suggerivano i laburisti britannici alla fine degli anni trenta quando s’opposero alla ripristino della coscrizione obbligatoria «per non provocare Hilter».
È logico dunque vedere in chi, come Israele si difende o come gli USA contrattacca, una minaccia a quella fatal quiete che i vili chiamano pace.
Nixon disse nel 1973 che la terza guerra mondiale era cominciata e la stavamo perdendo, era l´epoca in cui tutto il canagliume intellettuale dell’Occidente era fiero di proclamarsi sodale della dittature vietnamita e dei macellai cambogiani.
Oggi la storia si ripete, il nemico vero è lo stesso, non i gli esaltati bombaroli maomettani ma quelli che qui ne amplificano le gesta, li proclamano imbattibili, ne ostacolano il contrasto, insinuano nell'opinione pubblica l'idea che non vi sia alternativa alla resa, al concedere al terrore ciò ch'esso chiede, meglio quello che loro chiedono dopo essersi auto nominati portavoce d'un sud del Mondo che forse ha ben altri progetti.
Qual dunque la loro ricetta per battere il terrorismo? Applicare a tutto il pianeta la ricetta del samba-marxismo straccione di Luiz Inácio Da Silva in arte Lula, e per non sbagliarsi, condannare la Palestina al corrotto regime di Yasser Qudwa Al-Husseini per gli amici Arafat.
Cioè distruggiamoci da soli la civiltà liberal democratica così impediremo a Bin Laden di farlo, geniale direi!
In realtà quanti accomuna l'odio verso l'individuo ed il libero mercato, tutti paiono avere eletto a proprio vindice il barbuto talebano, una perversa alleanza tra marxisti speranzosi di conseguire ciò che non ottennero le divisioni corazzate di Stalin; clericali fiduciosi nell'oscurantismo d'un partito islamico per rinverdire i fasti della retriva DC d'Oscar Luigi detto Forbice schiaffeggiatore di signore in decolté e spietato cesoiatore di pellicole cinematografiche; nazionalsocialisti bramosi di riprendere quanto a suo tempo interrotto dallo sbarco in Normandia; socialdemocratici ansiosi di veder scomparire, con la potenza americana, la prova lampante del proprio fallimento.
Indubbiamente in Pakistan, Sudan o nel basso Torinese, l'integralismo islamico si nutre di predicazione waabita e denaro saudita, ma c'è dell'altro, nel Regno Unito ed in Francia soprattutto, l'aspirazione dei immigrati di prima e seconda generazione era l'assimilazione nella piccola e media borghesia; i deliri dei nipoti sono nati nelle scuole statali non nelle madrasse, non tanto da mullah farneticanti quanto da professori sessantottadri.
I padri si sentivano in debito verso la nuova patria, ai figli è stato detto ch'erano in credito, ch'erano vittime d' ataviche ingiustizie.
Invece della grammatica hanno imparato il rancore, invece della matematica l'odio, solo la chimica, pare, l´hanno studiata a fondo.
Del resto basti pensare alla nostrana bagarre attorno al Crocefisso, i riflettori si sono accesi su d´un neofita più vicino ad Evola che a Maometto ma in gran parte delle aule la Croce è già sparita per iniziativa di presidi e docenti che profittano della presenza d'esterrefatti mussulmani per fare ciò che si riproponevano da trent'anni.
Così la “resistenza” irachena trova i propri migliori alleati in tutti quei commentatori che, di norma, non distinguono un cingolo da scarpone e scrivono ogni dì di pantano vietnamita e di perdite insostenibili.
In Iraq continuano ad esservi perdite dolorose ma, ad oggi, meno d’un battaglione per gli Americani e d´una compagnia per gli Inglesi (cioè, per questi ultimi, la metà di delle perdite subite durante i tre mesi delle Falkland).
Oggi la guerriglia saddamita non è in grado di colpire seriamente la Coalizione, per fare dei botti clamorosi deve ridursi a sparare sulla Croce Rossa e sugli Italiani che, per precisa volontà politica, sono costretti ad esporsi sfidando ogni logica militare ma, si sa, da noi in questioni strategiche tattiche trova più ascolto Ruini che Clausewitz.
Dopo due campagne vittoriose in Afganistan e Mesopotamia il terrore è ridotto a colpire luoghi di culto, discoteche, banche ed altri obbiettivi indifesi ed indifendibili.
Per due anni non hanno fatto che perdere uomini e capacità operative ma per i media è tutta un'altra musica, sembra che gli USA subiscano una Caporetto al giorno.
Il terrorismo ha una sola chace di vincere e non è sul campo di battaglia me nelle redazioni dei giornali, nelle università, sui pulpiti, negli stessi luoghi insomma dove più di 5 lustri fa Pol Pot colse il suo trionfo.
Anche durante la recente visita del presidente Bush a Londra è stato dato conto solo della manifestazione di rottami del socialismo britannico, di quelli stessi che marciavano per il disarmo unilaterale ai tempi dell'amico Breznev.
Nessuno che c’abbia rammentato come almeno tre volte tanti sfilarono per quelli stessi viali lo scorso inverno contro il divieto della caccia alla volpe.
La quarta guerra mondiale è cominciata e per ora non la stiamo perdendo, però dobbiamo esser consci di come il nemico più pericoloso non sia fuori ma dentro.
É un nemico che non si deve combattere con le armi ma con il coraggio intellettuale, il coraggio di rompere col buonismo-cretinismo e le inverosimili interpretazioni dell' improbabile dell'articolo 11, il coraggio di sfidare i Principi del conformismo come quel giornalista americano che, pochi giorni fa, durante un convegno a Palazzo Labia, ha schiaffeggiato moralmente il Patriarca di Venezia con un lapidario: «ve bene esprimere solidarietà alle vittime delle terrorismo ma è meglio vincere il terrorismo».
S'abbia dunque il coraggio di dire che la nostra brigata in Iraq, il battaglione in Afganistan non son lì a portare supposte ed aspirine ma a difendere le nostre città, a scompaginare la macchina bellica nemica che ora non può più contare su santuari inviolabili in Stati sovrani ma deve muoversi tra mille posti di blocco ed ostacoli, si spera, sempre crescenti, che deve usare le sue cartucce suicide (che non sono infinite) contro gli obbiettivi lì e non qui.
S'abbia il coraggio di dire che portiamo la guerra sul suolo nemico perché il nemico abbia meno possibilità di portarla sul nostro; che i nostri militari son caduti non per i bambini di Nassiriya ma perché diventi sempre più difficile il far esplodere un camion bomba alla Stazione Termini.
Troviamo dunque il coraggio intellettuale per sfidare l'egemonia mediatica di quanti vogliono impedirci di difenderci, di contrattaccare, di vincere.




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