IL COMMENTO
Come gli italiani divennero eurodelusi
di ILVO DIAMANTI

È accidentato il percorso verso la costituzione europea. Verso la costruzione europea. I ministri degli Esteri dei Paesi della Ue, riuniti a Napoli nei giorni scorsi, hanno faticosamente cercato l'accordo su come riformare (formare?) l'Europa politica. Mentre attorno all'Europa economica e finanziaria si accendono i conflitti fra governi. Ciò che ha indotto il presidente della Commissione Romano Prodi a paventare il rischio che "l'Europa venga cancellata dalla carta geografica del mondo", se si continuasse "con le separazioni, le divisioni e le tensioni".

L'Europa dei governi e dei mercati nazionali, in altri termini, sta ponendo all'Europa come progetto politico e istituzionale vincoli tali da vanificarla. Siamo quindi lontani dall'idea, annunciata e promossa oltre un decennio fa, con il trattato di Maastricht, che affidava alla "moneta" il compito di unificare la politica; all'euro la missione di costruire l'Europa. E si solidifica la prospettiva inversa: che una moneta senza istituzioni, un mercato senza politica, oltre a frenare la costituzione europea, complichino lo stesso funzionamento del mercato e della moneta. Tanto più se si continua a trascurare un attore, meglio, un "fattore": la società.

È singolare l'assoluta disattenzione verso l'orientamento sociale che caratterizza questa fase, questo percorso. Come se modificare il contesto delle istituzioni, dell'economia, del mercato non determini conseguenze profonde sulla vita quotidiana delle persone e, quindi, sui loro atteggiamenti. Come se, dunque, fosse possibile costruire l'Europa senza il sostegno o almeno la complicità dei cittadini. Sottovalutandone perfino il malessere, i risentimenti.
- Pubblicità -


Così, dopo che l'unione monetaria si è realizzata, mentre la costruzione politica è in fase di definizione conclusiva, monta il disincanto sociale verso l'integrazione europea. La delusione. In molti casi il dissenso aperto. Nell'ultimo biennio, il consenso per l'adesione alla Ue si è raffreddato un po' dovunque, in Europa. Soprattutto nei Paesi tradizionalmente più favorevoli al processo di integrazione. In Spagna. E in particolare in Italia, come sottolinea un'indagine di Demos conclusa pochi giorni fa. Gli italiani che esprimono molta o abbastanza fiducia nei confronti della Ue, infatti, scendono dal 60% al 53% rispetto al 2002. Si tratta ancora della maggioranza dei cittadini, ma anche del punto più basso dal 1998, se si eccettua la primavera del 2001, alla vigilia delle elezioni, quando il clima d'opinione appariva profondamente e "generalmente" pessimista.

Naturalmente, le cause del disincanto sociale sono diverse. L'Europa, infatti, negli ultimi anni ha fatto del suo meglio per dimostrarsi inadeguata di fronte alle molteplici emergenze internazionali. Nella crisi balcanica fino alla recente vicenda irachena ha mostrato, di fronte alla potenza Usa, tutta la sua impotenza. Frutto, in particolare, delle divisioni che la attraversano internamente. In tempi nei quali la società chiede "sicurezza", l'Europa ha trasmesso tutte le sue incertezze, di soggetto senza identità. Priva di interessi condivisi.

Per gli italiani, che si erano affidati all'Europa con entusiasmo - per sfiducia nell'Italia, nelle proprie istituzioni, nel proprio governo - la delusione è stata forte. Come nei confronti della moneta unica. L'euro. Accolto con grande ottimismo, al momento dell'avvio. In Italia più che altrove. E oggi percepito con sospetto e insoddisfazione. L'euro: era considerato un vantaggio, senza se e ma, due anni fa, alla vigilia dell'introduzione, dal 23% degli italiani. Oggi, la pensano in questo modo il 7%. L'euro: era considerato una complicazione ingiustificata dal 16% degli italiani, due anni fa. Oggi questa componente è tracimata; supera il 45% della popolazione. E si è assottigliata, di conseguenza, anche la quota dei "realisti", coloro che considerano l'euro un "costo necessario", per costruire l'Europa. Dal 53% è scesa al 47%.
Costruire l'Europa attraverso la moneta, in Italia, non ha prodotto gli effetti sperati. Al contrario: l'euro è diventato il simbolo della disaffezione verso l'Europa. La fiducia nell'Europa, fra coloro che vedono nell'euro solo una complicazione, si riduce al 33%. E la sfiducia nella Ue, parallelamente, coinvolge i due terzi degli euro-insoddisfatti (intendendo, ovviamente, l'euro come moneta).


Certo, l'euro è stato caricato di colpe non solo sue. Come l'aumento dei prezzi, superiore ad ogni altro paese europeo, anche a causa del disinvolto cambio lira/euro, avvenuto senza adeguati controlli. Così, l'euro non è mai stato tanto forte, nella credibilità dei mercati, e tanto debole, nella credibilità sociale. D'altronde, la vicenda dell'euro è rivelatrice di una precisa concezione della costruzione europea. Che ha indotto a immaginare il passaggio dall'euro all'Europa senza fare i conti con la società. Con l'opinione pubblica. E ha immaginato una costituzione senza stato; per un'Europa dove i cittadini si rappresentano attraverso un Parlamento senza poteri.

Non è così. E non perché le istituzioni si costruiscano dal basso. La stessa costruzione europea è frutto della volontà di élite illuminate e determinate, che, all'indomani della guerra, hanno "osato" sperare in un futuro senza conflitti, divisioni. In un futuro di cooperazione e solidarietà. Ma è impensabile pensare di "fare l'Europa" senza preoccuparsi dell'opinione pubblica. In tempi nei quali l'opinione pubblica condiziona le scelte dei governi, le posizioni delle forze politiche e dei leader. Nazionali. I quali raramente si azzardano a sfidare i sondaggi. A navigare controcorrente. A contrastare la protesta sociale. Si tratti delle pensioni o della localizzazione di impianti di smaltimento di rifiuti più o meno tossici. L'opinione pubblica nazionale, allora, è una variabile indipendente; l'opinione pubblica "europea", invece, risulta una "variabile indifferente". Semmai, la costruzione europea diventa un elemento dell'identità e della proposta politica nei singoli contesti nazionali. In senso critico e polemico.

In Italia, ad esempio (e non solo in Italia), l'antieuropeismo ha trovato rappresentanza esplicita nella Lega, contraria all'Europa delle banche e degli stati nazionali, a favore dell'Europa dei popoli e delle regioni, ostile all'allargamento. Mentre importanti settori ed esponenti del principale partito di governo, Forza Italia, esprimono apertamente un sentimento euroscettico. Difficile costruire l'Europa se politica, moneta ed economia procedono in modo indipendente e indifferente. Se la società è considerata variabile dipendente di scelte svolte in sedi intergovernative o finanziarie. Se l'opinione pubblica orienta la politica nazionale ed esorbita da quella europea. Se ai populismi nazional-regionalisti si oppone l'impopulismo europeo. È lecito, in questo caso, immaginare - e temere - che la costituzione europea si fondi su un "patto di instabilità".

(30 novembre 2003)

C'è poco da commentare...i soliti italioti voltagabbana
A proposito conservatevi le dichiarazioni dei pro-immigrazionisti attuali...vedrete che tra 10 anni,anche in questo caso,diranno:"Oh cavoli!Ma a me avevano detto che gli extra avrebbero "arricchito" la società e invece..."