IL RAPPORTO CON UN GENITORE «SCOMODO» SENZA IL VELO DEL REVISIONISMO



BERLINO IN Germania è iniziata una nuova fase della lunga tormentata «elaborazione del passato». Libri e pubblicistica invitano la memoria pubblica a concentrarsi sui gravi episodi che hanno visto i tedeschi vittime di violenze. I bombardamenti indiscriminati delle città (Dresda innanzitutto), le brutalità sui civili (in particolare gli stupri delle donne berlinesi da parte dei sovietici), il maltrattamento dei prigionieri in mano agli alleati occidentali, per non parlare delle espulsioni coatte di popolazione ecc. Si tratta di episodi già noti agli storici, ma che ora vengono rimemorizzati a livello collettivo con spirito nuovo. Ne sono protagonisti anche scrittori di primissimo piano, e politicamente orientati, come Günter Grass. Chiariamo subito che non si tratta (salvo eccezioni) di vittimismo che tenta di «compensare» i crimini tedeschi con le violenze subite dai tedeschi stessi. Non è uno scambio di ruoli tra vittime e carnefici. Ma è un atteggiamento in bilico tra normalizzazione del passato e nuova maturità, che non intende rinunciare all'autocritica. E' un altro capitolo riflessivo delle generazioni di oggi che si interrogano sui propri padri e nonni, «uomini e donne normali» protagonisti attivi o passivi, carnefici e vittime del più grave trauma della storia tedesca. In questo nuovo clima si delinea una nuova attenzione per una delle figure «civili» e apparentemente «normali» più enigmatiche del Terzo Reich: l'architetto e amico intimo del Führer, nonché (dal 1942) ministro degli armamenti, Albert Speer. Criminale di guerra pentito, condannato a Norimberga a vent'anni di prigione scontati nella fortezza di Spandau e morto nel 1981. Si annuncia infatti la produzione di un grande impegnativo film documentario (in collaborazione con la principale rete televisiva ARD) che mira a ripetere lo straordinario successo di pubblico e di critica dello scorso anno di un analogo film-documentario sulla famiglia Mann. Ma Albert Speer non è Thomas Mann: si profila un'operazione di riappropriazione critica e normalizzante del passato, di implicito contenuto politico, da ascrivere al clima cui alludevo sopra? Lo chiedo al figlio di Albert Speer, anch'egli architetto, rinomato internazionalmente, proprietario di una delle maggiori società tedesche di pianificazione urbanista, impegnata con progetti di successo in tutto il mondo. Albert Speer figlio (porta l'identico nome del padre), ultrasessantenne dal profilo affilato e secco, energico, estremamente cortese, mi ascolta serio. La sua reazione è sorprendente: lui non intende partecipare al nuovo clima («revisionistico» è un aggettivo che non compare mai nella nostra conversazione). Non gli interessano le operazioni di memoria sulle vittime tedesche. Per lui il passato è davvero passato ed espiato. Non capisce neppure altre polemiche di questi tempi. Narra, per inciso, un episodio singolare: l'architetto ebreo americano, suo amico, che ha vinto l'incarico di costruire nel cuore di Berlino il monumento per lo sterminio degli ebrei, intende usare per la tutela fisica del monumento stesso una speciale sostanza o pellicola anti-graffiti che impedisce ogni forma di imbrattamento. Ebbene, si è scoperto che la ditta che offre il prodotto più adatto, è praticamente la stessa che al tempo del Terzo Reich era produttrice di sostanze chimiche per l'annientamento degli ebrei… Da qui polemiche infinite, che tuttavia né l'amico architetto ebreo responsabile del progetto né Speer capiscono. Ma allora - insisto - come si colloca la rimemorizzazione pubblica, mediatica, dell'esperienza biografica di suo padre, l'Albert Speer storico? Qual è il paradigma ricostruttivo? Speer junior ripropone il tradizionale concetto della «seduzione del potere». Ricorda con affettuoso distacco il padre, giovane ambizioso architetto disoccupato nel caos della Germania dei primi anni trenta. Poi incontra il demagogo Hitler: è un reciproco colpo di fulmine. Una seduzione, appunto. Con inquietanti risvolti di intimità repressa (si è parlato di «amore infelice» di Hitler). Nessun'altra spiegazione, nessun'altra giustificazione? E' inutile insistere con Speer figlio sulla esaustività o meno del concetto di «seduzione del potere» nel caso di suo padre. Dopotutto anche lui ha giocato al seduttore, all'adulatore, al simulatore con Hitler. Certo, il sofisticato e razionale architetto che, seguendo le indicazioni del Führer, voleva trasformare Berlino nella «metropoli universale Germania», era ben diverso anzi estraneo ai rozzi e sanguinari commilitoni di strada di Hitler. Ma ne è stato il necessario completamento per il regime. E' tempo di rompere l'incantesimo della mera lettura psicologica. Occorre abbattere il muro tra il privato e il politico, dietro il quale Speer ha costruito il suo alibi e persino il riconoscimento della sua colpa. Forse la strada della fiction, sostenuta dalla documentazione storica e dalle interviste dei testimoni, che il regista del film-documentario intende percorrere, è la strada giusta per superare questo muro. Da quanto ho capito, il luogo centrale della ricostruzione sarà il carcere di Spandau - il luogo della espiazione - da cui con flash back sarà ricostruita la biografia dell'architetto, del suo ambiente e forse della sua famiglia. Ma anche la sua corresponsabilità politica. Una storia tedesca «normale», presa nella bufera della seduzione demoniaca ma insieme complice della stessa hybris. Albert Speer figlio non nasconde la soddisfazione di partecipare in prima persona al documentario sul padre. Sospetto che avrà un ruolo importante (come nella biografia dei Mann l'ultima figlia di Thomas). Aspettiamo con curiosità il risultato. Forse anche la sua figura, sinora riservata, di rigoroso professionista, acquisterà una rilevanza nuova. Dalla finestra della bella ambasciata italiana a Berlino, per la cui opera di restauro l'architetto Speer ha soltanto parole di elogio, si vede, al di là del verde del Tiergarden, la nuova prepotente architettura berlinese, i palazzi di vetro e acciaio della Potsdamerplatz. Il discorso scivola inevitabilmente sulla armonia e scontro tra ultramoderno e antico (o semplicemente preesistente). Speer si lascia andare a parlare su quello sta facendo con la sua ditta (AS&P) in Cina, a Sciangai, a Pechino per tenere insieme l'antico, intoccabile, con il nuovo. Ne esce l'immagine di una Cina proiettata nell'ipermoderno, ma un po' schizofrenica. «Ma Lei come viene considerato, come viene identificato in Cina? Come tedesco, come europeo, come occidentale?» - gli chiedo. «Come straniero» - è la risposta netta. Uno straniero che porta tecnologia, conoscenza, competenza. Per «l'altra cultura» europea, quella che noi chiamiamo umanistica, non c'è spazio, non c'è domanda. Ai cinesi non interessa l'Europa o la Germania come civiltà storica, ma come produttori di tecnologia Sono colpito da questa affermazione, ma l'urbanista Speer non condivide il mio turbamento. L'atteggiamento di estraneità culturale dei cinese sembra adattarsi all'immagine di se stesso. Esportatore di tecnica, di ingegneristica, di know how di straordinario successo e utilità. Che i suoi amici cinesi, di cui ammira la solerzia, la capacità di apprendimento, la dedizione assoluta al lavoro (sembra il vecchio cliché dei tedeschi) siano indifferenti alla cultura-base, ai valori euro-occidentali - non gli crea problema. Né lascia intravedere che vi siano altre forme più intense di rapporto, magari di carattere privato, in cui trovi posto «l'altra cultura europea», la sua storia ecc. L'unico punto su cui Speer insiste è che nella sua offerta tecnologica è sempre presente la dimensione ecologica, il rispetto ambientale (naturale e culturale autoctono) che sembra assente nella cultura cinese. Per tutta la conversazione non riesco a capire o a fargli dire se c'è e quale sia «il modello culturale» che guida i suoi progetti urbanistici (la AS&P sta costruendo in Cina anche una città attorno ad una futura fabbrica di automobili). E' curioso, perché spessissimo gli architetti sono ridondanti nel giustificare ideologicamente e retoricamente i loro prodotti. Speer invece è a-ideologico, esibisce solo professionismo tecnologico. Allora, con un corto circuito malizioso, mi torna in mente ancora l'immagine di Albert Speer padre, architetto impolitico, il tecnico al servizio delle fantasie del Führer. Lui era l'urbanista, voleva solo costruire grandiosamente. Puro professionismo. Naturalmente non oso dare voce a questa associazione tra i due Speer, che è arbitraria e involontariamente offensiva. Speer figlio non la merita. Rimango tuttavia turbato dal cosmopolitismo della tecnologia che ritiene di fare a meno delle radici culturali. E' un discorso che dobbiamo riprendere. Magari alla prima del film-documentario su Speer padre.


Gian Enrico Rusconi
La Stampa
26 11 03