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    Predefinito Immigrati, il Friuli ne ha le aziende piene

    CALANO LE RICHIESTE, MA LA GIUNTA ILLY NE VUOLE SEMPRE DI PIU'



    pier luigi pellegrin
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    - Immigrati extracomunitari: gli industriali non ne hanno più bisogno ma la Regione Friuli-Venezia Giulia chiede al governo addirittura 5.700 quote per i permessi di soggiorno. Cade, dunque, l'ultima foglia di chi sosteneva il dogma immigrazionista: altro che salvezza per l'economia nordestina, in Friuli anche gli industriali (che di immigrati ne hanno le fabbriche piene) hanno duramente criticato la giunta guidata da Riccardo Illy per aver chiesto al governo 5.700 quote per lavoratori extracomunitari, nonostante le statistiche dimostrino che le richieste provenienti dal mercato del lavoro siano scese, dal 2000 a oggi, dell'80%. Il "povero" Roberto Cosolini, assessore regionale al Lavoro, se l'è presa con il governo per i tempi ristretti per lo svolgimento dell'operazione, ma non c'è dubbio che bisogna vivere su Marte per non rendersi conto che per la manodopera extracomunitaria il Friuli-Venezia Giulia (ma lo stesso può dirsi per il vicino Veneto) sta diventando off-limits. Nella provincia di Udine i dati di Assindustria dicono che le richieste sono passate da 1.000 a 165 lavoratori, mentre da Confartigianato arriva la conferma che già da qualche tempo le aziende friulane stanno provvedendo da sé alla formazione di figure professionali qualificate, la vera tipologia di lavoratore di cui c'è bisogno nel Nordest. La situazione è forse ancora più grave nella Destra Tagliamento dove, alla ripresa delle attività dopo la pausa estiva, ci sono state diverse grosse fabbriche che non hanno rinnovato il contratto di lavoro a molti extracomunitari. All'Electrolux da mesi oramai si parla di crisi e i sindacati sono in subbuglio per la ventilata delocalizzazione nei paesi asiatici, ventilata dai dirigenti svedesi dell'azienda. E all'Ideal Standard, tanto per fare un altro nome di una grande azienda nella quale è massiccia la presenza di lavoratori extracomunitari, sono almeno due anni che si parla di smobilitare la produzione per spostarla in Paesi dove i costi di produzione siano minori che in Italia. Ma il momento di stagnazione internazionale dei mercati ha un po' coinvolto tutte le realtà produttrici del Nordest, che già da alcuni mesi stanno registrando un sensibile rallentamento. Si sta, insomma, defilando la minaccia di una vera e propria "bomba" sociale costituita dalla presenza nelle città friulane di diverse migliaia di extracomunitari senza lavoro, vale a dire persone disperate, senza mezzi, sradicate, ben diverse dalla figura (comunque sparuta) del disoccupato locale che solitamente nelle difficoltà può contare sul sostegno della propria famiglia. E se è vero che la disperazione spinge al crimine anche l'uomo più probo, grazie al centro sinistra per il Friuli-Venezia Giulia si prospettano anni davvero difficili. Basterebbe pensare a quanto accaduto nei mesi scorsi a Pordenone (anche lì con un'amministrazione di centro sinistra), dov'è bastata la presenza di alcune decine di immigrati extracomunitari allo sbando per rendere letteralmente invivibile uno dei quartieri del centro cittadino. Diventa particolarmente significativo, quindi, che gli industriali stiano velocemente scaricando "paron" Illy, evidentemente troppo partecipe di fronte alle libidini multietniche del suo assessore all'Immigrazione, l'ormai "famigerato" Roberto Antonaz di Rifondazione Comunista. Ma se le cose volgessero al peggio sarebbe troppo comodo, per il centro sinistra friulano, scaricare tutte le responsabilità sull'assessore bolscevico.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito

    Occupazione in picchiata, il Nord Est non sa più dove mettere gli extracomunitari


    - Ormai eravamo abituati che in ogni occasione i rappresentanti del mondo confindustriale e il loro giornale di riferimento (Il Sole 24 Ore), ci propinassero quotidianamente il solito "dogma" sulla necessità di allargare le quote di ingresso degli immigrati. Negli ultimi anni infatti non è passato giorno che ogni dirigente del mondo industriale non ci ricordasse che «il paese ha bisogno di nuovi immigrati», che «le imprese non riescono a reperire la manodopera», che «dobbiamo fare entrare in Italia nuovi immigrati, anche per salvaguardare il futuro pensionistico delle future generazioni».
    Insomma, ormai eravamo abituati a questa richiesta, continuata fino a poche settimane fa, e che in certi settori continua tuttora, tanto che la avevamo quasi ormai considerata come impossibile da sfatare. Anche se in realtà poi ci chiedevamo dove andassero a finire tutte queste migliaia di immigrati, «necessari per le nostre imprese» come in modo assillante ci ricordavano i responsabili di Confindustria, se un giorno una crisi si fosse manifestata sullo scenario economico italiano. E la crisi economica che negli ultimi anni ha colpito l'economia mondiale sembra che nelle ultime settimane si sia fatta sentire anche in alcune regioni della Padania, e di conseguenza ha allargato i suoi rilessi sulla "famigerata" necessità di nuovi immigrati per le nostre imprese. Infatti, nonostante le previsioni per il 2004 dell'economia europea e anche italiana siano più rosee rispetto a quelle degli ultimi anni, alcune associazioni di categoria cominciano a frenare sulla tanto decantata necessità di nuovi immigrati. E a dirlo, notate bene, non è una fonte del tutto inattendibile, o di quelle che hanno sempre "remato contro" alla richiesta di nuovi immigrati, bensì una fonte che rappresenta proprio quelle categorie che fino a ieri ci ricordavano che se «non ci sono nuovi immigrati l'economia non può andare avanti». Se infatti leggiamo l'ultimo numero di Nordest, il bisettimanale de Il Sole 24 Ore per il Triveneto, e quindi una fonte del tutto autorevole, vediamo che in prima pagina il titolo principale recita: "La crisi taglia le quote di immigrati: cala la richiesta delle imprese". Se poi andiamo a leggere l'articolo che approfondisce la questione scopriamo che le domande di immigrati da parte delle imprese venete per il 2004 sono praticamente "in picchiata", come dice il giornale stesso. «Per il mondo produttivo - si legge - il dato che spicca è una netta flessione nella richiesta di manodopera straniera: Confindustria e Api, insieme, si sono fermate a 10.065 lavoratori a tempo indeterminato e determinato, e 590 stagionali, prevalentemente per il settore alberghiero, agroalimentare ed edile. Erano stati 13 mila per l'anno che si chiude». «Ma il settore - continua il giornale - per il quale si può parlare di un vero e proprio crollo è l'artigianato, che vede dimezzata la domanda di lavoratori extracomunitari. Stando ai numeri, dal censimento effettuato dalle organizzazioni artigiane è emersa la richiesta di 4.500 unità, di cui 2.200 a tempo determinato e 2.000 indeterminato, e 300 stagionali, il 50% in meno rispetto allo scorso anno (erano state richieste 9 mila persone)». Ecco quindi disegnato un altro scenario, del tutto diverso da quello che fino a ieri, e in tanti settori anche oggi, continuano a delinearci le organizzazioni di categoria legate a Confindustria. Uno scenario in cui la richiesta di immigrati è in forte calo a causa della crisi economica internazionale degli ultimi anni, che si è ripercossa anche in molti settori del mondo industriale veneto. Certo, questi sono dati congiunturali, che in futuro con la prevista ripresa economica potrebbero anche cambiare. Ma se la ripresa economica non ci dovesse essere, se la locomotiva degli Stati Uniti d'America non dovesse ripartire, e quindi anche l'Europa restasse bloccata sui propri livelli di stagnazione, cosa ne sarà del "dogma" della necessità di nuovi immigrati? E soprattutto, a quel punto occorrerà anche considerare un altro inevitabile aspetto che potrebbe venirsi a concretizzare a causa della incessante richiesta di nuovi immigrati da parte delle organizzazioni di categoria, e cioè la concorrenza sul mercato del lavoro tra i disoccupati immigrati (comunque considerati "necessari"), e i disoccupati italiani. Un aspetto finora forse poco stato considerato, ma che varrebbe anche la pena di affrontare.
    Ma. Fu.
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    Der Wehrwolf

 

 

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