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Discussione: La "pace"...

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    Predefinito La "pace"...

    ...di Ginevra

    Roma. La ricerca di un accordo onorevole di pace è sempre una cosa seria, ma se a una cerimonia pretenziosa e gonfiata come quella di ieri a Ginevra, che sembrava la terza via mondiale, se mai qualcuno se la ricorda ancora, con una folla di ex tutto, presidenti, primi ministri, ministri degli Esteri, attori e intellettuali vari, l’albero di ulivo sul palco, Francesco Rutelli e Massimo D’Alema in gran spolvero, e una teoria di Nobel per la Pace portati
    in giro fra Roma, l’Aids e il Medio Oriente come madonne pellegrine, se a questa iniziativa, dimenticato il circo, si vuol dare un valore superiore a quello della buona volontà, del contributo, se volete della pressione sulle parti intitolate alla vera trattativa,
    allora non vale, allora non solo non aiuta la pace, la rende ancora più difficile.

    Qualcuno avrà pur notato che Shimon Peres, che è Nobel per la Pace, che è capo dell’opposizione al governo di Ariel Sharon,
    si è ben guardato dal partecipare alla commossa brigata; il fatto è che ritiene l’intera vicenda banalmente il suggello alla nascita di un nuovo partito di estrema sinistra, che sarà guidato da Yossi Beilin, che già si è costituito il 30 novembre, che ha il solo scopo di spaccare in due un Labor già in grande difficoltà politica ed elettorale.

    Non c’è Shimon Peres ma Richard Dreyfuss
    Qualcuno avrà pur notato che niente di scritto è stato messo in mano ai partecipanti palestinesi che pure lo avevano chiesto a Yasser Arafat, come investimento ma pure come garanzia di sopravvivenza, visto che gli sparano in casa e li chiamano traditori, e che la cosiddetta delegazione ufficiale di quella parte, è partita a titolo meramente individuale; che il suo capo, Jibril Rajoub, da Ramallah si è ormai spostato a Londra, dimessosi o rimosso dalla carica inutile di consigliere per la Sicurezza di Arafat, e che le “spese mediche” nella capitale inglese gliele paga il rais, ma a Ramallah ha gioco facile a indicarlo come un buffone, e una buffonata la storia di Ginevra.
    Mentre si celebra la quale, restano fermi i colloqui seri, il primo ministro Ahmed Qurei (Abu Ala) pone condizioni anche solo e semplicemente per accettare di incontrare Ariel Sharon, di disarmo e smantellamento del terrorismo, che pure un ex premier, Abu Mazen, solo sei mesi fa promise, non si parla più. Ieri l’esercito israeliano all’attacco di Hamas non ha certo inteso svileggiare la sacra cerimonia virtuale di Ginevra, solo fare il lavoro per fermare terroristi di Hamas, che il governo di Qurei si guarda bene dal fare.
    Colin Powell e Kofi Annan hanno plaudito all’iniziativa, che, vale la pena di ricordarlo, scaturì dalla frustrazione del fallimento di Camp David tre anni fa, quando, lo confermano i testimoni ufficiali come l’americano Dennis Ross, fra i negoziatori palestinesi, come Yasser Rabbo, era autentica la volontà di accordarsi, e fu solo Arafat a impedirglielo imbrogliando le carte a ogni fase; Colin Powell si è spinto fino a inviare come suo rappresentante il console americano a Ginevra, e quando ha capito il nuovo trucco che gli stava giocando il vecchio diabolico rais, si è attaccato al telefono con l’egiziano Hosni Mubarak perché intervenisse e impedisse la figuraccia di una cerimonia bilaterale, con i palestinesi rimasti a casa.
    Ma Colin Powell e Kofi Annan non nascondono così il fallimento precoce e insalutato della tanto decantata “road map”, che è una loro creatura, concepita insieme agli europei, eppure anche Javier Solana ieri si sentiva felice e sollevato dalla commedia di Ginevra, e insieme ai russi; così comportandosi, viene definitivamente sepolta.
    Jimmy Carter presiedeva, ed è una garanzia che le cose non vadano in porto, basterà ricordare la missione dell’ex presidente più inetto che l’America abbia avuto, in Corea del Nord, quando rassicurò che laggiù mire nucleariste non ne avevano.
    Carter presiedeva con un attore molto liberal come Richard Dreyfuss, quello che in “Primary Colors” era l’avversario repubblicano, e dunque lui non lo faceva solo cattivo, lo faceva fetido e infame, naturalmente; tutt’e due si sono contesi la frase mantra della serata, è che “la pace è una cosa troppo seria per lasciarla ai governi, la gente è per la pace, i leader politici sono l’unico ostacolo”.
    Per fortuna nelle stesse ore l’inviato americano incontrava il ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz, e si provavano a rimetterla in piedi la povera road map.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito A Ginevra parole...parole..

    ...altrove fiumi di soldi

    Roma. Il governo italiano ha annunciato che, “orientativamente”, si terrà a Roma il 15 e 16 dicembre la Conferenza dei donatori per la Palestina.
    Mentre la scorsa primavera 160 deputati europei, radicali italiani in testa, hanno chiesto l’istituzione di una Commissione d’inchiesta per sapere dove siano finiti i 1.500 milioni di euro che l’Unione europea ha donato all’Autorità palestinese dal 1995 al 2002.
    Nessuna Commissione d’inchiesta, hanno tuonato i vertici europei.
    In quale altro Parlamento sarebbe potuto accadere qualcosa di simile?
    In quello palestinese: a fine ottobre il gruppo politico Blocco democratico ha osato richiedere, in seno al Consiglio palestinese, l’istituzione di una Commissione d’inchiesta per capire dove siano finiti quei soldi.
    Anche qui non risposte. Brutta coincidenza.
    I rivoli di denaro hanno continuato il loro cammino anche negli ultimi tre anni, nonostante Israele fosse attaccato continuamente da attentati che hanno causato, a oggi, più di 800 vittime e decine di migliaia di feriti.

    In Europa a nessuno è venuto il dubbio che quanto detto da Yasser Arafat il 6 giugno 2001, in un’intervista a Radio Palestina: “La guerra è un sogno, la pace un incubo” sia uno slogan su cui questi miliardi campano?

    Il Fondo monetario internazionale, il 15 settembre, nella sua relazione sui bilanci dell’Anp, nel felicitarsi per i progressi fatti per
    la “trasparenza” dei conti e la gestione degli aiuti, segnala che c’è un “buco” di 900 milioni di dollari riferito al periodo 1995-2000
    su cui non può ficcare il naso perché trattasi di conti segreti.
    Tali denari sono stati dirottati sotto il controllo di Arafat, qualcuno dice in conti svizzeri.
    Il budget annuale di Arafat per il 2003 è di 74 milioni di dollari e il Fmi segnala che da questo bilancio risulta un ammanco di
    34 milioni di dollari, trasferiti dal presidente per pagare
    “organizzazioni” e “persone” non identificate.

    Appare ovvio che parte di questi denari siano quelli provenienti dall’Ue.
    All’inizio di novembre due autorevoli network televisivi, Bbc e Cbs, hanno presentato documenti di denuncia sull’uso improprio del denaro dell’Anp da parte di Arafat.
    Queste indagini hanno scoperto la distrazione di almeno 1,3 miliardi di dollari sui conti bancari personali suoi e di sua moglie, nonché l’ordine di pagamento di circa 50 mila dollari a membri dell’organizzazione terroristica Brigate dei Martiri di al-Aqsa, componenti del suo partito Fatah.
    Per non parlare dell’albergo parigino dove vive la moglie del rais: suite e 19 camere al prezzo di 16 mila dollari al giorno.

    Lo studio dell’American Center for Democracy
    Il giorno prima della messa in onda dei servizi tv, il premier palestinese Abu Ala e Arafat hanno trovato un accordo.
    Come compromesso un diktat del rais: non nominare un ministro dell’Interno responsabile degli apparati di sicurezza, ma mantenere il suo controllo su tutte le forze di sicurezza coi relativi budget.
    Una delle prime decisioni del governo è stata quella di tentare di attuare una nuova “hudna”, tregua, con organizzazioni legate ad Hamas e la distribuzione dei loro fondi congelati.
    La road map prevede però che il primo ministro abbia il diretto controllo degli apparati di sicurezza.
    Secondo un importante studio della direttrice dell’American Center for Democracy di New York, Rachel Ehrenfeld, è dimostrato il diretto coinvolgimento di Arafat in atti di terrorismo contro Israele, tant’è che Israele non lo considera più un interlocutore. Le autorità europee sì, perché?
    Il 17 luglio 2003 il commissario per le Relazioni esterne dell’Ue, Christopher Patten, ha scritto sul Financial Times che “l’Unione europea ha lavorato durante i mesi dell’Intifada macchiati di sangue per tenere viva l’Amministrazione palestinese e per guidare un processo di riforma al suo interno… e che in breve tempo avrebbero reso i territori palestinesi un vicino migliore e più sicuro per Israele”.
    Nello studio, Ehrenfeld segnala che quando Patten scriveva queste cose sapeva come i soldi venivano spesi da parte palestinese, le fonti erano quelle ben documentate dell’intelligence israeliana che aveva già fornito documenti palestinesi comprovanti il mantenimento di terroristi, attentati, armi, impianti per la produzione di bombe nonché i privilegi della leadership di Ramallah.
    Possibile, prosegue la direttrice dell’American Center for Democracy, che non ci fossero e che non ci siano controlli, rendendo vane le regole valide in tutto il mondo?
    C’è da augurarsi che parte della Conferenza dei donatori per la Palestina sia dedicata a come sono stati spesi i vecchi soldi e a come saranno spesi i nuovi.

    saluti

 

 

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