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Siamo in ballo, ma quella in Iraq è guerra
di Massimo Fini
C’è ancora qualcuno disposto a sostenere che in Iraq ci sia qualcosa di diverso da una guerra di guerriglia appoggiata da buona parte della popolazione? L’episodio di Swaira, un villaggio a sud di Bagdad, dove sette agenti segreti spagnoli sono rimasti vittime di un agguato militare e i cui cadaveri sono stati vilipesi da una folla esultante, di adulti, di vecchi, di bambini, non dovrebbe più lasciare spazio a dubbi. E’ guerra, fra truppe di occupazione e un Paese invaso. E tale viene considerata da una parte e dall’altra.
Non si mandano agenti segreti al seguito di «missioni umanitarie» né, del resto, si era mai visto un Capo di governo farsi diecimila chilometri per incoraggiare le sue truppe, se non per una guerra. Dall’altra parte, ci piaccia o no, c’è la resistenza di un popolo a un’occupazione. Swaira è una città a maggioranza sciita, ma benché gli sciiti siano stati vittime di Saddam, sciita era la folla che esultava per il colpo inferto alle truppe occupanti.
Ogni giorno che passa, l’invasione dell’Iraq si rivela sempre più un tragico errore militare, politico e, soprattutto, umano. Siamo andati in Iraq ragionando solo con le nostre categorie mentali. Una dittatura a Bagdad non è la stessa cosa di una eventuale dittatura, oggi, in Occidente. Tutti i regimi del Medio Oriente, compresi quelli che ci sono alleati, sono dittatoriali o autocratici. Può essere che una parte degli iracheni desiderasse liberarsi da Saddam, ma non al prezzo di un’occupazione straniera. E, in ogni caso, non gli importa niente della nostra democrazia, dei «sacri principi dell’89», dei «diritti umani». Sono concezioni nostre, non loro. Semplicemente: non ci vogliono.
E ogni giorno che passa appare sempre più irresponsabile la leggerezza con cui noi italiani abbiamo mandato i nostri soldati laggiù. Ci siamo autoconvinti delle nostre menzogne, e di quelle degli americani, e abbiamo detto ai nostri soldati che andavano a portare libertà e caramelle. E così non eravamo preparati ad affrontare il nemico. Ha detto Margherita Coletta, vedova del vicebrigadiere morto a Nassirya: «E’ stato un peccato di presunzione. I carabinieri non sapevano a che cosa andavano incontro».
Ora siamo in ballo e dobbiamo ballare. Ci dicono che politicamente non è più possibile tornare indietro. E sia. Ma chi, in Spagna o in Italia, ha deciso di partecipare a una guerra, mistificandola come «missione di pace», contro la volontà della maggioranza della propria popolazione, prima o poi dovrà risponderne. O no?




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