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BRESCIA E LA CRISI. Soffrono tessile, meccanica e imprese della fornitura
A rischio migliaia di posti

Lucio Dall’Angelo

BRESCIA

Migliaia i posti a rischio, quasi duemila quelli già persi. E non è questo il dato più eclatante della crisi industriale che ha colpito Brescia. Una crisi che dura ormai da un biennio e che non ha avuto effetti dirompenti per un motivo semplice: gli investimenti in processo fatti alla fine degli anni Novanta hanno consentito di ridurre la produzione senza «tagliare» l’occupazione. E, in chiave di ammortizzatore, un contributo è venuto anche dalle ore di straordinario in crescita quando la produzione lo richiedeva, a precipizio ora che dal mercato gli ordini arrivano con il contagocce. Una situazione che non ha avuto effetti dirompenti sul numero degli occupati - chi ha perso lavoro, dopo la fase degli ammortizzatori sociali trova spesso nel contesto territoriale la possibilità di nuovo lavoro - ma che ha pesato sui conti delle aziende. Basta guardare i bilanci degli ultimi anni, oppure analizzare i lavoro contenuto nel «Rapporto sull’economia» di Aib e Università per rendersi conto di due cose: la redditività si è ridotta in modo preoccupante; la capacità di investire è precipitata. Quello che un biennio di crisi ha messo in evidenza è lo spaesamento dell’industria bresciana. Che cosa fare, dove farlo, con quali risorse farlo. Non è un caso se nelle passate settimane il presidente dell’Associazione industriale bresciana ha detto a chiare lettere che «per l’industria bresciana si profila il declino». Aldo Bonomi ha lanciato un allarme e, insieme, una provocazione. Ai suoi associati, al sindacato, al mondo del credito, alle istituzioni, alla politica. E ha chiesto a tutti di fare la propria parte. Il dato di maggiore evidenza è che Brescia non sta attraversando una crisi congiunturale, ma strutturale. Ci sono produzioni che la provincia ha perso o sta perdendo; ce ne sono altre tradizionali che si possono «trattenere» a patto di ripensarle; ci sono settori e produzioni che vanno inventate ex novo. Certo il recupero, la ripresa, attesa per il 2004 - ma solo dalla seconda metà, dollaro permettendo - darà una mano alle produzioni tradizionali, alle aziende sulle quali si basa l’ossatura dell’industria bresciana, che ruota ancora intorno alla filiera dei metalli, in tutte le declinazioni possibili. E proprio le difficoltà della meccanica testimoniano il rischio di tenuta per il sistema. I posti persi sono centinaia, quelli a rischio un migliaio. Ma a guardare le situazioni di difficoltà c’è da preoccuparsi. A partire dalle ultime situazioni, quelle della Ofmega e della Ghio, per arrivare al fallimento della Vobarno Nastri, passando per quello della Gottinghen; per arrivare alla messa in liquidazione - con affitto del ramo d’azienda - della Idra Presse. Un settore storico e a valore aggiunto quello delle presse che vede l’amministrazione straordinaria della Rovetta Presse (Gruppo Manzoni) di Pavone Mella e le difficoltà con le quali deve fare i conti la Mir. A dire come la situazione sia in fase di allargamento, si potrebbe citare la cassa integrazione varata alla Lonati (nel meccanotessile opera anche la Orizio, in sofferenza da qualche anno) e quella decisa alla Iveco, con le preoccupazioni legate al futuro della più grande azienda bresciana, la madre della meccanica made in Brescia. Per quanto riguarda il tessile c’è solo l’imbarazzo della scelta. Marzotto, marchio storico e storica presenza a Manerbio, ha chiuso i battenti; la Bulgari filati ha fatto lo stesso; Niggeler & Kupfer ha varato un piano industriale che prevede la chiusura del reparto filatura di Capriolo e la mobilità per i 119 lavoratori. Ha chiuso definitivamente il reparto di filatura anche la Grignasco di Bostone di Villanuova sul Clisi. La difficoltà di gruppi come Olcese, sono ormai parte della cronaca della crisi. Infine va detto, anche se spesso non appare, che dietro un grande che soffre, ci sono tante piccole e piccolissime aziende attive nel settore della fornitura che rischiano il tracollo.



BRESCIA E LA CRISI. Dal picco del 2000 la lenta caduta dell’indice industriale
La produzione torna al ’96

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Basta guardare al grafico che riporta l’andamento della produzione industriale dal ’96 al 2003 per capire che cosa è accaduto all’industria bresciana. La curva messa a punto, trimestre dopo trimestre, dal Centro studi dell’Aib, dice che sette anni sono passati invano. L’indicatore della produzione - sintetizza l’andamento di tutti i settori che compongono l’universo dell’industria - nel 1996 aveva toccato quota 95. Il punto più basso di una fase recessiva che si era avviata alla fine del 1994. Poi quello che gli analisti di borsa chiamerebbero un «movimento laterale»: a metà ’99 l’indicatore era intorno a quota 97. È da lì che prende avvio una rincorsa che sembra non avere tregua e che alla fine del primo trimestre del 2000 tocca il suo apice a quota 110. In un anno il livello produttivo è cresciuto del 10%. Da quel momento, in tre movimenti successivi, una caduta fino a quota 95 del terzo trimestre del 2003. La stessa del 1996. PICCOLE-GRANDI IMPRESE. Nel terzo trimestre dell’anno, in particolare, la produzione industriale delle imprese manifatturiere bresciane ha confermato il momento recessivo, dopo i timidi segnali di ripresa dei primi mesi dell’anno. L’indice grezzo della produzione ha fatto segnare un calo del 4,47% rispetto al secondo trimestre e l’indice destagionalizzato evidenzia un calo dello 0,65%. Ma la contrazione dell’attività produttiva, rispetto allo stesso periodo del 2002, è in progressivo aumento, passando da -1,1% del primo trimestre a -2,4% del secondo e a -3,4% del terzo trimestre. L’indice medio della produzione dei primi nove mesi del 2003 è sotto di 2,3 punti percentuali rispetto a quello dello stesso periodo dell’anno precedente. Quanto alle previsioni per l’ultima parte del 2003 sono improntate a incertezza. La domanda interna rimane debole e gli ordinativi dall’estero non presentano segnali di una chiara inversione di tendenza. La previsione del Centro studi Aib è che l’indice medio della produzione del 2003 si ridurrà di circa il 2% rispetto all’anno precedente. Dalla disarticolazione per classi dimensionali si evidenzia una riduzione dell’attività produttiva più contenuta nelle piccole imprese (-3,5%); un calo intorno alla media nelle imprese medio piccole (-4,9%); superiore alla media nelle micro imprese (-6,1%), nelle maggiori (-7,1%), in quelle medio grandi (-8,2%) e grandi (-8,8%). I SETTORI. La tabella in alto sintetizza l’andamento dei maggiori settori dell’industria bresciana. Anche in questo caso la linea del periodo ben sintetizza la tendenza e dice che cosa è accaduto. Facciamo alcuni esempi. L’abbigliamento ha toccato l’apice nel ’97, poi il settore ha fatto segnare un calo deciso della produzione da quota 100 a quota 60 per attestarsi infine a intorno a questo valore. La lettura è semplice: in un biennio il settore delle confezioni, uno di quelli che hanno fatto la storia dell’industria bresciana, ha perso qualcosa come il 40% della produzione. Un cambio strutturale per un settore che ha mantenuto a Brescia le funzioni creative, di controllo qualità e di marketing, ma che ha trasferito in aree a minore incidenza del costo del lavoro una parte significativa della produzione. Analoga, anche se meno dirompente, la caduta del calzaturiero. In un biennio l’indice ha perso una ventina di punti. Anche qui a pesare è stata la delocalizzazione produttiva. Colpisce però che dopo alcuni anni di tenuta, a partire dal 2002 il settore abbia ricominciato a perdere terreno. Per restare in ambito tessile, fa impressione la caduta dell’indice della produzione del settore maglie e calze: oltre il 50% in un biennio (tra il ’98 e il 2000), mai più recuperata. Infine il tessile, industria pesante (al contrario delle altre della filiera) che comporta investimenti in decine e decine di milioni. Un livello tecnologico che avrebbe dovuto consentire di reggere anche la concorrenza dei Paesi a basso costo del lavoro (vista la bassa incidenza della voce sul prodotto finale). Così è stato fino metà del 2001, quando la contrazione dei consumi ha mostrato i primi influssi sull’indice sceso a quota 85. È da quel momento che i grandi gruppi cominciano a pensare che delocalizzare è un imperativo categorico. Interessante l’analisi offerta della filiera dei metalli. Vediamo. Metallurgia e siderurgia tengono sostanzialmente quota 80, dopo una prima fase di caduta, ma all’interno di un andamento fatto di un continuo «su e giù». Dentro l’aggregato un ruolo importante l’ha avuto la siderurgia: i lunghi (tondo, vergella, travi) produzioni tipiche della siderurgia da forno elettrico, hanno messo a segno performance importanti, sia dal punto di vista della produzione che della redditività. Tengono le posizioni, pur in un continuo alternarsi di alti e bassi, la meccanica di precisione e la meccanica tradizionale. CRESCITA ESTERA. Per completare il quadro va detto che in questi anni Brescia è cresciuta all’estero. Una internazionalizzazione produttiva che le imprese bresciane hanno perseguito più in chiave di «controllo dei mercati» che non di delocalizzazione tout court. Anche se questo secondo corno della presenza estera in questi anni si è rafforzato. Vale anche la pena rimarcare che la crescita estera, il trasferimento di funzioni produttive oltre confine, ha portato ad una contrazione delle esportazioni percentualmente più rilevante rispetto a quelle lombarda. INVESTIMENTI A PICCO. Basterebbero queste linee di tendenza a dire che il «rischio declino» paventato da Aldo Bonomi è reale. Segno evidente che le difficoltà del sistema economico provinciale sono uscite dalla fase congiunturale per entrare in quella strutturale. Ma a preoccupare c’è anche un altro dato, il forte rallentamento degli investimenti. Gli acquisti di capitale fisso in termini reali nell’industria sono più che dimezzati nel periodo 1995- 2001 (il calo è stato del 61%). Il crollo è più collegabile al biennio di inizio periodo, mentre poi c’è una fase di rallentamento. L’analisi del «Rapporto sull’economia bresciana» giunto alla quinta edizione, mette in evidenza una accumulazione in declino, sia degli investimenti in generale che più specificatamente di quelli in impianti e macchinari. Una tendenza questa presente in tutte le dimensioni di impresa. Un dato reso ancora più preoccupante dal fatto che le immobilizzazioni immateriali, rispetto agli altri investimenti, sono decisamente contenute anche se si tiene conto che questa voce non comprende solo la «ricerca e lo sviluppo», ma anche altri titoli di investimento. Tutto questo segnala una difficoltà oggettiva del settore manifatturiero. Da un lato senza investimenti è difficile pensare che le imprese possano cogliere la ripresa, quando arriverà. Ma, quel che più preoccupa, è il dubbio che gli investimenti siano fermi, perchè gli imprenditori sono incerti su che fare. (lda)



GLI INDICATORI. Nei primi undici mesi dell’anno sono arrivate al capolinea 206 società. La cig totale in crescita del 65 per cento
Fallimenti: ritorno ai massimi; cassa e mobilità in volo

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Fallimenti in ripresa, cassa integrazione che esplode, freccia all’insu per le richieste di mobilità. Fallimenti, cassa e mobilità, sono la cartina di tornasole della salute di un sistema economico, il «grafico della febbre» di una economia. E a giudicare da questi indicatori la salute dell’industria bresciana è quanto meno cagionevole. I FALLIMENTI. Nei primi undici mesi dell’anno la sezione fallimentare del Tribunale di Brescia ha decretato il fallimento di 206 società; nel solo mese di novembre ne sono fallite 32. Il dato si confronta con le 183 del 2002 e le 166 del 2001. Un biennio, quello passato che già aveva evidenziato il recupero delle procedure, dopo quasi un decennio di continue riduzioni. E proprio il 2001, con i suoi 204 fallimenti, aveva segnato l’inversione di tendenza. Il 2002 aveva chiuso con un ulteriore strappo: 218 società fallite. Il 2003 batterà questo record. Il grosso dei fallimenti, lo ricordiamo, riguarda le società a responsabilità limitata, vale a dire la tipologia tipica delle piccole e medie imprese bresciane. LA CASSA INTEGRAZIONE. Il totale delle ore di cassa integrazione autorizzate nei primi undici mesi dell’anno è arrivato a quota 4,885 milioni, mettendo a segno un incremento del 65% rispetto allo stesso periodo del 2002. Dalla disarticolazione dei dati emerge che la totalità dell’aumento va ascritto alla cassa straordinaria, cresciuta addirittura del 517% dall’inizio dell’anno. I 2,757 milioni di ore evidenziano il passaggio da «congiunturale» a «strutturale» della crisi del nostro sistema industriale. Le ore autorizzate dal ministero del Lavoro, frutto di una intesa a tre - azienda, sindacato, ministero - vengono autorizzate per crisi industriale, ristrutturazione, chiusura. Dall’analisi dei numeri per categoria emerge chiaramente che a soffrire sono la meccanica e il tessile. Il settore meccanico, infatti, ha messo a segno un aumento dell’845% a 1,719 milioni di euro; il tessile del 525% a 536mila ore. LA MOBILITÀ. Passaggio finale della crisi è l’apertura di una procedura di mobilità (nella quasi totalità dei casi per cessata attività). È il momento nel quale la società decide il licenziamento di una parte o di tutti gli addetti in carico alla società. In venti mesi, vale a dire dal gennaio 2002, le richieste a Brescia hanno toccato quota duemila. In particolare alle 1.158 richieste del 2002 han fatto seguito le 855 richieste dei primi otto mesi del 2003.




Dal sistema-Paese al sistema-Distretto: nel mondo utilizzando le alleanze di filiera

Alessandro Cheula
BRESCIA

Se la Germania va all’estero con il proprio sistema-Paese, le imprese del Nord Est - si vedano i comprensori che stanno nascendo in Romania - vanno all’estero con i distretti, o meglio con il proprio sistema-Distretto. Che significa? Che le imprese venete hanno optato per le alleanze verticali di filiera in luogo delle alleanze orizzontali di prodotto, come si sta facendo ancora a Lumezzane (si veda il recente convegno sulla crisi dei casalinghi dove è uscita l’ennesima proposta di un consorzio tra aziende di posatieri). Ma le alleanze di filiera non bastano essendo un rimedio a valle della produzione che va applicato contestualmente alle risposte a monte. Tra queste ultime c’è la cartolarizzazione del credito, una strada già praticata da altre provincie e un modo innovativo per favorire l’accesso al credito a medio termine delle piccole e medie aziende che altrimenti non potrebbero attingere al mercato dei bond. Che significa? Si tratta di consentire il finanziamento delle Pmi innovative e/o competitive di un determinato distretto industriale attraverso l’emissione di obbligazioni garantite dai consorzi fidi. Aziende competitive, non solo innovative. Si può essere competitivi senza essere necessariamente innovativi, nel senso che si possono fare prodotti vecchi (maturi) con processi nuovi (moderni) e quindi efficienti (Lumezzane docet), come si può essere innovativi senza essere competitivi, nel senso che si possono fare prodotti nuovi (moderni) con processi vecchi (maturi) e quindi poco efficienti (si vedano i computer della Olivetti ai tempi di De Benedetti). La tipologia dell’industria bresciana insegna che un’azienda non è obsoleta per il fatto di essere matura: si possono fare abiti o posate guadagnando come si possono fabbricare computer o cellulari perdendo. Un’azienda è efficiente e quindi «moderna» e dunque «avanzata» non per quello che fa ma per come lo fa. Il problema è che purtroppo sta venendo meno il vantaggio competitivo dovuto al mix virtuoso prodotti maturi-processi moderni, nel senso che i prodotti maturi bresciani diventano sempre meno competitivi nella misura in cui anche i Paesi emergenti migliorano i processi. Ci siamo cullati troppo a lungo nella facile illusione che bastasse essere competitivi sui processi per esserlo anche sui prodotti. Non che non lo sapessimo, il fatto è che la Cina ci ha costretto a prenderne atto in tempi traumaticamente brevi. Ma se la grande industria è in crisi e il sistema-Paese non funziona, perchè non ricorrere al sistema-Distretto, l’unico retroterra concreto a disposizione delle Pmi? Concreto e realistico nonostante le note difficoltà in cui i distretti si dibattono a causa della irrisolta debolezza dovuta alla mancata attribuzione di specifiche deleghe e incisive funzioni. Certo occorrono convenienze e convergenze da parte dei principali attori finanziari operanti sul territorio quali banche, fondi di investimento e consorzi fidi, ma se ciò è stato fatto a Torino e Treviso perchè non è possibile anche a Brescia, una delle conclamate patrie dei distretti industriali italiani? Cosa impedisce a Lumezzane di importare l’esempio di Torino, dove Unicredit e Eurofidi hanno messo a disposizione 200 milioni di euro, o di applicare il precedente di Treviso dove sempre Unicredit con Neafidi ha fornito finanziamenti per 300 milioni di euro? Per spiegare la cartolarizzazione del credito alle Pmi basta rifarsi alle citate esperienze. La banca intermediaria, in collaborazione con i Confidi provinciali e regionali, lancia una campagna per l’erogazione di prestiti a medio termine a favore delle aziende di una determinata area (distretto). Viene creata una «società veicolo», alla quale la banca trasferisce l’intero portafoglio, che a sua volta emette obbligazioni (bond) alle quali viene assegnato un rating (voto) in base alla qualità complessiva delle aziende che hanno aderito. I bond di distretto vengono poi collocati presso investitori istituzionali; la banca provvede al finanziamento «ponte» dal quale rientra una volta collocate le obbligazioni. Ovviamente la cartolarizzazione del credito alle Pmi non può prescindere dal «rating di distretto», requisito necessario per gli stessi Confidi locali al fine di assolvere il loro ruolo nella cartolarizzazione. Ma per un rating all’altezza dei problemi urge un distretto all’altezza del rating. Occorre dunque ripensare il distretto, non solo finanziandolo con i bond ma rafforzandolo con nuove deleghe e potenziandolo con nuovi attori - imprese, banche, università e istituzioni - superandone l’ambiguità tra infrastruttura territoriale incompiuta e innovazione funzionale mancata. All’interno del distretto è necessaria una coesione tra poteri, risorse, conoscenze e competenze capace di fare squadra, rete, sistema e sinergia. Un’alleanza idonea a saldare la flessibilità della piccola impresa alla forza della filiera produttiva e alla coesione del distretto industriale. Ancora una volta occorre citare l’esempio tedesco. Se la Germania sa vendere all’estero il proprio sistema-Paese, perchè noi non riusciamo a proporre i distretti come sta facendo il Veneto in Romania? All’estero si va con i distretti, e la piccola impresa può competere all’estero solo con alleanze verticali dentro la filiera.