Nel 1931 il progetto di un attentato a Mussolini: lo studioso Paolo Palma ha ricostruito con documenti inediti la vicenda.
Ersilio Belloni e Luigi Delfini erano giunti in Italia dalla Svizzera clandestinamente:dentro una borsa conservavano un thermos contenente l’ordigno. Ma le cose non andarono secondo i loro piani



Nel febbraio del 1931 due uomini che si conoscevano appena, l'anarchico Ersilio Belloni, milanese, ex meccanico, e il giovanissimo Luigi Delfini, di Velletri, repubblicano, giunsero clandestinamente in Italia dalla Svizzera, aiutati da una banda di contrabbandieri. Destinazione prevista: la Capitale. In una borsa, nascosto in un thermos, Delfini portava un micidiale ordigno: una bomba con la quale far fuori Benito Mussolini e liberare così l'Italia dal giogo della tirannide. Belloni era stato incaricato dell'attentato vero e proprio, Delfini - che conosceva bene la città - aveva il compito di fargli da guida. I due dovevano far base in un appartamento del centro di Roma, in via del Vantaggio, affittato da affiliati romani di «Giustizia e Libertà». Le cose però non andarono secondo i piani. Durante la rocambolesca traversata del confine, Delfini si smarrì e i due attentatori arrivarono a Roma in date diverse. L'appartamento di via del Vantaggio era sotto controllo: la polizia fascista era riuscita a intercettare una lettera in cui si parlava dell'intenzione di usare quella sede per impiantare una tipografia clandestina. Belloni fu subito individuato, arrestato, tradotto in carcere e brutalmente torturato. Dopo un'iniziale resistenza, crollò. E raccontò agli inquirenti tutto l'affare della bomba. Iniziò così una vera e propria caccia all'uomo.
Delfini, braccato dagli sbirri fascisti, si aggirò per qualche giorno a Roma in cerca del compagno. Fu riconosciuto, in tram, da un poliziotto in borghese a causa di un "segno particolare" (era privo della mano destra, persa nel tentativo di sfuggire alla polizia mentre trasportava, anni prima, volantini antifascisti); fu acciuffato e anche lui sottoposto a orribili sevizie. Sotto tortura ammise il complotto. Ma sulla bomba riuscì a tenere duro, sostenendo di averla gettata nel Lago di Como dopo le vicissitudini dell'ingresso clandestino in Italia. Il tribunale speciale per la difesa dello Stato condannò i due cospiratori a 30 anni di carcere. Le leggi eccezionali fatte approvare da Mussolini prevedevano la pena di morte per chi avesse anche solo progettato materialmente di attentare alla vita del Duce. Molto peggio era andata ad altri cospiratori dello stesso periodo: Michele Schirru, Angelo Sbardellotto, Domenico Bovone furono fucilati a Forte Bravetta tra il 1931 e il 1932. Delfini e Belloni scamparono al plotone di esecuzione solo perché la famosa bomba - il corpo del reato, necessario per la condanna a morte - non fu mai trovata. Provvidenzialmente un parente di Delfini, presso il quale il giovane repubblicano era ospitato, aveva scoperto in casa la bomba e, per evitare guai ulteriori al congiunto, aveva provveduto a seppellirla alla Pineta Sacchetti, un parco alla periferia di Roma. Dagli interrogatori dei due antifascisti la polizia risalì rapidamente ai mandanti: gli ambienti di «Giustizia e Libertà» di Parigi (in particolare Alberto Tarchiani), l'anarchico Gino Bibbi e, a Lugano, a Randolfo Pacciardi, repubblicano mazziniano, il vero capo di quella centrale antifascista in territorio svizzero che fu una spina nel fianco del regime per molti anni: da Lugano, per esempio partì, il famoso raid aereo di Giovanni Bassanesi e Gioacchino Dolci che riuscirono a raggiungere Milano "bombardandola" di volantini antifascisti.
La vicenda, poco o per nulla conosciuta, del complotto Belloni-Delfini è narrata con efficacia stilistica e rigore storico nel libro Una bomba per il Duce. La centrale antifascista di Pacciardi a Lugano (1927-1933), edito da Rubbettino, appena giunto in libreria. L'autore, Paolo Palma, ha consultato una miriade impressionante di documenti, in massima parte inediti, per ricostruire con dovizia di particolari, anche dal punto di vista umano, sia l'attività antifascista e cospirativa che si svolgeva nella cittadina della Svizzera italiana all'ombra di Pacciardi, sia le contromosse studiate dall'apparato repressivo del ministero dell'interno fascista. Non mancano ne l libro di Palma particolari molto interessanti: come, ad esempio, il dibattito che coinvolge antifascisti di varia estrazione sulla liceità del tirannicidio e della strategia terroristica, con i cattolici Sturzo e Ferrari possibilisti sulla prima ipotesi, ma decisamente ostili alla seconda. Completa il volume una bella prefazione di Renato Moro che scrive pagine illuminanti sul tema dell'antifascismo democratico e repubblicano.

Giovanni Grasso
l'Avvenire 2 12 03