Noi e le moltitudini dell’Africa in marcia
LE MIGRAZIONI FUORI CONTROLLO
di ALBERTO RONCHEY

Con ogni ondata di migranti clandestini attraverso il Mediterraneo, ricorrono le apprensioni sullo scenario dell'Africa che «slitta verso l'Europa». Ci si domanda come sia possibile respingere o arginare l'afflusso di quelle moltitudini trasmigranti, quali siano i limiti sostenibili dell'accoglienza umanitaria e anche dell'asilo per quanti si dichiarano in massa profughi politici, quale sia propriamente il divario tra le popolazioni dei due continenti. La divulgazione su argomenti e notizie simili appare spesso generica, o reticente. Ma proprio in questi giorni è distribuito nelle librerie il Calendario Atlante De Agostini 2004, che pubblica cifre degne di riflessione. L'intera Europa, fino alla Russia, comprende 694 milioni di abitanti, mentre l'Africa oggi supera gli 818 milioni. Un secolo fa, 1904, l'Europa comprendeva 392 milioni di abitanti e l'Africa 170 milioni. Quale misura d'accoglienza è concepibile dinanzi al nomadismo africano, accelerato dall'esorbitante proliferazione umana?
A Nord e a Sud del Sahara, l'Africa in gran parte non conosce o non pratica la contraccezione, che invece veniva tentata già nel passato da qualche popolosa comunità europea. Esempio, i pescatori della Catalogna ricordano che nei loro villaggi tradizionali, secondo un'antica sapienza che raccomandava l'equilibrio tra prolificità umana e risorse, un primitivo assistente sociale o sanitario chiamato curandero distribuiva rimedi anticoncezionali ricavati dalle spugne. Sia memoria veridica o leggenda l'efficacia di quell'empirìa, basta considerare che in età premoderna veniva già compresa la questione della compatibilità fra economia e demografia.
Ora invece il «gigante africano» Nigeria, 118 milioni di abitanti, accresce la sua popolazione al ritmo del 2,8 per cento l'anno. Ma più ardua è la sussistenza in altre vaste regioni, spoglie fra l'altro di fonti energetiche o materie prime, dove tuttavia i ritmi di proliferazione raggiungono il 3 per cento l'anno, divario tra natalità e mortalità. Per alleviare quelle profonde miserie non sarà sufficiente condonare debiti, o prestare capitali destinati spesso a finanziare le guerre tribali. Né basterà mai concedere soccorsi alimentari, che a volte rovinano le agricolture locali o secondano la prolificità. E infine, anche accogliere l'emigrazione in Europa sarà un'impresa di scarsa utilità o vana finché non verrà limitato in qualche misura il potenziale moltiplicatore di quelle masse in espansione.
L'accoglienza dei migranti, oltre tutto, non è solo un problema di quantità, poiché include il grado d'integrazione possibile o verosimile delle comunità trapiantate, anzitutto fra i musulmani che vengono dal Maghreb o dal Senegal, dal Sudan o dalla Somalia e dall'intero mondo islamico fino ai sultanati della Malaysia. Secondo un recente studio di Bassam Tibi, pubblicato in Italia da Reset, nel 1950 vivevano in Europa occidentale 800 mila islamici, oggi risultano 17 milioni, saranno forse 30 milioni tra vent'anni. Si può dubitare di certi pronostici, ma è da ricordare che all'inizio degli anni '90 il Population Reference Bureau dell'Onu previde l'umanità dei 6 miliardi e oltre per l'anno 2000, come poi è stato. Può l'angusta Europa occidentale prendere a modello il melting pot americano, con le sue peculiari e prolungate sperimentazioni su immensi spazi? Sarebbe un rischio grave peccare di superficiale «ottimismo storico».