...pur non leggendo molti giornali. Come faranno?
La sinistra non vincerà più le elezioni. Mai più.
E non solo perché ha litigato con i décolleté esibiti alla prima del Moïse (l’Unità e Natalia Aspesi), ma perché poi, su di essa, incombe una minaccia: e cioè che se solo perde mezz’ora in un supermercato, Silvio Berlusconi, mago Mastro Lindo qual è, in quella mezz’ora si mette in saccoccia tutto il consenso nella sua forma più granitica e geometrica, ossia la massaia; se la mette al fianco nella sua più temibile battaglia e non ci sarà strascinata simil radical degna di Pelizza da Volpedo in grado di ribaltare la situazione.
“Nel meraviglioso mondo di Silvio B.”, già evocato da Concita De Gregorio su Repubblica, la massaia – non più rurale, bensì commerciale – ritorna a essere il fulcro dell’immediatezza.
Per parlare difficile possiamo dire che la massaia è quella che svela nella“gettatezza” la sostanza delle cose e se questa
ormai non guarda più i quotidiani (per come ha ricordato il Cavaliere), bene fa lo stesso Cavaliere ad adeguare il conseguente susseguente: “Non potete fermare il progresso”,
accattatevi il digitale.
Quelli che scrivono i giornali sono come i costruttori di carrozze di un tempo che non volevano il commercio delle automobili, pena declino, e declino cade su questa pagina se massaia non deciderà di leggerla e così via, sempre secondo dura regola del progresso.
E’ proprio questa fata fatta di carne proletaria e detta massaia la migliore alleata del progresso, della praticità e del governo del
reale. Non è l’angelo del focolare, piuttosto è natura, nonché struttura portante di ogni realismo.
La differenza tra la massaia e l’erinni dello Zeitgeist è che quest’ultima s’indigna per come va il mondo dove vengono
meno i diritti, mentre l’altra, invece, si preoccupa di non fare ossidare il servizio buono e d’insegnare i doveri ai propri
figli. Solo la massaia capisce l’importanza del fare anche controvoglia.
E solo la massaia è femminile perché deve appunto farli questi figli, deve crescerli, deve dominarli nel branco.
A dispetto delle incoricabili scienziate della complessità – magari
deliziose conversatrici in quel di salotto e nelle terrazze dell’establishment, zero totale nel caso d’averle accanto sull’autobus le massaie sono meno intelligenti ma più piacevoli. Apparentemente meno intelligenti, fanno mostra di non avere grilli per la testa e come nella parabola pragmatica del tirare avanti, le massaie, nell’aggiornata versione della massaia commerciale, annodano la vestaglia sul davanti e si affacciano sul balcone seguendo il richiamo dell’arrotino.
Solo Berlusconi, deus ex machina del melodramma pop, non poteva lasciarsi sfuggire questa sacerdotessa del tinello marron.
Il richiamo dell’arrotino
La sinistra perderà perché alle massaie offre l’uggia pauperista del minimal mentre al popolo delle poppe, urge zuppa di allegria. Neppure altri nel cosiddetto Polo delle libertà potranno avere sintonia con la massaia, solo Silvio B. che in una versione alta del suo “meraviglioso mondo”, sarebbe perfetto per ripetere con Ugo Tognazzi la scena della “Grande Abbuffata” di Marco Ferreri (repubblichino), quando Andrea Ferreol viene presa di peso e spiaccicata sulla polenta, seduta sulla tavola e maneggiata per impastare, con le meravigliose natiche di fattrice, farina e acqua. La punta di malizia ci vuole, e la massaia, infatti, nemica del disordine, ha le calze, la sottoveste e le spalle nude della diuturna fatica.
Capisce l’importanza di fare qualcosa anche con la voglia, la massaia.
E vuole vestire come Emanuela Folliero alla prima della Scala. Scollata e scollacciata, come per continuare ad annodare la sua vestaglia sul davanti.
Seguendo il richiamo dell’arrotino.
P. But. su il Foglio
saluti




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