...Azeglio Ciampi
C’è un articolo della Costituzione, il 74, che autorizza il presidente della Repubblica a rinviare alle Camere una legge, “prima di promulgarla”, con messaggio motivato che chiede una nuova deliberazione. “Se le Camere approvano nuovamente la legge”, aggiunge la Carta, “questa deve essere promulgata”.
Il presidente ha il potere di autorizzare o meno un disegno di legge del governo, e su questo Carlo Azeglio Ciampi già decise per il sì quando la legge Gasparri fu approvata e poi andò in Parlamento.
Ma ha poi la facoltà di esercitare un ultimo controllo preventivo, per motivi che è tenuto a spiegare, sulle decisioni a maggioranza di deputati e senatori.
Se questi ultimi sono convinti dal messaggio motivato, possono cambiare la legge o ritirarla; oppure possono rivotarla così com’è, e allora il capo dello Stato non ha più niente da dire e deve firmare.
Premere sul Quirinale in un senso o nell’altro, nel caso della combattuta legge Gasparri su stampa e tv, è segno di poco stile. Il centrosinistra di stile costituzionale ne ha poco, e ha messo in scena una brutale campagna di pressioni sulla “fine della democrazia” o sulla “fine della libertà d’informazione”, contando sulla complicità e il sostegno aperto di editori che promuovono i loro interessi (autentici) ogni volta che parlano del conflitto di interessi del premier (autentico).
Pazienza, sono cose che raccontiamo da mesi.
Ma il frutto avvelenato di questa campagna è di colorire malamente, in vista di un incendio politico e civile, l’eventuale “no” del Quirinale.
Qui nasce un problema per Ciampi.
Un problema politico serio.
Quale che sia la sua motivazione, a questo punto, il diniego a firmare di Ciampi determinerebbe un clima di asprezza inaudita, e tutto il progetto politico del presidente, accompagnare il sistema dell’alternanza al suo compimento evitando una nuova crisi istituzionale, verrebbe messo in discussione.
Può essere che la maggioranza si spacchi sull’ipotesi di rivotare la legge, ma può essere, anzi è probabile, che questo non avvenga. In tal caso avremmo la legge, ma anche un virtuale passaggio all’opposizione del presidente della Repubblica.
Cioè la fine del suo forte potere di persuasione e controllo nella vita italiana.
Un epilogo disastroso per una storia personale che è sempre riuscita ad esercitare generosamente poteri arbitrali e tecnici considerati una risorsa di serietà e di rispettabilità per la Repubblica.
Ciampi ha un’alternativa al cedimento alle pressioni o a una deliberazione impulsiva della sua coscienza: continuare a essere se stesso, a lavorare per ridurre le anomalie italiane nel senso da molti auspicato (anche da noi), ma senza rimettere in discussione la sovranità del voto e del mandato parlamentare.
Se promulga una legge di cui la maggioranza è responsabile di fronte agli elettori, e che non mette in discussione le libertà italiane, non perde niente della sua autorevolezza e imparzialità. Se non la promulga, nelle circostanze avvelenate che i suoi sedicenti amici gli hanno approntato con il girotondo intorno al Quirinale, mette l’una e l’altra a rischio in un gioco politico che potrebbe non riuscire a governare con il suo stile di civil servant. E’ libero di scegliere, e qualunque sua scelta sarà da noi rispettata.
Ma deve sapere che cosa sceglie sul piano politico e personale.
Ferrara su il Foglio di oggi




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