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    Predefinito Strage di Primavalle: Ecco la verità

    Fonte: Area


    Il libro, però, nel ripercorrere la storia del movimento nato intorno all’esperienza della rivista Potere Operaio, appunto, su iniziativa di personaggi come Franco Piperno, Toni Negri, Oreste Scalzone, Lanfranco Pace, Valerio Morucci, Jaroslav Novack, Emilio Vesce e Sergio Bologna, affronta (forse per la prima volta, attraverso la testimonianza diretta e inedita di coloro che ricoprivano ruoli di responsabilità all’interno dell’organizzazione) la spaventosa vicenda della strage di Primavalle. Sono pagine tanto straordinarie quanto agghiaccianti quelle sul rogo della notte tra il 15 e 16 aprile 1973, nel quale vennero arsi vivi i fratelli Mattei, condensate nel capitolo "Quelli dell’arancia meccanica".

    Il racconto che ne esce fuori è talmente orribile, devastante (in particolare per tutto quel clima di istigazione all’odio che fa da prodromo ai fatti di Primavalle) che vale la pena ripercorrerlo così com’è, passo dopo passo, senza tagli od omissioni. "Nella primavera del 1973 Mario Mattei era il segretario della sezione Msi di Primavalle. Stefano e Virgilio Mattei erano due dei suoi sei figli con i quali viveva, insieme alla moglie, in un appartamento di appena due stanze al terzo piano di un edificio popolare. Achille Lollo era un militante di Potere Operaio di appena 22 anni e, come lui, lo erano anche Marino Clavo, di 26 anni, e Manlio Grillo, il più vecchio dei tre, di 33 anni. Francesco Amato era, invece, il giudice istruttore, che fu chiamato a occuparsi di una delle più tristi e tragiche pagine della storia di quegli anni. La notte tra il 15 e il 16 aprile qualcuno versò della benzina sulla faccia esterna della porta d’ingresso e sul pianerottolo dell’abitazione dei Mattei, e un recipiente di plastica, della capacità volumetrica non inferiore a cinque litri, con dentro ancora del carburante, fu appoggiato accanto alla porta d’entrata. Accesa la benzina, l’incendio divampò. Mario Mattei, svegliato di soprassalto e terrorizzato, nel tentativo di salvare sé e i suoi familiari, aprì la porta di ingresso finendo per facilitare l’estendersi delle fiamme nell’angusto appartamento. Sul tombino della fogna, nel cortile, mentre il fuoco stava bruciando i corpi di due ragazzi, chiunque avrebbe potuto leggere un cartello lasciato dagli attentatori e formato con carta autoadesiva e con fogli di quaderno a quadretti con su scritto le seguenti parole: "Brigata Tanas - Guerra di classe - Morte ai fascisti - La sede del Msi - Mattei e Schiavoncino - colpiti dalla giustizia proletaria".

    "Nel rogo morirono i due giovani Mattei. Gli altri famigliari rimasero feriti, alcuni dei quali in maniera grave. La Brigata Tanas, "una squadra di azione militare e illegale" com’era definita in un manifesto ciclostilato rinvenuto nell’abitazione di Lollo, si era già distinta nei giorni precedenti per aver messo a segno un paio di attentati contro la sede del Msi di Primavalle e contro un’auto di un simpatizzante dello stesso partito. Sempre a casa del più giovane dei tre militanti di Potere Operaio furono sequestrati un manoscritto con indicati nominativi e indirizzi degli aderenti al Msi da punire, oltre a una lettera a Lollo in cui si parlava di una fornitura per il 27 gennaio 1973.

    "La notizia della strage suscitò una profonda emozione e nei giorni immediatamente successivi apparve evidente, almeno agli investigatori, il coinvolgimento, quantomeno indiretto, di Potere Operaio. Gli alibi che altri due esponenti del gruppo, Diana Perrone e Paolo Gaeta, avevano inizialmente fornito crollarono più o meno spontaneamente. Achille Lollo venne arrestato il 18 aprile, mentre Grillo e Clavo si diedero alla latitanza".

    La ricostruzione di Grandi, anche se un po’ viziata da una sorta di "giustificazionismo a priori" dei vertici di Potop, entra nel vivo della vicenda, andando a risvegliare antiche, ma inquietanti memorie. "Piperno fu sconvolto, come gli altri del resto, nell’apprendere la notizia. In fin dei conti, Lollo era pur sempre uno dei militanti più attivi del gruppo, anche dei più indisciplinati, però. La morte dei fratelli Mattei divenne un atto di accusa contro la gestione romana di Potere Operaio - ricorda Paolo Lapponi - e quindi politicamente contro Franco Piperno. L’accusa si basava sul semplice sospetto che gli autori del drammatico attentato potessero essere militanti di Potere Operaio. Ma noi eravamo all’oscuro di tutto. Io stesso, che ancora ero responsabile dei servizi d’ordine di Roma, non sapevo nulla di come erano andate veramente le cose. Il nostro problema, infatti, drammatico e urgentissimo, era decidere subito se difendere i tre compagni accusati della tragedia, poiché la notizia era ormai già trapelata. Che fare, quindi, non sapendo come stavano esattamente le cose? Potere Operaio non aveva certo come obiettivo organizzare attentati contro i fascisti, ma noi non potevamo essere sicuri se alcuni militanti avessero agito in completa autonomia".

    Prosegue Lapponi, nel testo racconto dall’autore de La generazione degli anni perduti: "Rintracciai miracolosamente Achille Lollo e riunimmo subito la segreteria romana. Franco Piperno chiese subito, e ripetutamente, ad Achille Lollo di rispondere sinceramente se era stato lui uno degli autori dell’attentato. Lollo negò disperatamente e quindi Franco, dopo un lungo sospiro, lo invitò a tornare a casa e ad aspettare con fiducia gli eventi. Il giorno dopo Achille venne arrestato. Subito dopo, molti di noi della segreteria romana accusammo Piperno di grande ingenuità. In queste condizioni di terribile dubbio, si decise a Roma che, comunque, i compagni sarebbero stati difesi".

    Da questo momento, la vicenda prende una piega da far accapponare la pelle. "Il giorno successivo alla strage Lanfranco Pace ricevette la visita di alcuni compagni, fidati e che conosceva bene, della sezione di Primavalle. "vennero a dirmi - racconta Pace - che secondo loro c’erano dei sospetti su alcuni interni alla sezione, dei puri e duri che avevano voluto far vedere di essere più bravi di quelli, come ad esempio Peo Tecce, che la sezione la dirigevano. Non volli crederci, ma restai ugualmente sconvolto. Andai subito da Piperno e lui, come me, non volle nemmeno osare di pensare che nostri militanti si fossero resi responsabili di una infamia del genere. Dette comunque mandato a Valerio Morucci e Jaro Novak di incontrare questi frazionisti dissidenti e di appurare come stessero effettivamente le cose. Avutoli di fronte, davanti alle professioni di innocenza ruppe gli indugi: "Se siete innocenti - disse - andate a dormire a casa". L’unico che rientrò fu Achille Lollo, Clavo e Grillo si resero irreperibili. Rimanemmo con il dubbio e io, a dire la verità, mi ero accorto quando quei compagni di Primavalle erano venuti da me, poiché li conoscevo e sapevo che potevo fidarmi, che purtroppo qualcosa di vero doveva esserci".

    Pace va avanti come uno schiacciasassi: "Però, come più volte è accaduto in quegli anni e non solo a noi, fummo costretti ad assumere la difesa nonostante la loro colpevolezza e così montammo una controinchiesta che ebbe l’effetto di farli assolvere in primo grado dall’accusa di concorso in omicidio". Vale la pena ricordare che proprio di questa controinchiesta da voltastomaco Area ha scritto, dandone tutti i riferimenti, sul numero di aprile in un articolo dal titolo "16 aprile 1973, il martirio dei fratelli Mattei": si trattava del volume Primavalle, incendio a porte chiuse (Savelli Editore, pp. 284, con tanto di fascetta bianca che recitava "Achille Lollo è innocente - Ecco le prove"). La tesi avanzata dal dossier di Potop era questa: faida interna agli ambienti missini, nata e "sviluppatasi nel verminaio della sezione fascista di quartiere", la sezione Giarabub di Primavalle, dove militavano i Mattei, appunto. "Perché facemmo questo?", si domanda dopo tanti anni Pace. "Perché non c’erano alternative. Se fossimo stati dei veri rivoluzionari avremmo dovuto ucciderli e farli ritrovare magari su qualche spiaggia deserta. E del resto non potevamo nemmeno denunciarli ai magistrati. Decidemmo così di difenderli fino in fondo". E aggiunge Grandi: "Anche a costo di scrivere, raccontare, annunciare, denunciare presunti complotti, trame oscure, attività persecutorie poste in essere da tutti, da spie e agenti di chissà quale servizio o ufficio, dai fascisti come dai giudici".

    E qui arriva il bello. "Chi, invece, volle andare fino in fondo, fu Valerio Morucci. Il gruppo era stato messo violentemente sotto accusa. Da tutti, dagli altri gruppi in particolare che vedevano in quella tragedia la conferma dell’avventurismo di cui avevano sempre tacciato Potere Operaio. "Non sapevamo come spiegarci bene cosa fosse successo - racconta Morucci - Il responsabile delle squadre, Paolo Lapponi, diceva che non ne sapeva alcunché e c’era da credergli. Ma gli altri tre, Lollo, Grillo e Clavo, erano abbastanza matti da aver fatto una cosa del genere. Incontrai Piperno e gli dissi di lasciarmeli per cinque minuti e avrei scoperto la verità. Mi rispose che noi non potevamo usare mezzi che non avremmo usato nella società che volevamo costruire. Gli feci notare che, continuando così, ci avrebbero fatto a pezzi, ma lui non si spostò di una virgola. Io ero arrabbiatissimo che si usassero le buone maniere con degli irresponsabili che avevano messo a repentaglio l’esistenza stessa del gruppo".

    E qui, il colpo di scena. Inedito e terribile. "Fu così", scrive Grandi, "che, all’insaputa di Piperno, allora segretario nazionale del gruppo, Morucci, accompagnato da Jaro Novack, partì per le colline sopra Firenze dove, aveva saputo, si nascondeva Marino Clavo. "Era lì - ricorda Morucci - rannicchiato nella poltrona davanti a me. Con un segno, come se ci fossimo messi d’accordo in precedenza, mandai Jaro a dare un’occhiata fuori della porta di casa. Poi, dopo che mi tranquillizzò dicendomi che era tutto a posto, afferrai la borsa che avevo portato con me e tirai fuori la Walter Ppk. Senza nemmeno guardare Clavo e senza nemmeno aprire bocca, avvitai il silenziatore sulla canna. Quindi appoggiai la pistola accanto a me sul divano. A quel punto gli dissi che sarebbe stato meglio se mi avesse detto come erano andate le cose. Clavo osservò l’arma, dopodiché iniziò a raccontarmi senza mai interrompersi tutta la storia". Aggiunge Grandi: "Che Lollo fosse un matto, uno che aveva corso il rischio di ammazzare degli operai con quell’attentato a Sulmona l’anno precedente era cosa risaputa […] Achille Lollo era un violento, senza scrupoli, superficiale, incosciente, appartenente a quella leva di militanti che, a Roma, si era aggregata al gruppo quasi esclusivamente per menare le mani". Dagli altri militanti venivano, infatti chiamati anche "quelli dell’Arancia Meccanica".

    Conclude Grandi, nel patetico tentativo di assolvere una volta per tutte i vertici di Potop: "Non c’era stato alcun piano di Potere Operaio per appiccare l’incendio all’appartamento della famiglia Mattei: "Noi però - ammette Giorgio Accascina - dicevamo sempre, e lo scrivevamo sul nostro giornale, che ogni fascista era un nemico. Fino a quando qualcuno lo prese alla lettera, magari per fare un salto di qualità"". Già, di qualità…



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    BRAVO BRAVO TI FIRMI CON IL SIMBOLO DI GN E POI LEGGI AREA CHE E' MENSILE DI AN...
    NATURALMENTE SCHERZO PUOI LEGGERE CHE CAZZO VUOI NON DEVO DECIDERLO IO.

 

 

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