ELENA CURTI RIPERCORRE LA SUA ESISTENZA DA CHIODO A TRE PUNTE
Le conversazioni telefoniche notturne e quell'ultimo viaggio sulla via di Dongo: una vita da Mussolini

Era più tardi del solito, verso mezzanotte, quando Mussolini chiamò al telefono la sua amante Angela Cucciati. Ma quella sera non trovò all'apparecchio la bella donna che aveva “scippato” al sansepolcrista milanese Bruno Curti. A sollevare il ricevitore fu invece la figlia di Angela, Elena. Mussolini non volle che la ragazza disturbasse la madre, che a quell'ora si era già coricata. «Che stavi facendo?», chiese il Duce a Elena. «Studiavo». «Che cosa studiavi?». «Le dispense di teoretica». «Come sei vestita?», domandò curioso Mussolini. «Con un vestito blu», fu la risposta. «Mi piace il blu», replicò con un pizzico di civetteria l'inquilino di Palazzo Venezia.
Il dialogo è tratto dal bel libro autobiografico (Il chiodo a tre punte, Gianni Iuculano editore, 224 pagine, 15 euro) che Elena Curti ha pubblicato, rivelandosi definitivamente per quella che è: la figlia naturale del Duce. Nata il 19 ottobre 1922, nove giorni prima della Marcia su Roma, Elena non era il frutto delle gioie matrimoniali di sua madre e del povero Bruno Curti, che ai tempi delle prime scappatelle extraconiugali di Angela si trovava pure in carcere. Per tutta la vita, questa signora ora anziana ha cercato di risalire alle origini dell'enigma che ha dominato la sua vita. Ora che la sua identità l'ha finalmente trovata, accettando di essere figlia di due padri, quello biologico e quello legale, Elena vive il crepuscolo della sua esistenza in un luogo remoto della sterminata provincia italiana che preferisce non rendere noto. Ma è significativo che, dopo decenni trascorsi all'estero, in Spagna, l'ex ragazza di Salò che volle seguire suo padre, il Duce, mentre andava a morire sul lago di Como, sia tornata a vivere in Italia. Si è riconciliata con sé stessa, ha ritrovato la pace interiore, ricomponendo i pezzi della sua complessa identità. Del lungo rapporto sentimentale che legò sua madre al Duce ci regala piccoli frammenti, raccolti con garbo e grazia. E' un Mussolini inedito, quello che esce dalle sue pagine, gentile e delicato nei rapporti intimi con le persone a lui care. Un uomo fragile, dall'equilibrio psicofisico molto precario, solitario fino al solipsismo, reso cinico e diffidente dall'aver sperimentato, nella ferocia della lotta politica, la bassezza morale dei suoi simili. E, proprio per questo, estremamente bisognoso di rapporti umani autentici; avido non tanto di sesso, quanto di tenerezze e finezze femminili. Era come se bramasse di poter guardare la vita anche dal suo “lato rosa”. Per questo, si comprende la ragione per la quale il Duce amò, per oltre vent'anni, la dolce Angela: era una donna semplice, che sapeva regalargli momenti distensivi, di autentica serenità. Mussolini - ci racconta oggi Elena - fuggiva dai suoi impegni di Stato per «rapire» Angela e portarla con sé per poche ore di (quasi) innocente evasione: una volta, a Castel Porziano, per scorrazzare insieme in motoscafo lungo il litorale verso Anzio e Nettuno. I primi ricordi dell'infanzia della figlia illegittima del Duce sono legati alle partenze di sua madre: a quel fare e disfare la valigie che coincideva con i viaggi a Roma per incontrare l'amante clandestino. «Nella capitale - racconta Elena - mia madre alloggiava sempre nello stesso albergo. Per un certo periodo di tempo al Quirinale in via Nazionale, poi, importunata da un tizio che l'aveva seguita e aveva scoperto il suo segreto, se ne andò e scelte un nuovo albergo, il Minerva, vicino al Pantheon».
Per restare vicina al “suo” Benito, diviso tra numerose donne, se non addirittura conteso, ad un certo punto, separatasi dal marito, Angela si trasferì a Roma con la figlia. Soltanto una sera d'estate del 1942, volle rivelare a Elena la verità su chi fosse suo padre. Fin dall'anno precedente, la fiamma milanese del Duce aveva agito, dall'una e dall'altra parte, perché genitore e figlia si incontrassero e si riconoscessero come tali. Con molto tatto, ma altrettanta fermezza di decisione, la bella Angela preparò il terreno. Una volta appresa la realtà e conosciuto da vicino Mussolini, nelle vesti inedite non di padre della Patria, ma di papà un po' imbranato, Elena si sentì avvinta da una sorta di rigetto. Solo ora lo ammette, a denti stretti: il fatto che il Duce si fosse manifestato, epifanizzato, come suo padre soltanto quando lei aveva vent'anni, le suscitava un senso di disgusto e, quasi, di ribrezzo. Sentì che era stata derubata di qualcosa che appartiene alla sfera più recondita della natura umana: le era mancata una vera figura paterna. Aveva, sì, due padri: ma, in pratica, era come se non ne avesse nessuno. L'uno, distante e assorto nelle sue meditazioni sulla caducità del potere, ora che stava cominciando ad assaggiare la polvere. L'altro, era il marito di sua madre, che un giorno l'aveva rapita per non sentirsi un povero cristo senza figlia, oltre che senza compagna. Se a Mussolini mancava il “lato rosa” della vita, a Elena era stato negato quello “azzurro”.
Dopo il crollo del 25 luglio 1943, la giovane Curti volle seguire Mussolini nella sua ultima avventura: il governo di Salò. Entrò nell'entourage di Pavolini, segretario del partito fascista repubblicano. Ogni giovedì pomeriggio, alle tre, Elena era ricevuta da papà nel suo studio, a Villa delle Orsoline, sul lago di Garda. Si trattava di incontri privati, ma in quei dialoghi affioravano non di rado anche questioni politiche delicate. Elena Curti fu estremamente leale e coraggiosa nel suo rapporto con l'ormai declinante e patetico Mussolini. Lo sfidò a essere più energico, invitandolo a ritrovare l'antico piglio volitivo. E, forse, per la prima volta, lo amò. Quello che è certo è che, sulla via di Dongo, si unì a lui salendo sulla famosa autoblinda nella quale viaggiava anche Claretta Petacci. Al momento del fermo della colonna dei nazisti e dei fascisti, e cioè prima dell'arresto del Duce e dei gerarchi, la Curti associa un'immagine. Quella di un Mussolini che tiene con sé una busta di pelle. Forse si trattava delle famose lettere che componevano il suo carteggio con Churchill. Elena non lo ha mai saputo, ma rivela che il Duce, seduto nell'autoblinda, la guardò e, indicando la busta che teneva sulle ginocchia, le disse queste precise parole: «Qui ci sono dei documenti di estrema importanza. Qui c'è la verità di come sono andate le cose e chi sono i veri responsabili della guerra. Il mondo deve saperlo e si sorprenderà». Diversamente dai gerarchi, la figlia segreta del Duce scampò al massacro di Dongo. Per sapere come, però, dovete leggere il libro.

Il Riformista
4 12 03