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    Predefinito Padanismo e Tradizionalismo Cattolico

    Mi permetto di riproporre una discussione nata sul forum Padania per sentire anche le vostre opinioni.
    In esso si afferma che il Padanismo sia incompatibile con il tradizionalismo cattolico ma più legato ad una religiosità naturale e al culto degli alberi e delle sorgenti.
    Io invece penso che i valori dei popoli padano-alpini siano fermamente radicati nella visione cattolica dell'uomo e della società.
    Padania libera fino all'indipendenza

  2. #2
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    Predefinito

    Il padanismo è la riscoperta delle identità etniche,culturali,storiche,linguistiche dei Popoli Alpino-Padani. Delle nostre Tradizioni. Quindi anche della Tradizione Cattolica che è il fulcro su cui si sono sviluppate le Nazioni Alpino-Padane dai liberi comuni all'Impero.
    Chi intende per padanismo una religiosità naturale legata al culto degli alberi e delle sorgenti ha sbagliato parola: è paganismo!
    Tutta la storia della Padania è intrisa della Tradizione Cattolica (attenzione: da non confondere con quella della odierna chiesa sincretista e massonica):
    dalle Crociate (
    Giovanni de Raude, vessillifero alla prima crociata, fu il primo ad entrare nella città santa il 15 luglio 1099 e a piantarvi la bandiera crociata)
    alla Insorgenze alla battaglia di Lepanto e di Vienna contro i Turchi.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #3
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    Che i valori dei Popoli Alpino-Padani siano radicati nel Tradizionalismo Cattolico lo dimostra il numero 29 dei Quaderni Padani

    http://www.laliberacompagniapadana.o...ri/Somm_29.pdf

    Periodico Bimestrale Anno VI - N. 29 - Maggio-Giugno 2000
    Questo numero dei Quaderni è stato curato da Andrea Rognoni
    Per una geofilosofia delle Insorgenze
    padane - Andrea Rognoni 1
    Atlante delle insorgenze padane 5
    Viva Maria! Le insorgenze liguri
    antigiacobine (1792-1814) - Flavio Grisolia 11
    La crisi dirigenziale della Repubblica di Genova
    alla fine del ’700 - Genialisti e giansenisti
    contro gli insorgenti - Raimondo Gatto 27
    Insorgenze piemontesi e partigiani “barbetti”
    dell’epoca napoleonica - Mariella Pintus 33
    Branda Lucioni, un eroe padano - Ottone Gerboli 38
    Le insorgenze popolari
    controrivoluzionarie in Lombardia nel periodo
    napoleonico - Oscar Sanguinetti 41
    Le insorgenze antigiacobine bergamasche
    (29-30 marzo 1797) - Fabio Bonaiti 48
    Le Pasque Veronesi - Maurizio G. Ruggiero 50
    La “Vandea estense” - Alina Mestriner Benassi 56
    L’insorgenza in Emilia
    e Romagna - Francesco Mario Agnoli 63
    Quegli autonomisti
    di duecento anni fa - Gilberto Oneto 81
    Repertorio di canti delle insorgenze piemontesi
    e trentino-tirolesi - Francesco Mario Agnoli 85
    Note sui simboli degli insorgenti 89
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #4
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    Predefinito Quei leghisti di duecento anni fa

    Nella ribellione dei popoli padani si nascondeva
    la voglia di difendere la propria terra


    di Gilberto Oneto

    Sulle Insorgenze - si sa - il regime italione ha messo una pesante e imbarazzata coltre di silenzio: le sue componenti sinistre per la loro complice filiazione giacobina e quelle destre per la mai nascosta ammirazione per il cesarismo bonapartista e per tutti i suoi orpelli imperiali romani. Tutti assieme tacciono perché hanno sempre descritto la Rivoluzione francese e le sue (ignobili) propaggini italiane come i veri prodromi del successivo processo di unificazione in un confuso tripudio di sanculotti e camicie rosse, Napoleoni primi e terzi, tricolori messi per dritto o per traverso. Si tratta di un atteggiamento che si basa su comunanze forti e oggettive: le imprese di giacobini e di patrioti risorgimentali sono strettamente cucite fra di loro dagli stessi fili massonici, anticlericali e nazionalisti. In questa ottica, non possono che passare per volgari briganti di strada o per irriducibili reazionari sobillati dai preti tutti quelli che si sono opposti in armi alle radiose conquiste progressiste molto significativamente rappresentate da una Repubblica italiana e poi da un Regno d’Italia che portavano nel nome (riesumato dopo secoli di onesto e meritato oblio) il legame con antiche oppressioni. A condannare le Insorgenze negli sgabuzzini della grande storia hanno paradossalmente contribuito anche taluni laudatori che le hanno descritte come movimenti in difesa "del Trono e dell’Altare", e cioè - di fatto - come jacqueries bigotte, codine e prezzolate. Che è proprio come i giacobini hanno sempre cercato di bollarle denigrandole. Invece (va detto per rispetto della verità) le Insorgenze sono state di più e di meglio. In alcune pagine molto belle, Francisco Elìas de Tejada descrive i "sacri imperativi" per cui lottavano i Carlisti di Navarra: "Dios, Patria, Fueros y Rey". Con tutta certezza possiamo dire che queste fossero le motivazioni dietro le quali si sono sviluppati tutti i movimenti di resistenza antigiacobina e antinapoleonica d’Europa. Ogni momento, paese o circostanza hanno miscelato gli ingredienti con diversi dosaggi: talora era prevalente la motivazione religiosa e la difesa della tradizione cattolica, altre volte era il sentimento di amore per la propria terra e la sua cultura a prendere il sopravvento, spesso era la determinata difesa degli antichi diritti (i "Fueros" baschi), delle franchigie e delle autonomie che avevano regolato la vita e le libertà delle comunità locali per secoli. Altre volte ancora era, infine, il desiderio di confermare le autorità statuali legittime. In ciascuna delle Insorgenze troviamo mescolate in maniera spesso inestricabile queste quattro pulsioni ideali ma ciascuna le ha coniugate in forma propria e originale. E’ innegabile che nelle Insorgenze padane fosse prevalente l’esigenza della determinata difesa delle antiche libertà locali sancite da Statuti, da franchigie e da diritti spesso conquistati con lotte lunghe e sanguinose. In qualche modo anche la tradizione religiosa e l’attaccamento alla patria erano (e sono) interpretati come parti organiche del diritto naturale all’autonomia. E’ anche in coerenza con questo sentimento che, purtroppo, i movimenti insorgenti non sono mai riusciti a trovare uno stabile coordinamento riproponendo una propensione per il particolarismo che è da sempre la forza ma anche la debolezza della vicenda padana. C’è un lungo, robusto filo rosso (di sangue, di passione, come la Croce di San Giorgio) che connette le antiche tribù celtiche ai Comuni medievali, agli Insorgenti e a tutti quelli che oggi combattono per le libertà delle comunità padane.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  5. #5
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    Quando il popolo insorse contro le false libertà

    di Elena Percivaldi

    Duecentomila persone, uomini e donne, insorti nei vari Stati della Penisola, con decine di migliaia di morti in cruenti battaglie. È questo il dato principale che emerge dal fenomeno delle Insorgenze, una vera e propria catena rivoluzionaria che vide protagonisti la gente e il popolo, che con zappe, rastrelli e bastoni si opposero ai fucili e ai cannoni guidati dagli eserciti invasori francesi. E a questa autentica contro-rivoluzione di popolo, di cui non si parla né sui libri di scuola, né nei salotti della cultura di regime, l’Ares (Associazione ricerche e studi, via Stradivari 7, Milano, telefono 02- 29514202, fax 02- 29520163) ha dedicato ieri e dedica oggi un intero convegno, che ha visto e vede la partecipazione dei più illustri studiosi e cultori della materia. Gli episodi in questione accaddero tra il 1792 e il 1815, quando un intero esercito invasore si addentrò in Italia percorrendola in lungo e in largo, trucidando sulla strada migliaia di uomini, donne, bambini, radendo al suolo i villaggi, depredando il popolo delle sue ricchezze, svuotando i Monti di pietà, gli ospedali e le case dei ricchi e bruciando quelle dei poveri. Migliaia le violenze e gli stupri ai danni delle donne, indifferentemente civili e religiose; innumerevoli le profanazioni di chiese ed edifici sacri, e i saccheggi a palazzi e a musei. Ma il popolo non stette a guardare. Genti in tutta la penisola, e soprattutto in tutto il Nord, presero le armi per difendere la propria terra, la propria famiglia, i propri valori che derivavano da una profonda fede cattolica e dalla penetrazione secolare della Chiesa negli animi e nelle identità, insomma, le proprie profonde radici culturali e religiose. Tutto questo contro chi voleva imporre i nuovi, "falsi valori", di un’ipotetica libertà, uguaglianza e fraternità tra uomini che ribadiva con la violenza un individualismo spinto all’estremo prescindendo - e anzi attaccando con virulenza - i valori fondanti della comunità. Al tutto si aggiunse il fenomeno dell’attacco frontale alla religione e alla Chiesa, uno dei collanti - se non il collante - principali della società del cosiddetto "antico regime", colpito al cuore per essere sostituito dai "moderni" valori della Dea Ragione e dal sovvertimento dell’ordine sociale tradizionale.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Branda De' Lucioni, un eroe padano
    di Gilberto Oneto

    La storia ci ha tramandato le vicende incredibili di alcuni eroici cavalieri confederati che si erano spinti all’interno delle linee unioniste. Qualcuno di loro è ancora oggi ricordato con entusiasmo: uomini come John Mosby, Harry Gilmor, John D. Imboden, John Morgan, sono diventati eroi popolari celebrati da fumetti, libri e da pellicole cinematografiche. C’è una storia simile, anche più grandiosa, perché non costituita da semplici raids ma da una guerra di liberazione portata da un prode coraggioso e guascone a cui nessuno ha mai dedicato descrizioni avventurose perché era padano e stava dalla parte sbagliata rispetto alla retorica tricolore.
    Pochi hanno sentito parlare delle gesta di Branda de’ Lucioni. Eppure è una storia particolarmente significativa perché è una sorta di paradigma delle nostre aspirazioni comunitarie. Il riferimento è innanzitutto geografico: tocca tutta la Padania, dal Veneto alla Liguria. E’ anche geopolitico: era un eroe che si muoveva in un contesto culturale e militare molto decisamente mitteleuropeo. Di grande significanza è anche il riferimento ideologico: combatteva contro i Giacobini e a capo di contadini-soldati che difendevano i propri paesi, le proprie terre e le loro antiche libertà. Infine perché si trattava di un eroe padanamente spaccone, spavaldo e rissoso che faceva di testa sua, al di fuori degli schemi più stantii, spinto dalla voglia di liberare la sua terra.
    Oggi quasi nessuno ricorda Branda, non c’è una via dedicata a lui, non se ne ricordano tanto neanche gli autonomisti. Come tanti altri eroi padani, anche lui è rimasto vittima di una ben orchestrata congiura del silenzio, di una “damnatio memoriae” ordita dalla peggiore retorica patriottarda italiona.
    Come nome di battesimo aveva uno strano Branda, di cognome faceva Lucioni ed era nato nel 1740 a Vimperk nella Boemia meridionale, dove il padre Giuseppe (originario di Abbiate Guazzone, una frazione di Tradate) era tenente nella locale guarnigione. Militare imperiale come il padre, Branda sposa a Gallarate una Maria Teresa di Trezzo d’Adda, si sposta in varie guarnigioni col reggimento Wurmster, sempre distinguendosi per il suo carattere rissoso e spavaldo. Nel 1799 la Padania è occupata dai Francesi ma l’annuncio della ripresa delle ostilità da parte degli Imperiali scatena ovunque l’insorgenza popolare. Il reggimento Wurmster combatte a Legnago e a Magnano, partecipa alla liberazione di Mantova e poi, quando il grosso dell’Armata austro-russa si avvia verso Milano, viene spedito a Modena, poi verso la Liguria, dove assedia Genova. Il cinquantanovenne Maggiore Lucioni si stacca dal suo reparto, passa da Parma e da Cremona e si presenta a Milano: gli è stato affidato un drappello di cavalieri col compito di precedere l’esercito, incalzare i Francesi e organizzare i rivoltosi. La sua avventura vera inizia con un raid la mattina del 28 aprile 1799. Parte da Novegro e con un paio di drappelli si spinge in Milano, ancora francese, si fa vedere spavaldo al caffè “detto del Mazza” in Piazza Duomo, si fa ricevere dall’arcivescovo, si auto invita a pranzo dalla municipalità, abbatte l’albero della libertà e l’immancabile statua di Bruto eretta in Piazza Mercanti. La sua spavalderia disorienta i Francesi e rianima i Milanesi che insorgono e accolgono il giorno dopo gli austro-russi che entrano nella città liberata. E’ solo l’inizio di una incredibile avventura. Branda raccoglie i suoi cavalieri e, assieme a un numero crescente di volontari padani (che assumeranno il nome di Massa Cristiana), si dirige su Cuggiono e Boffalora. Il 29 aprile passa il Ticino e solleva i contadini. In pochi giorni libera Novara, Vercelli e Santhia. Qui la massa si divide in più colonne. Una si dirige su Biella e poi su Ivrea e Aosta, che viene liberata nella notte fra il 6 e 7 maggio 1799 dall’assalto congiunto della Massa e del locale “Regiment des soques”. Un’altra va verso Trino e Chivasso e punta su Torino. Il 5 maggio Branda installa il suo quartiere generale a Chivasso. Il 14 occupa tutte le località attorno a Torino che di fatto assedia bloccandovi gli occupanti. Gli alleati arrivano in città il 24 e vi entrano il 25. La Massa procede allora verso sud e la Liguria. Libera numerose città e apre la strada all’esercito regolare. Si scioglie ufficialmente il 5 giugno a Pecetto torinese. La guerra sembra vinta e tutti, tranne qualche gruppo che continua a operare autonomamente sull’Appennino ligure, se ne tornano alle loro case. Anche Branda se ne va in pensione a Vicenza dove morirà il 22 agosto del 1803. L’epopea segnerà i suoi nemici che erano terrorizzati al punto da trasformare il nome proprio di Branda in una denominazione di genere con cui indicare tutti gli insorgenti. “Brandeggiare” diventa addirittura sinonimo di compiere gesti spavaldi, di “guasconare”. Nel dizionario pubblicato nel 1830 da Casimiro Zalli si trova scritto: «Branda, o Brandalucion, ovvero Brandalucionista, nome originato dal Maggior giubilato Branda de’ Lucioni, il quale l’anno 1799 fece il precursore delle Armate Austro-Russe, quando s’avanzavano verso il Piemonte. Questi, avendo fatto masse di villani, ed altri realisti o nemici dei Francesi, furono quindi dall’anno 1800 per disprezzo chiamati Branda, brandoni, brandalucionisti, tutti li amici della Casa di Savoja, e tutti quelli, che valevansi calunniar o render sospetti» e più avanti «Brandé, verbo giusta il predetto significato, contare, o sparger novelle, o far progetti sfavorevoli al governo francese, “faire le royaliste”».
    Al di là della vicenda delle Insorgenze, della loro importanza e delle azioni militari, e della stravagante e forte personalità dell’autore, l’avventura del Branda è per noi importante anche per i suoi risvolti simbolici. Era un lombardo fedele servitore dell’Impero; nato in Boemia e vissuto sempre fra Padania e Austria, un perfetto prodotto della cultura della Mitteleuropa; con le sue gesta aveva dimostrato un grande attaccamento alla Lombardia, intesa nel significato antico di Padania. La sua guerra aveva toccato l’intera regione: partito dal Veneto, aveva percorso i Ducati emiliani e poi la Lombardia, il Piemonte, la Valle d’Aosta e la Liguria. Il percorso della sua avventura è una sorta di filo che lega, anche attraverso la gloria delle Insorgenze, le varie parti del solido patchwork padano. La rapida e splendida cavalcata di Branda de’ Lucioni è stata sottratta al criminale silenzio della storiografia tricolore e di tutti i suoi storici faziosi da una serie di annotazioni apparse di recente su alcune opere dedicate alle insorgenze antifrancesi. Ma è soprattutto un documentatissimo libro di Marco Albera e di Oscar Sanguinetti che oggi ce la descrive in dettaglio. Il libro (Il maggiore Branda de’ Lucioni e la Massa cristiana, Libreria Piemontese Editrice, 1999, 143 pagine) è bello, ben costruito e documentato, solo appena guastato da una nota stonata nella Premessa, il solito accenno del tutto fuori luogo a una inesistente identità italiana, a un sentimento che non esiste, che non ci tocca e che era sicuramente sconosciuto al Branda, lombardo, mitteleuropeo e padano. Il libro può essere richiesto all’Istituto per la Storia delle Insorgenze - Via Castelmorrone, 8 - 20129 Milano - tel. e Fax 02 730514 - E mail isinmi@tiscalinet.it
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    Der Wehrwolf

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    Nuova Lepanto chi risponde?


    di Gilberto Oneto

    Ieri erano 429 anni da uno degli eventi più importanti della storia del mondo. Quel giorno una larga fetta della Cristianità aveva messo da parte odi e divisioni e si era impegnata in una battaglia decisiva contro un nemico mortale che la stava aggredendo e che cercava di cancellarla dalla storia. L’eroismo e il sacrificio di quei nostri antenati ha permesso alla nostra civiltà di vivere e di continuare il suo cammino - nel bene e nel male - fino a oggi. Quel giorno si è però fatta anche la conta di chi aveva risposto all’appello e aveva avuto le budella di giocarsi tutto, e di chi invece s’era imboscato, si era chiamato fuori, di chi era rimasto a guardare (lasciando ad altri l’incombenza della comune difesa) o di chi - addirittura - trescava col nemico. Vediamo chi c’era e chi non c’era. Il primo dato ci viene dalla composizione della flotta europea: su 208 navi, 110 erano veneziane, 22 genovesi, 3 piemontesi, 12 dei Cavalieri toscani di Santo Stefano, 9 dei Cavalieri di Malta, 8 pontificie e 44 imperiali. In particolare, gli equipaggi delle navi con il vessillo di San Marco provenivano da Venezia (60), da Creta (30), dalle Isole Ionie (7), dalla Dalmazia (8) e dalle città di terraferma (5). Gran parte delle fanterie imbarcate erano imperiali e perciò formate da Castigliani, Catalani, Baschi, Olandesi, Lombardi, Tedeschi e Napoletani. Le fanterie veneziane erano composte da Veneti, Lombardi, Friulani e Schiavoni (Croati di Dalmazia e Serbi della Crajna). C’era quasi tutta l’Europa cattolica. Fra gli assenti molti erano ampiamente giustificati: Austriaci, Polacchi, Tedeschi e Ungheresi erano impegnati contro i Turchi sul fronte terrestre. Il primo assedio di Vienna era stato rotto solo nel 1529 e scontri grandiosi avvenivano in continuazione in Slovenia, Ungheria e Valacchia. C’erano anche però due assenti ingiustificati. I Portoghesi erano divisi da una forte rivalità dagli Spagnoli e non avrebbero mai accettato di sottostare al loro comando. La loro dissociazione non era ideologica ma politica: in realtà i Portoghesi combattevano una loro guerra contro i Musulmani sulle coste atlantiche del Maghreb ma anche con ardite incursioni ad oriente, l’ultima delle quali era stata la sfortunata spedizione del 1517 nel Mar Rosso. I Francesi invece non avevano nessuna valida ragione per non esserci. Nel passato i Franchi erano sempre stati in primissima linea nella lotta per la difesa della Cristianità, da Poitiers alle Crociate: questa assenza era dovuta sicuramente alla rivalità con la Spagna ma soprattutto all’inizio di una politica di ambigui ammiccamenti (sfociata in trattati di cooperazione e di amicizia politica) nei confronti dei Turchi che assumevano le connotazioni inquietanti di un sempre più chiaro tradimento degli interessi vitali dell’Europa cristiana. Questo atteggiamento bifido non era neppure giustificato dalla difesa di interessi economici: anche Venezia, Genova e altri potentati europei avevano nel tempo stipulato accordi commerciali con i Musulmani ma non per questo erano mai venuti meno ai loro impegni verso la difesa della civiltà e delle libertà d’Europa. Gli unici Francesi e Occitani presenti a Lepanto a difendere l’onore cristiano delle loro terre si trovavano fra le eroiche fila dei Cavalieri di Malta o sulle navi nizzarde del Conte di Savoia. La Cristianità era allora poi già divisa da un antico scisma ad oriente e dal più recente e sanguinoso strappo riformista a occidente. Ben diverso era l’atteggiamento di questi fratelli separati. Il mondo ortodosso, dopo la caduta di Costantinopoli (frutto amaro delle divisioni nel campo cristiano) languiva in larga parte sotto l’oppressione turca ma era scosso da continui moti di resistenza e di ribellione, soprattutto in Transilvania e sui monti serbi di Kossovo e Metochia. La Russia (la più grande nazione ortodossa che aveva raccolto l’eredità simbolica e politica di Costantinopoli) era impegnata in un terribile scontro con i potentati islamici dell’Asia centrale: quello stesso 1571 i Tartari di Crimea si erano spinti fino a Mosca incendiandola. Gli Ortodossi erano comunque molto degnamente rappresentati a Lepanto dagli equipaggi di 37 navi veneziane provenienti da Candia e dalle isole ioniche, e dagli schiavoni della Crajna dalmata. I Protestanti erano invece del tutto assenti per ragioni geografiche (l’Europa nord-occidentale era lontana dal pericolo islamico) e “ideologiche” che avevano anche a che fare con l’atteggiamento originariamente assunto da Lutero in una delle sue Tesi («E’ peccato resistere ai Turchi, perché la Provvidenza si serve di questa nazione infedele per punire le iniquità del suo popolo», poi modificato con la più tarda pubblicazione di due libri: Preghiera contro il Turco e Della guerra contro i Turchi) che ha però evidentemente lasciato il segno ed è servito da comodo alibi di disimpegno, e con il livore anticattolico che fa sintomaticamente somigliare certe frange puritane al più truculento islamismo. Oggi l’Europa sta vivendo esperienze che cominciano drammaticamente a somigliare a quelle di quei secoli lontani. La pressione islamica torna a farsi sentire prepotentemente non più solo ai confini o sulle coste, ma nelle città e nel cuore stesso della Cristianità. Allora la Padania aveva un ruolo primario nella lotta (con due terzi delle navi schierate a Lepanto, con alcuni dei più grandi comandanti imperiali e con un papa piemontese - Pio V - che era l’animatore dell’unità dei popoli cristiani) e oggi si ritrova ancora in prima fila perché è il paese più fortemente investito dalla nuova invasione. Da qui deve ripartire lo spirito di resistenza. Come a Lepanto, si può oggi fare la conta dei presenti e degli assenti: noi padanisti ci siamo e qualche segno di vitalità comincia a scuotere anche la Chiesa e le molli schiere cattoliche. Come allora, qualcuno è anche dichiaratamente schierato con i nuovi Turchi: comunisti, cainisti, mardani, mafiosi, opportunisti, mondialisti - si sa - sono dall’altra parte. Ma tutti gli altri mancano all’appello: quelli che dicono di essere nostri alleati dove sono?
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    Ancora una volta sulla piana dei merli

    di Gilberto Oneto

    In questi giorni, molti, anche fra i nostri, si chiedono perché gli indipendentisti padani appoggino la Serbia contro il Kosovo che chiede autonomia e indipendenza. In più, molti si ricordano che in passato siamo stati feroci nemici della Serbia quando questa negava libertà a Sloveni e Croati. Perché questo diverso atteggiamento? Cos'è cambiato? Il diritto all'autodeterminazione è legato a una serie di condizioni che lo differenziano da una manifestazione di opinioni stravaganti ed extemporanee e ne fanno appunto un diritto naturale. La prima di queste condizioni è rappresentata dall'esistenza di una comunità e dal suo forte legame con il territorio. In altre parole deve esistere un gruppo umano che sia omogeneo per discendenza, lingua, cultura, esperienza storica, caratteri socio-economici e - soprattutto - per manifesta volontà di aggregazione. Questo deve essere radicato alla terra su cui vive, deve esserne parte fisica, spirituale e simbolica: una patria, una heimat (che suona meglio come "matria") è un insieme di tradizioni, storia, stirpe, esperienze, sacrifici, lavoro, cultura e volontà. Se una comunità diversa si insedia su di un territorio e vi diviene per qualche ragione maggioranza non costituisce una matria: è uno dei principi che ha sempre sostenuto un autonomista onesto e intelligente come François Fontan ed è lo stesso principio che è stato applicato anni fa nei paesi baltici quando hanno votato per la loro indipendenza dall'Urss. Si sono potuti esprimere solo quelli che vi vivevano prima dell'occupazione sovietica e i loro discendenti diretti, e non gli immigrati russi che sono stati trasferiti lì proprio per stravolgere gli assetti etnolinguistici (e politici) dell'area. I Kossovari sono albanesi illirici che sono stati insediati nel cuore dell'antica Serbia dagli occupanti ottomani per fiaccare la fiera resistenza dei nativi e che si sono riprodotti con efficienza terzomondista diventando nel tempo maggioranza della popolazione locale. La seconda condizione riguarda i principi stessi di autonomismo, libertà e rispetto per le differenze. Per essere rispettati occorre innanzitutto essere rispettabili: i Musulmani sono l'essenza stessa della negazione di ogni differenza e libertà; professano sopraffazione e intolleranza aggressiva. Assoggettarci a chi ci vuole distruggere non è liberalità, è masochismo. Il problema va poi inquadrato nell'ambito di un più che millenario scontro mortale fra l'Europa e il mondo islamico che l'aggredisce per distruggerne libertà e civiltà. Bosnia, Albania e Kosovo sono tre teste di ponte islamiche nel cuore dell'Europa, sono altrettante bombe a orologeria lasciate dai Turchi nella loro ritirata dai Balcani, il pericoloso detrito di una sanguinosa occupazione. Poiché la storia dei popoli è un caposaldo importante del loro presente e del loro futuro, è anche fondamentale ricordare che è stato grazie al tradimento degli Albanesi kossovari che i Turchi riuscirono a sopraffare l'eroica resistenza della Serbia cristiana. I seicentodieci anni che ci separano dalla triste giornata della Piana dei Merli (quando i Turchi batterono l'esercito serbo e ne occuparono la terra) valgono nelle valli del Kosovo poco più di qualche settimana: da una parte ci sono ancora le armate cristiane e dall'altra un'orda islamica che vuole sommergere tutto. Questa volta con strani alleati provenienti dall'ex Nuovo Mondo. E qui si viene all'attualità e all'immoralità dell'odierna aggressione alla Serbia. È ipocrita appellarsi a presunti motivi umanitari: non ci sono solo morti kossovari, ci sono anche morti serbi uccisi da bombe americane maneggiate dai giannizzeri dell'UCK o sganciate da Americani purosangue (si fa per dire). Ma se proprio si vogliono impedire i massacri di popolazioni civili (ma con quale diritto e con che faccia li vogliono impedire proprio loro, gli eroi di Wounded Knee, di Hiroshima e di My Lai, o del Cermis…), perché non occuparsi con uguale slancio umanitario del Ruanda, del Tibet, dei Cristiani sudanesi e indonesiani, dei Kurdi? Se si vuole veramente affermare l'universalità e l'intangibilità del diritto naturale all'autodeterminazione perché non si difendono gli Irlandesi, i Baschi o i Corsi? Perché non si bombardano gli aeroporti messicani, le città israeliane o i porti turchi? O perché non si intraprendono operazioni di dissuasione contro i confortevoli locali dello studio del dottor Papalia? Forse che i diritti dei Padani valgono meno di quelli di tutti gli altri? La NATO poi era sorta come un'alleanza difensiva destinata a proteggere i suoi membri da attacchi esterni: sulla base di quale decisione politica, di quale democratica scelta popolare è diventata una struttura offensiva che si dedica ad operazioni di guerra contro paesi sovrani che non hanno mai minacciato la sicurezza di nessuno dei suoi membri? Cosa ne dicono tutti quei pacifisti della mutua che strepitavano per il Vietnam, tutti quei comunisti trinariciuti e ipocriti che hanno passato una vita a berciare contro gli Amerikani? E' certamente un ardito e nobile esercizio di internazionalismo proletario quello di un Presidente del Consiglio comunista che regge la coda a chi bombarda i suoi ex compagni. Né le origini arabe che qualcuno gli attribuisce rendono meno odioso il suo tentativo di emulazione dei minuti servizi di Monica Lewinsky, sia pur trasferiti nel figurato (e sanguinario) campo della politica delle cannoniere. Gli avvenimenti del Kosovo, proprio come quelli di Albania e di Bosnia, sono un "intreccio di interessi islamico-mafiosi" (non lo diciamo noi ma Kiro Nikolovski su Limes), e quella regione è una delle pedine fondamentali di questo nuovo assalto all'Europa effettuato da un inusitato sodalizio di saraceni, picciotti, spacciatori, grembiulini e cow boys. Lazzaro Hrebeljanovic, principe di Serbia fu trucidato dal turco Bajezid e il suo esercito sconfitto alla Piana dei Merli con l'aiuto dei Kossovari traditori guidati da Costantino di Küstendil. Seguirono sei secoli di lotte, di sangue e di dolore prima che l'Europa riuscisse a ricacciare i Musulmani fuori dal suo territorio. Forse Lazzaro non era uno stinco di santo ma difendeva l'Europa cristiana. Neanche Slobodan Milosevic è uno stinco di santo ma oggi combatte una battaglia che somiglia a quella dei suoi avi molto di più di quel che si creda. Da che parte dovremmo stare?
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    LO SCENARIO
    Un’Europa libera da saraceni e cowboy

    di Gilberto Oneto

    Approfittando delle guerre napoleoniche e della sanguinosa occupazione francese della penisola iberica, le colonie spagnole e portoghesi in America latina si ribellarono ai rispettivi Stati colonialisti e proclamarono fra il 1808 e il 1826 la loro indipendenza. Caduto Napoleone e finito l’incubo giacobino e rivoluzionario, gli Stati europei - uniti nella Santa Alleanza partorita al Congresso di Vienna - si adoperarono per ripristinare nella maggioranza dei casi la situazione geopolitica precedente la rivoluzione. Le loro attenzioni non potevano non rivolgersi anche all’America centro-meridionale per difendere gli interessi della monarchia spagnola che vi era stata espulsa. Alle pretese europee si opposero però prima l’Inghilterra (che era diventata la prima potenza navale e che stava cominciando a costruire il suo immenso impero) e poi gli Stati Uniti, che temevano ogni ritorno degli Stati europei sul nuovo continente. In particolare, nel suo annuale messaggio al Congresso, il 2 dicembre 1823, l’allora presidente James Monroe delineò la linea politica che sarebbe poi passata alla storia (e all’applicazione) col suo nome, "Dottrina Monroe".
    Lo schema si articolava su quattro punti qualificanti, così descritti:
    1) "Avendo i continenti americani assunto e mantenuto condizione di libertà e di indipendenza, non potranno essere considerati oggetto di future colonizzazioni da parte di alcuna potenza europea".
    2) "Il sistema politico delle potenze alleate (gli Stati della Santa Alleanza europea, ndr) è assolutamente differente […] da quello dell’America […]. Noi dovremo considerare qualsiasi loro tentativo mirante a introdurre il loro sistema in una qualsiasi parte di questo emisfero come pericoloso per la nostra pace e la nostra sicurezza".
    3) "Non siamo intervenuti e non interverremo nei riguardi delle attuali colonie o territori dipendenti da qualsiasi potenza europea".
    4) "Non abbiamo mai preso parte alcuna alle guerre combattute dalle potenze europee per questioni riferentesi ai loro specifici interessi, né il farlo sarebbe consono con la nostra politica".La puntuale applicazione dei primi due punti ha avuto una conseguenza storica importantissima: l’espulsione delle potenze europee dal continente americano e, in particolare, lo smantellamento del potere coloniale spagnolo, e la loro sostituzione da parte degli Stati Uniti come supremo protettore e padrone. Ogni tentativo europeo di reinstallarsi in America viene rintuzzato con vigore: approfittando della Guerra Civile americana (la cosiddetta Guerra di Secessione), la Francia pone l’arciduca Massimiliano sul trono del Messico a garanzia del proprio protettorato, fra il 1862 e il 1867. Liquidati faticosamente e sanguinosamente i Confederati (che avevano goduto della prudente amicizia di Francia e Inghilterra), gli Stati Uniti costringono i Francesi a sloggiare e fanno fucilare l’eroico Massimiliano abbandonato al suo destino da Napoleone III.
    Più tardi, nel 1895, ne fa le spese l’Inghilterra che aveva mire sul Venezuela. In quella occasione il segretario di Stato Richard Olney (presidente era Grover Cleveland) dichiarò con brutale sincerità: "Oggi gli Stati Uniti sono praticamente sovrani di questo continente, e le loro decisioni sono legge per i soggetti che sono inclusi nella loro sfera di intervento". Più chiaro di così.
    Tre anni più tardi toccò alla Spagna ad essere violentemente espulsa dalle sue ultime colonie "storiche" di Cuba e di Portorico.
    Dopo gli Europei, sono però stati i Latinoamericani a fare le spese della "protezione" statunitense: il Messico che è stato numerose volte aggredito militarmente (1846-1848, 1914-1916) e depredato di California, Nuovo Messico e Texas; nel 1903 viene occupato l’istmo di Panama dove i Francesi stavano progettando di aprire il canale poi fatto dagli Americani. Il presidente Rutherford Birchard Hayes aveva nel 1879 affermato che il canale era da considerarsi come "costruito sulle coste stesse degli Stati Uniti".L’interpretazione geografica della "Dottrina Monroe" trova poi generosi allargamenti verso ovest: nel 1867 vengono "liberate" le Midway, nel 1898 le Hawaii, Guam e le Filippine, e nel 1899 le Samoa.
    Se hanno rispettato fin troppo scrupolosamente i primi due punti, gli Americani si sono però ben guardati dal rispettare l’ultimo che avrebbe dovuto escluderli dalle vicende europee.
    Infatti nella prima e nella seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si sono pesantemente impicciati nelle "questioni riferentesi agli specifici interessi" degli Europei, e hanno da allora continuato a farlo (più o meno alla luce del sole), fino all’attuale "eroica" guerra contro la Serbia, che vede l’Inghilterra nell’ormai abituale ruolo di maggiordomo e tutti gli altri Paesi europei in quello di pecoroni pavidi e masochisti. Essi hanno, di fatto, cominciato ad applicare la "Dottrina Monroe" al mondo intero, interpretato come loro "sfera d’influenza" e quindi soggetto alla loro sovranità e alle loro decisioni. La storia sembra riproporsi, ma al contrario. Questa volta sono gli Americani che mettono pesantemente il naso negli affari europei e dovrebbero essere gli Europei a elaborarsi una loro "Dottrina Monroe". Non servirebbe neppure studiare un testo diverso: basta fare piccoli adattamenti a quello originario, che potrebbe diventare una cosa di questo genere:
    1) "Avendo il continente europeo assunto e mantenuto condizione di libertà e di indipendenza, non potrà essere considerato oggetto di future colonizzazioni da parte di alcuna potenza straniera".
    2) "Il sistema politico delle potenze extraeuropee è assolutamente differente da quello dell’Europa. Noi dovremo considerare qualsiasi loro tentativo mirante a introdurre il loro sistema in una qualsiasi parte di questo continente come pericoloso per la nostra pace e la nostra sicurezza".
    3) "Non siamo intervenuti e non interverremo nei riguardi dei territori attualmente dipendenti da qualsiasi potenza straniera".
    4) "Non intendiamo prendere parte alcuna alle guerre combattute dalle potenze extraeuropee per questioni riferentesi ai loro specifici interessi, né il farlo sarebbe consono con la nostra politica".
    Non farebbe una grinza. C’è tutto quello che serve per difendere le nostre libertà e tenere lontani i prepotenti che vengono da lontano. C’è anche la clausola che protegge i "territori attualmente dipendenti da qualsiasi potenza straniera" e che va a fagiolo per l’Inghilterra (se vuole continuare ad essere un peduncolo d’America). Attenzione: si è detto Inghilterra e non Gran Bretagna, giacché Ulster, Scozia, Galles, Cornovaglia, isole Normanne e Gibilterra sono Paesi europei e hanno tutto il diritto di scegliere se stare con le altre tribù europee.
    Vogliamo costruire un’Europa di popoli liberi che stanno assieme se vogliono stare assieme, che litigano se hanno voglia di litigare. Ma fra di noi, senza saraceni sanguinari e senza cowboy prepotenti.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  10. #10
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    Mi sembra che gli articoli di Oneto siano molto chiari.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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