Il Gazzettino Mercoledì, 17 Dicembre 2003
Caro Gazzettino,
dunque il signor Adel Smith ne ha fatto un'altra delle sue, scaraventando il crocifisso fuori dalla finestra dell'ospedale dov'era stata ricoverata sua mamma. Evidentemente questo signore (anche se «signore» per uno così è decisamente una parola fuori posto), sconfessato clamorosamente dalla magistratura dopo che un maldestro giudice di provincia gli aveva garantito un quarto d'ora di celebrità, ha deciso di infischiarsene e di continuare a spadroneggiare in casa d'altri.
Il gesto dell'ospedale la dice ben più lunga della precedente vicenda del crocifisso a scuola: perché lì questo Smith si era limitato ad avanzare una richiesta, sia pure sciocca e offensiva; sarebbe bastato respingerla, come 999 giudici su 1000 avrebbero fatto, e tutto sarebbe passato nel dimenticatoio: è stata la sentenza di un altro a garantire titoli e notorietà allo Smith.
Invece, nel caso dell'ospedale questo energumeno non si è limitato a chiedere: quando non gli hanno risposto subito, ha agito in prima persona, comportandosi da villano in casa d'altri, e offendendo il sentimento religioso di milioni di persone.
A questo punto, a mio avviso c'è una sola cosa da fare: prenderlo ed espellerlo dall'Italia. Se questo Paese gli sta tanto indigesto, se quel crocifisso che è alle basi della nostra stessa civiltà gli dà tanto fastidio, i casi sono due: o se ne va da solo, o lo cacciamo via noi.
E che si accomodi pure da qualche altra parte, dove magari troverà normative e soprattutto persone molto meno pazienti e tolleranti di noi italiani nei confronti di chi dimostra di disprezzare le usanze e le norme del Paese in cui vive. Non si trova bene? Si cerchi casa altrove, magari in qualche Stato islamico, dove se non rispetta le norme non gli danno titoli sui giornali e primi piani in Tv: lo spediscono in carcerce, se non addirittura gli tagliano la testa.
Marino Lovison - Treviso
Caro Lovison,
in uno Stato di diritto ci sono delle norme da rispettare e delle regole da seguire. Decidere di cacciare qualcuno via dall'Italia per i suoi inqualificabili comportamenti, significherebbe mettersi sul suo stesso piano: il signor Smith pagherà nelle sedi competenti il costo delle sue azioni, secondo quanto previsto dalle leggi; e sarà la magistratura, non l'opinione pubblica, a stabilire come. Quanto ad andarsene da solo, non se ne parla nemmeno: sta fin troppo bene dov'è, auto-concedendosi qualifiche, titoli e gesti che fanno di un signor nessuno un protagonista.
E qui sta forse la vera risposta che possiamo dare a questo capitan Fanfulla in versione sedicente islamica: ignorarlo. Perché il suo vero scopo è richiamare l'attenzione su di sè, recitando a fare il personaggio anche a costo di sprofondare nel ridicolo. «Prima di scagliare il crocifisso dalla finestra ho preso le precauzioni perché non si rompesse», ha dichiarato: cos'ha fatto, l'ha impacchettato per bene dopo averlo immerso nel polistirolo?
Quando uno arriva a strumentalizzare perfino sua madre, e per giunta una madre sofferente, pur di finire sotto i riflettori, questo comportamento si commenta e soprattutto si qualifica, anzi si squalifica, da sè. Giriamogli le spalle, facciamolo sprofondare nel silenzio. Non ci mancherà.
CASO CROCIFISSO
Smith faccia curare sua madre in un ospedale musulmano
Caro Direttore,
sono una musulmana e vorrei dire al signor Smith che se non vuole che sia madre veda un crocifisso può sempre farla curare in un ospedale afghano o iraniano. Di sicuro nel momento in cui cerchiamo di costruire un clima di convivenza e tolleranza, lui ci sta rovinando tutto. Non abbiamo bisogno di gente come lui.
Una donna etiope
Il Gazzettino Mercoledì, 17 Dicembre 2003
Una banda di quattro cinesi assalta, armi in pugno, un laboratorio di confezioni. Bottino: 9 mila euro
Diciotto operai legati e imbavagliati
Tra questi anche Lucia, all’ottavo mese di gravidanza. Un giovane in ospedale per lo shock
Hanno vissuto lunghi momenti di terrore 18 operai cinesi (assieme ad alcuni italiani) legati e sequestrati per un'ora all'interno del loro laboratorio dai rapinatori. Tra i lavoratori dagli occhi a mandorla c'era anche "Lucia", il suo nome italiano, la cugina di "Valentina", 40 anni, titolare del laboratorio di confezion, proveniente come tutti gli altri dalla provincia di Zejhang.
Tra l'altro Lucia è incinta e partorirà il prossimo mese. Pur legata e spaventata non ha subito conseguenze, mentre un 25 enne è stato portato in ambulanza all'ospedale di Piove di Sacco in stato di shock. «Sono entrati come furie - ci ha dichiarato Lucia ieri pomeriggio - ci hanno legati e poi hanno preso dei capi confezionati. Quando finalmente se ne sono andati hanno lasciato un disastro a terra, abbiamo lavorato tutta la mattina per rimettere a posto».
«Conosco solo Valentina - racconta l'esercente del vicino bar-trattoria - di solito viene a far colazione al mattino e pranza da noi qualche volta, gente tranquilla che non crea alcun problema». Il laboratorio e l'abitazione al primo piano sono stati ricavati da una vecchia casa colonica. L'entrata è a sud, e volge le spalle alla Statale Piovese 516. Un restauro bene effettuato su metà del rustico con balconi in legno alla veneziana, l'altra metà è disabitata. Dalle piccole finestrelle quadrate si vedono ancora gli stalli per le bestie.
Ieri mattina, sull'aia, un cinese era alle prese con un mastello pieno di pesci; con il coltello era intento a togliere le lische e ricavare filetti. «Poi li secchiamo e li affumichiamo» spiega Lucia. Non solo laboratorio, insomma: nelle comunità cinesi viene fatto tutto in casa, ai lavoratori viene assicurato vitto ed alloggio. Escono poco, se non mai. Una comunità chiusa. Ma evidentemente non immune agli attacchi della malavita, soprattutto di quella degli stessi connazionali.
Gianni Patella




Rispondi Citando