Nonstante il fallimento di Cancun prosegue la politica delle privatizzazioni imposte dall'organismo internazionale.

Il fallimento della conferenza del Wto a Cancun ha bloccato l'approvazione dei nefasti accordi Gats. Se fossero passati, i Gats avrebbero costretto tutti i paesi del mondo a privatizzare i propri "servizi", concetto con cui il Wto comprende sanità, educazione e acqua. Il fallimento del progetto di rendere obbligatoria per tutti la privatizzazione dell'acqua non significa però che la progressiva concentrazione di questo bene nelle mani di poche multinazionali si sia fermata. E' una strategia che va avanti da anni grazie a complicità importanti che, oltre a imporre le privatizzazioni, garantiscono che le spese per i profitti di pochi siano pagate dalla collettività.
Strumento principe di questa strategia è la Banca Mondiale. Se vogliono avere accesso ai fondi per finanziare qualsiasi progetto i paesi debbono accettare di "aprire al mercato" ogni settore, e soprattutto quello delle risorse idriche per il quale le multinazionali ricevono direttamente dalla Banca i fondi per acquisire o rinnovare acquedotti e reti idriche. Attualmente la Banca investe in simili progetti circa 20 miliardi di dollari, attraverso i quali spera di lanciare un mercato potenziale valutato intorno ai 1000 miliardi di dollari. Non deve quindi stupire che grandi multinazionali dell'agrochimica scottate dal crollo del biotech, come Monsanto, decidano di "collaborare" con entusiasmo a questo tipo di progetti di "sviluppo sostenibile".

Lo "sviluppo sostenibile" fondato sul partenariato fra pubblico e privato, del resto, è stato il principale metodo per canalizzare gli aiuti internazionali verso il nobile scopo della privatizzazione dell'acqua fin dai primi anni Novanta. In questo modo la Banca ha imposto i programmi di privatizzazione all'Argentina, al Cile, al Messico, alla Malesia, alla Nigeria e in alcuni stati indiani. In Cile sono state imposte condizioni di prestito tali da garantire un profitto del 33 per cento alla francese Suez Lyonnaise des Eaux, multinazionale che, insieme a Vivendi, detiene il 40 per cento del mercato mondiale dell'acqua. Il partenariato con le imprese è anche il nucleo centrale del progetto Global Water Partnership, che dovrebbe essere, secondo la Banca, la "cura" per scarsità idrica planetaria. Più di recente si sono convertite alle partnership pubblico-privato anche le Nazioni Unite che, durante il Vertice di Johannesburg, hanno stornato buona parte degli investimenti allo sviluppo - e quindi dei soldi dei contribuenti - a tutto vantaggio delle multinazionali.

I giganti dell'acqua come Vivendi - un fatturato di 13 miliardi di euro solo nel 2000 - avrebbero gioco facile nell'imporre i propri programmi a governi infinitamente più poveri anche senza l'aiuto della Banca Mondiale o del Fondo Monetario, altra istituzione che condiziona i propri prestiti all'accettazione delle privatizzazioni. Ma non sempre le cose vanno per il verso giusto. Nel 1997, ad esempio, dopo che Vivendi aveva ottenuto il diritto di privatizzare le concessioni dei servizi d'acqua potabile e fognari nella provincia argentina di Tucuman, l'aumento delle tariffe di circa il 104 per cento ha scatenato una rivolta popolare. I governo appoggiò la ribellione dei comitati civici di sette cittadine e pretese un risarcimento dalla Vivendi per le condizioni dell'acqua che usciva dai rubinetti.

Più nota è la rivolta di Cochabamba, regione boliviana che, nel 2000, si è sollevata contro le scandalose tariffe imposte dalla multinazionale statunitense Bechtel, cui era stato affidato l'acquedotto. Quando la popolazione si è trovata costretta a spendere metà del salario per l'acqua, le donne hanno dato vita a comitati di quartiere che hanno organizzato degli allacci clandestini. La repressione, durissima, non ha fatto altro che alimentare l'insurrezione e alla fine il governo boliviano è stato costretto a ritirare la concessione, decisione per la quale la Bechtel ha chiesto un risarcimento di 25 milioni di dollari.

Sabina Morandi
Liberazione
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