di Umberto De Giovannangeli
La Corte penale internazionale apra la pratica relativa al «Muro della discordia». A chiederlo è l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La risoluzione presentata dalla delegazione palestinese è passata con 90 voti a favore, 8 contrari (Israele, Usa, Australia, Etiopia, le isole del Pacifico di Nauri, Marshall, Micronesia e Palau), 74 astensioni, tra cui quelle dei Paesi dell’Unione Europea, rappresentati dalla presidenza di turno italiana. La convocazione urgente dell’Assemblea Generale era stata chiesta dai Paesi arabi dopo che il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, aveva dichiarato il 28 novembre scorso che la costruzione della «barriera di sicurezza», che in alcuni punti entra in Cisgiordania isolando completamente villaggi palestinesi, stava causando seri problemi alla popolazione locale. Annan, insistendo sul fatto che Israele ha il diritto di difendersi dal terrorismo, ha ricordato che lo Stato ebraico è tenuto a farlo nel rispetto delle leggi internazionali. La Corte internazionale di giustizia, che ha sede all’Aja, in Olanda, non è obbligata ad esprimere un parere sulla questione, ma Nasser al-Kidwa, l’osservatore palestinese presso l’Onu, non ha dubbi sul fatto che «la Corte deciderà di pronunciarsi su questa delicata materia».
Durissima è la reazione del governo di Gerusalemme al pronunciamento dell’Assemblea Generale dell’Onu: «Questo è un tentativo di delegittimare il diritto del popolo ebraico di avere uno Stato ebraico in grado di difendersi», denuncia Ranaan Gissin, portavoce del primo ministro Ariel Sharon. Quella messa in atto da Israele, spiega Dan Gillerman, ambasciatore dello Stato ebraico all’Onu, è «una misura temporanea e non violenta per proteggere il popolo israeliano dagli attacchi terroristici. Se non ci fosse Arafat - taglia corto Gillerman - non ci sarebbe il Muro», Nonostante la condanna politica, Israele non intende boicottare il lavoro della Corte internazionale dell’Aja ma accetterà di partecipare al giudizio, sostenendo che la decisione di innalzare la barriera di separazione è basata sul diritto all’autodifesa.
Questa linea di condotta è stata messa a punto dal premier Sharon, durante una riunione con il ministro degli Esteri, Silvan Shalom, poche ore prima del pronunciamento dell’Assemblea Generale. Alla rabbia d’Israele fa da contraltare la soddisfazione dei palestinesi. «Ci felicitiamo per questa decisione, che rappresenta una vittoria per il diritto, che avviene dopo l’adozione da parte dell’Onu nella risoluzione della Road Map (il Tracciato di pace del quartetto Usa-Onu-Ue-Russia, ndr.)», recita un comunicato ufficiale dell’Autorità nazionale palestinese. «Si tratta - rimarca ancora la nota dell’Anp - di un messaggio della comunità internazionale che chiede a Israele di bloccare la costruzione del muro e le aggressioni».
A spiegare le ragioni dell’astensione decisa dai Paesi dell’Unione Europea, è, in qualità di rappresentante della presidenza italiana, l’ambasciatore d’Italia all’Onu, Marcello Spatafora. Tramite Spatafora, l’Ue si è detta particolarmente preoccupata per il percorso che sta seguendo la barriera all’interno della Cisgiordania. «Il distacco dalla demarcazione della “Linea Verde” rischia di pregiudicare i negoziati futuri e rendere fisicamente impossibile realizzare la soluzione di due Stati», sottolinea il rappresentante italiano. Il percorso del «Muro», prosegue l’ambasciatore, arrecherà ulteriori disagi umanitari ai palestinesi: migliaia di essi, che vivono a Ovest della nuova linea, saranno tagliati fuori dai servizi essenziali della Cisgiordania, mentre quelli ad Est perderanno l’accesso alla loro terra e alle risorse idriche. In tale contesto, ha aggiunto Spatafora, nella dichiarazione di voto, l’Ue è «allarmata» per la designazione dello spazio tra il muro e la linea verde come «zona militare chiusa». Tuttavia l’Unione Europea ritiene che la richiesta di un parere della Corte internazionale di Giustizia dell’Aja non aiuterà gli sforzi delle due parti a rilanciare un dialogo politico ed è quindi inopportuna. Per questo motivo l’Ue si è astenuta.
Ma il «Muro della discordia» rischia di dividere anche il governo israeliano. «Il tracciato che è stato approvato è troppo lungo, troppo costoso, non è accettabile da parte degli Stati Uniti e rischia di isolarci dalla comunità internazionale», osserva preoccupato Yosef Lapid, vice premier e leader del partito laico centrista Shinui, terza forza politica d’Israele.




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