"L'attività umana ha un peso importante ma non va demonizzata. È necessario mettere in campo misure globali. Il gas che si alza da Pechino non è diverso da quello che sale da Bruxelles.No alle visioni apocalittiche. Da scienziato posso solo dire che è probabile che almeno una parte dell’aumento della temperatura è prodotta dall’uomo".
Stephen Schneider: fisico e bio-climatologo della Stanford University, consulente principe dell'Onu per il cambiamento climatico, invitato dal WWF al COP9 (la Convention sul clima in corso a Milano), è l'autorità massima cui fanno riferimento gli ecologisti allarmati dall'effetto-serra. Ma lui, scopro con qualche meraviglia, non è l'apocalittico che immaginavo. Infatti non si arrabbia quando gli chiedo:
Ma la Terra si sta scaldando? Ed è l'attività umana a riscaldarla? Molti non ci credono. .
«Infatti. "Quanto" influisce l'uomo nel cambiamento di clima, è una delle tante cose che non sappiamo».
Ecco, vede...
«Mi lasci dire le poche cose che sappiamo. Che non sono più discusse sul piano scientifico».
Dica, dica.
«Primo: che troppa anidride carbonica (CO2) nell'atmosfera aumenta la temperatura per effetto-serra. Altrimenti Venere non sarebbe così calda (700 gradi) né Marte, senza nubi, così freddo (meno 280). Secondo punto certo: dall'inizio della rivoluzione industriale, il CO2 nell'aria è cresciuto del 30%».
Allora è l'uomo?
«Qual è la parte che hanno le eruzioni vulcaniche, le macchie solari e insomma i fatti naturali? .
E' quel che chiedono gli scettici.
«E hanno ragione. L'avevano completa fino a dieci anni fa, quando lo studio dei processi climatici non era così sviluppato. Oggi la ragione scettica sta diminuendo, perché abbiamo vari "indizi" dell'influsso umano sul clima».
Indizi?
«Abbiamo modelli computerizzati del clima planetario, che ce li forniscono. Per esempio: aggiungiamo ai nostri modelli l'effetto dei vulcani sul clima, e constatiamo che la relazione con il mutamento climatico è molto debole. Ci aggiungiamo gli effetti di macchie solari eccetera, e la relazione migliora..».
..Se ci aggiungiamo le emissioni industriali, il modello diventa catastrofico, immagino.
«La conclusione non è così netta. Da scienziato, posso solo dire "molto probabile" che "alme no una parte" dell'aumento della temperatura sia prodotta dall'uomo».
Non sembrano formule allarmanti. E pensare che stavo per chiederle come l'effetto-serra cambierà la nostra vita, qui, in Italia o nel Mediterraneo: di quanto il mare si alzerà di livello, i ghiacci si scioglieranno...
«Predizioni del genere sono ancora più difficili. Possiamo dire cose sicure a livello planetario, molto meno a livello locale. Solo da cinque anni studiamo i mutamenti locali, per esempio osservando se le piante fioriscono precocemente. Finora, niente di catastrofico».
Allora non è vero, come dicono i catastrofisti, che il Mediterraneo diventerà un Sahara.
«Per quest'area, i nostri modelli danno dati contraddittori: desertificazione, ma anche aumento delle alluvioni».
Oddio, è proprio quello che ci sta succedendo!
«I fenomeni si accentuano: dove pioveva pioverà di più, dov'era siccità, si accentuerà. Ma come le ondate di caldo estivo modificano la diffusione delle malattie infettive, per esempio? Non lo sappiamo».
Comincio ad allarmarmi.
«Ecco, vede. Perché sì, come dicono gli scettici, la temperatura aumentò enormemente dopo l'ultima glaciazione, i mari si alzarono di livello, e non fu una catastrofe: renne e mammuth emigrarono più a Nord, e così le piante. Ma allora, 15 mila anni fa, non trovarono sul loro cammino né Milano né Parigi, né autostrade o fabbriche. Il problema non è il cambiamento climatico, ma la sua influenza sull'uomo e sul suo ambiente tecnicizzato».
Un discorso più difficile.
«E'questo il problema. Se anche potessi dire: attenti, fra 300 anni il Mediterraneo si alzerà di 3 metri, la risposta della presente generazione sarebbe: non c'importa, noi moriremo prima di avere la casa al mare allagata. Da qui tutte le discussioni su Kyoto o non Kyoto, ecologisti contro economisti e interessi industriali legittimi. La capacità di governare è messa a dura prova».
Perché "governare" il clima, in fondo, se c'è tanto tempo?
«E quel che dicono le compagnie petrolifere: le estati più calde? Colpa del Sole. L'aumento di CO2? In fondo fa bene, è un fertilizzante».
Ma ci sono gli ecologisti che dicono: la fine del mondo è vicina.
«Entrambe sono prospettive estreme: le meno probabili. La più probabile sta da qualche parte nel mezzo. E può essere molto sgradevole, in assenza di misure».
Misure globali? Difficili.
«Già. Cina e India hanno ragione a dire: siete voi sviluppati a dover diminuire le emissioni, perché inquinate di più. E noi a ritorcere: ma voi siete così numerosi, che da voi dipende il prossimo aumento del caldo terrestre. E il gas che si alza da Pechino non è diverso da quello di Bruxelles».
Vede? Non se ne esce più.
«Se ne esce, mostrando che l'interesse è soprattutto loro: sono già Paesi tropicali, finiranno per soffrire più che la Russia o il Canada. E poi, aiutando questi Paesi a "saltare" la fase vittoriana della loro industria».
Vittoriana?
«Le ciminiere di Londra ai tempi della Regina Vittoria, le vecchie industrie divoratrici di carbone e carburanti. Ai Paesi poveri bisogna dare soldi e nuove tecnologie per aiutarli a superare quella fase, a giungere a impianti puliti, almeno come quelli che noi ci siamo fatti grazie allo shock petrolifero degli anni '70».
E quanto ci costerebbe?
«Abbiamo fatto i conti: l'applicazione di Kyoto costerebbe ai Paesi ricchi lo 0,5 per cento del Pil, circa 200 milardi di euro».
Mica poco.
«Non lo nego. Ma data la rapida crescita del Pil occidentale, sarebbe come ritardare di tre mesi il nostro arricchimento. Cioé: la ricchezza che ciascuno di noi si metterebbe in tasca a gennaio 2012 senza Kyoto, se la metterà in tasca, con Kyoto, l'aprile seguente. Ci si può stare?».
Maurizio Blondet
L'Avvenire 9 12 03
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