L'Italia e l'Egitto finanziano una mostra permanente antisemita nella leggendaria Biblioteca di Alessandria. Una istituzione dal passato leggendario, completamente rifatta grazie ai finanziamenti dei governi egiziano e italiano e con il contributo dell'Unesco. Il board of trustees è composto da personalità della cultura di alto livello, tra quali anche Umberto Eco. Eppure, ciò non ha impedito che si mettessero in mostra vecchi pregiudizi, luoghi comuni e vere e proprie falsità.
Ecco i fatti: recentemente si è aperto presso la nuova biblioteca di Alessandria un museo dei manoscritti delle religioni monoteistiche. Nella sezione dedicata a quella ebraica hanno avuto il coraggio di mettere la prima traduzione in arabo del falso storico della polizia zarista: «Il protocollo dei savi di Sion». Nel numero del 17 novembre 2003 del settimanale egiziano Al-Usbu, il corrispondente Jihan Hussein scrive un articolo in cui spiega perché il museo ha aggiunto il falso dei protocolli dei savi di Sion nella bacheca dei testi sacri delle religioni monoteistiche, accanto alla Torah. Questa prima traduzione in arabo dei «Protocolli» sarebbe opera di Muhammad Khalifa Al-Tunisi, e sulla copertina, stando a quello che scrive il giornale, figurerebbe una Stella di Davide, definito «simbolo bolscevico ebraico», circondato da serpenti.
In una successiva intervista a quello stesso giornale il direttore del museo, dottor Yusef Ziedan, ha spiegato perché ha deciso di aggiungere i «Protocolli» all'esposizione: «Quando mi è caduto l'occhio sulla rara copia di questo pericoloso testo, ho deciso immediatamente di metterlo accanto alla Torah. Sebbene non si tratti di un libro sacro del monoteismo, è diventato uno dei sacri principi degli ebrei, accanto alla loro prima costituzione, alla loro legge religiosa, e al loro modo di vivere. In altre parole, non si tratta soltanto di un puro libro ideologico o teoretico». Ziedan fa finta di non sapere che si tratti di un testo antisemita inventato dalla polizia dello zar delle Russie nell'Ottocento per giustificare i pogrom e così continua: «Forse i “Protocolli” per gli ebrei sionisti di tutto il mondo sono più importanti della Torah, perché loro conducono una vita sionista in conformità ad esso ed è quindi più che naturale mettere il libro nel quadro di un'esposizione di rotoli della Torah».
Ma chi è il dottor Ziedan? Basta andare sul suo sito web su retaggio e manoscritti, dove figurano fra l'altro suoi articoli. In uno di essi, intitolato «WWW e il Plexus Informatico», Ziedan scrive della differenza fra la realtà e la descrizione della realtà: «Non c'è dubbio che ogni notizia ha origine in un particolare evento, ma la distanza tra l'evento e la notizia è grande. Faccio un esempio: quando si nominano le atrocità di Hitler, la gente immediatamente pensa all'annientamento degli ebrei nelle camere a gas, questo succede per via delle informazioni che sono passate riguardo all'Olocausto». E ancora: «Perché questa è l'informazione che ha raggiunto il mondo attraverso i vari canali, dai rapporti giornalistici, dalle ricerche storiche, gli indennizzi, l'incessante ronzio nei media, i film come “Schindler's List”, che hanno fatto piangere tutto il mondo ma che è stato proibito nel nostro paese così che noi non piangeremo troppo sulla sorte dei poveri ebrei».
Originale anche la tesi di fondo dei suoi scritti: «Quello che importa è che l'informazione arrivi, ma la realtà cos'è? La realtà è che cinquanta milioni furono le vittime del nazismo, fra cui un milione di ebrei e il resto furono zingari, polacchi e altri popoli. Nella realtà, un'analisi di campioni delle presunte camere a gas ha dimostrato che si trattava di camere di sterilizzazione, senza una quantità di cianuro sufficiente a uccidere». Ziedan infatti si dice sicuro che «in realtà se Hitler avesse voluto sterminare gli ebrei d'Europa, l'avrebbe fatto. Ecco perché la distanza fra gli eventi e la conoscenza diffusa che si ha di essi è grande».
Un personaggio siffatto ha organizzato quindi una mostra permanente finanziata anche con soldi italiani e ospitata in una struttura storica e istituzionale rimessa a nuovo anche con i soldi italiani. Vorremmo chiedere a Umberto Eco, che è uno dei garanti della nuova biblioteca alessandrina, se non sarebbe il caso di garantire che una istituzione culturale come quella non diventi il veicolo della peggiore propaganda antisemita.

Il Riformista
12 12 03