Avvenire 18.12.2003
LA STORIA IN QUESTIONE
Perché se un partigiano fu ucciso dai fascisti merita una piazza e se è stato assassinato dai «rossi» invece no? Perché dopo la guerra solo tra i comunisti non ci fu nessuna vittima delle stragi? Il «j’accuse» di Paolo Mieli
Resistenza a binario doppio
Molte uccisioni di preti e di democristiani rimaste impunite; colpevoli fatti fuggire all’Est mentre Togliatti era ministro della Giustizia... Troppe «anomalie» aspettano ancora di essere messe a fuoco
Luca Gallesi
Il sangue versato dopo la fine della seconda guerra mondiale non fu solo quello dei "vinti", ma apparteneva anche a centinaia di preti e di civili che avevano militato nel campo antifascista». È una verità scomoda, quella che Paolo Mieli ha richiamato l’altro giorno, quando, insieme col presidente del Senato, ha partecipato a Roma alla presentazione del discusso libro di Giampaolo Pansa Il sangue dei vinti (Sperling & Kupfer), dedicato alle violenze subite dai fascisti dopo la sconfitta.
«Ho separato il mio intervento in tre punti – dice Mieli, ricordando l’esatto contenuto delle sue dichiarazioni –. Il primo riguarda il fatto che la Resistenza è durata dall’ottobre 1943 all’aprile 1945 ed è un capitolo a sé, che non ha nulla a che fare col secondo punto, riguardante le stragi del dopoguerra; è vero che una guerra civile si lascia sempre dietro di sé una scia di violenze, ma è anche innegabile che in Italia questa scia sia stata più consistente che in altri Paesi. In Italia la giustizia di Stato – grazie anche all’amnistia di Togliatti del 1946 – è stata più blanda che in Francia e Belgio, mentre la giustizia sommaria nei confronti degli ex-fascisti è stata incomparabilmente più vasta».
Oltre agli episodi di vendetta o di epurazione verso chi militò nel fascismo, si verificarono persino uccisioni di figure che stavano dalla parte opposta. Commenta in proposito Mieli: «In effetti, questo è il terzo punto: c’è stato un fenomeno assolutamente non investigato, che non ha niente a che fare con ciò che abbiamo appena riferito, cioè l’uccisione di molte persone che non avevano avuto nulla a che fare con il fascismo o che addirittura erano stati antifascisti attivi, membri del Comitato di Liberazione nazionale, e che non possono con ogni evidenza essere confusi con le vittime ricordate qui sopra. Come si spiega un’incredibile mattanza di preti e di dirigenti di partiti antifascisti che rimane impunita? Ho citato circa il 10% delle vittime, e, nel caso dei sacerdoti, non ho parlato di proposito di preti come don Carlo Terenziani, che era stato cappellano dell’Opera nazionale Balilla; invece ho citato i casi che assomigliano a quello, celebre, denunciato nel 1990 da Otello Montanari: l’uccisione di don Umberto Pessina di San Martino Piccola. Il numero di preti fatti fuori in quegli anni perché vicini alla Democrazia cristiana è davvero incredibile».
Tra le figure dell’antifascismo che caddero vittime di questa violenza Milei ricorda «una serie di casi di omicidi di membri di unità antifasciste combattenti. A Savona fu ucciso il medico socialista Francesco Negro, che si era distinto durante la lotta partigiana per aver curato molti antifascisti. Il direttore della Marelli di Milano, Michele Solivieri, era stato assolto due volte da un processo sommario in un tribunale di fabbrica eppure fu ucciso poco dopo. E ancora: i poliziotti che indagavano su questi delitti furono uccisi a loro volta; famoso il caso di Amilcare Salemi a Savona, un commissario antifascista che stava indagando su queste morti. Il partito che ebbe il maggior numero di uccisi fu la Democrazia cristiana».
«Si tratta di violenze durate fino alla fine degli anni Quaranta – prosegue Mieli – : è stato recentemente avviato il processo di beatificazione per Giuseppe Fanin, sindacalista cattolico di San Giovanni in Persiceto, assassinato nel 1948. Altre vittime furono i possidenti terrieri di militanza liberale: come il padre di Nicola Matteucci, un liberale il cui figlio ancora reclama di conoscere il luogo di sepoltura perché possa rendervi omaggio. Furono tutti vittime dei comunisti. Non si conoscono invece casi di bande di liberali, democristiani o azionisti che abbiano ucciso dei comunisti, e così è confutata l’idea di chi sostiene che sia un inevitabile strascico della guerra civile. Molti autori di questi delitti furono individuati e processati, ma nessuno di loro fu denunciato dal Partito comunista, che pure allora sosteneva di voler scoraggiare questi fenomeni. Anzi, tutti coloro che desideravano mettersi in salvo e sfuggire alle maglie della giustizia, furono aiutati a espatriare nei Paesi dell’Est e soprattutto in Cecoslovacchia dal Partito che aveva in Togliatti il ministro di Grazia e Giustizia».
Resta l’interrogativo centrale: come mai se ne parla così poco oggi? Mieli ha le idee precise: «È un caso di notevole anomalia: io non ne traggo conclusioni, se non che questo è un capitolo storico che merita di essere messo a fuoco. A chi dice che tutto era noto rispondo che, anche se lo fosse, è compito degli storici tentare delle spiegazioni. Io non ne so dare. Si dice che i comunisti italiani sono diversi da quelli degli altri Paesi d’Europa e dell’Est perché aiutarono a liberare l’Italia e a costruire la democrazia. Sì, però avevano un apparato col quale dovevano fare i conti, e li fecero in maniera tale che queste uccisioni continuarono per tutta la seconda metà degli anni Quaranta; questo è un fatto a cui va data una spiegazione. Perché lo facevano? Che progetto avevano? Ci fu una politica del doppio binario? Quale fu, se ci fu, lo scontro interno al Partito e come si spiega che non divenne mai pubblico?».
La soluzione suggerita da Mieli ha a che fare, tra l’altro, con le sorti della nostra democrazia. «Penso – osserva – che la risposta a tutte queste domande potrebbe spiegare il motivo per cui, alle elezioni del 1948, gran parte degli italiani votò dall’altra parte: tutti sapevano. Questo capitolo va aperto se non altro per spiegare quali furono le difficoltà e i ritardi del Partito Comunista nell’arrivare alla democrazia. È sbagliato dire che i comunisti si dettero un vestito democratico già nel 1943 o dal ’44, a partire dalla svolta di Salerno: dovettero invece confrontarsi con un fenomeno massiccio con cui sarebbe ora di fare i conti in maniera definitiva. Come sarebbe ora di dedicare a questi martiri antifascisti strade, piazze e monumenti. C’è in Italia questa curiosa ingiustizia: se un antifascista è stato ucc iso dai fascisti ha diritto a una piazza, se invece un altrettanto eroico combattente antifascista è stato ucciso dai comunisti, deve sottostare alla damnatio memoriae. Invece, secondo me, questi eroi uccisi dai loro compagni d’arme meritano una doppia piazza».




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