Inediti /Le lettere del poeta a Camillo Pellizzi presentate domani in un convegno a Roma


NON amava Montale. Non amava Hemingway. Non amava Cocteau. Diffidava pesantemente di Freud. Non amava neppure la politica che considerava «l’arte di ottenere e mantenere un potere illegittimo attraverso l’abuso dei simboli». E i suoi giudizi Ezra Pound li esprimeva a chiare lettere, scrivendo al suo vecchio amico italiano Camillo Pellizzi, mentre si trovava rinchiuso nel manicomio criminale di St. Elisabeth, accusato di alto tradimento, per l’adesione data al fascismo.
Erano gli anni dell’immediato dopoguerra e, poi, gli anni Cinquanta. I due amici continuavano a scriversi assiduamente, in un rapporto culturale e epistolare che era iniziato molto tempo prima, in situazioni tanto diverse, fin dal 1936. I giudizi erano al vetriolo. Per Pound lo scrittore americano di Addio alle armi ormai «si era dato a Cuba e alla bottiglia», il poeta italiano futuro Premio Nobel era «infimo e ignorantissimo». Per non parlare del collega francese, il peggiore di tutti: Gide «non ha mai scritto una dannata cosa sul serio in tutta la sua vita». Quanto al padre della psicoanalisi, il giudizio era secco e inappellabile: «Il sistema di Freud consiste nel concentrare l’attenzione nel pozzo nero al fine di pescare particolari pezzi di sporco lerciume. Non è da sottovalutare il legame tra la psicoanalisi freudiana e il traffico della droga». Tra i pochi che si salvavano dai suoi colpi di rasoio Eliot, l’amico poeta che aveva tanto aiutato ai tempi in cui egli stava scrivendo La terra desolata : «Bisognerebbe attaccare l’ipocrisia dell’Accademia di Svezia per non avergli dato il Premio Nobel durante la guerra».
L’ultima lettera di Pound è del 1958, quando è ormai imminente il suo ritorno in Italia. Il poeta si dimostra molto preoccupato per lo stato in cui versano le scuole negli Stati Uniti. A suo avviso la colpa è di un gruppo di educatori «interessati a usare l’educazione come propaganda, che hanno escogitato il modo di distorcere e massacrare i libri di testo adottati nelle scuole». In una delle precedenti lettere aveva espresso la sua ferma intenzione a non collaborare mai più al Il Secolo d’Italia : «Di tutti gli stupidi con cui potresti tollerare di lavorare, quelli con cui hai già lavorato troppo a lungo sono davvero gli ultimi che sceglieresti».
Il carteggio inedito tra il poeta dei Cantos e il suo interlocutore italiano sarà presentato domani a Roma durante il convegno “Camillo Pellizzi. Un intellettuale tra politica e sociologia” (ore 10,30, Sala conferenze presso il Garante per la protezione dei dati personali, piazza di Montecitorio 123/A). Ne parlerà in modo particolare Luca Gallesi che lo ha analizzato negli archivi della Università di Yale e della Fondazione Spirito di Roma e che ne ha già studiato la sua prima fase, quella degli anni del fascismo. Il seminario di studi ha al centro la figura di Pellizzi, “intellettuale militante” , teorico di una sorta di elitismo fascista, presidente dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista negli anni cruciali e poi nel dopoguerra (dopo una doppia epurazione da parte della Repubblica di Salò prima e della nascente repubblica democratica poi) «vero e proprio pioniere delle scienze sociali nella nostra penisola», titolare della prima cattedra di sociologia in Italia, come si legge nel saggio assai ricco e documentato di Danilo Breschi e Gisella Longo ( Camillo Pellizzi. La ricerca tra politica e sociologia, Rubettino). Che è anche il primo tentativo di dare forma e continuità alla biografia intellettuale di Pellizzi, finora conosciuta a metà, quella relativa al periodo fascista.

Renato Minore
Il Messaggero 11 12 03