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Risultati da 1 a 8 di 8
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    Predefinito Onesto babbeo o semplice farabutto? Il Garibaldi che non impari a scuola...

    Iniziamo questa breve raccolta con un primo piccolo estratto da "Indietro Savoia" di Del boca...

    Era un ladro di cavalli e, quando lo acchiapparono, per punizione gli
    tagliarono l’orecchio, come era costume nella zona di Rio della Plata. Fu
    obbligato a lasciarsi crescere i capelli per nascondere la ferita. A Napoli
    decretò una pensione per la famiglia di Agesilao Milano, che, protagonista di
    un fallito golpe contro il Borbone, era stato impiccato. Il regicidio doveva
    sembrargli un atto nobile. Ma quando fu lui nelle condizioni di giudicare un
    giovane che, entrato di soppiatto sotto la sua tenda , aveva cercato di
    ucciderlo, lo fece ammazzare senza processo. Secondo Garibaldi attentare a
    Garibaldi era più grave che progettare di fare la pelle al re. E, da qualche
    tempo, i suoi detrattori sostengono che fosse un negriero, trafficante di
    uomini, anche se generoso perché gli schiavi arrivavano a destinazione
    “ tutti grassottelli e in salute”, buoni per essere messi subito al lavoro….

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  2. #2
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    Predefinito

    Da "L'Italia non esiste" di Sergio Salvi

    Se Garibaldi riuscì a conquistare la Sicilia tanto rapidamente il merito fu anche, come s’è detto, del massiccio sostegno dei Siciliani: i quali, beninteso, più che “unirsi” con gli “italiani”, volevano sbarazzarsi dei napoletani e colsero al volo, proprio quando una loro ennesima rivolta era appena fallita, quest’occasione.
    Alla secessione da Napoli miravano soprattutto i nobili e i borghesi (e l’unità d’Italia appariva un ottimo pretesto): i contadini volevano semplicemente liberarsi dal servaggio feudale. Garibaldi li lusingò e poi li tradì, ritirando alcuni decreti che, sulle ali dell’entusiasmo, aveva emanato a loro favore. Mise in guardia i suoi uomini contro i contadini; e i suoi uomini, magari contro la sua volontà, compirono gli eccidi, tristemente noti, di Biancavilla e di Bronte. Sciolse addirittura le squadre dei volontari siciliani, che avevano rimpolpato le sue scarse truppe in modo decisivo e gli avevano permesso di sconfiggere l’esercito borbonico presente nell’isola. […] Così come gli era successo quando era sbarcato in Sicilia, il suo approdo nella penisola trovò l’appoggio delle bande contadine, in endemica rivolta contro lo stato napoletano anche se prive di ogni motivazione politica, rinforzate nell’occasione dai disertori dell’esercito borbonico e da malviventi comuni. Si arruolarono tutti nelle file garibaldine. Alla fine della sua campagna militare, Garibaldi poteva contare su 52.839 uomini, 31.000 dei quali erano volontari “meridionali”.
    Quando il governo di Torino (nel novembre del 1860) decise di liquidare l’esercito garibaldino, assunse 20.000 dei suoi uomini, i più fidati, nell’esercito “sardo” e ne rimandò a casa il resto (che comprendeva quasi tutti i “meridionali”). Cominciò così, per reazione spontanea, la rivolta armata dei “meridionali” al regno d’Italia, ancora prima che questo regno si fosse ufficialmente costituito. Una rivolta che attinse al serbatoio inesauribile dei contadini, dei braccianti agricoli e dei pastori.
    Il re delle Due Sicilie, Francesco II, assediato e braccato a Gaeta, puntò tutto su questa rivolta, ripudiò nobili e borghesi e appoggiò, a parole, la causa contadina. E i ribelli “meridionali”, delusi da Garibaldi, e soprattutto dai “piemontesi”, ai quali Garibaldi stesso li aveva consegnati, si convertirono, sia pure in ritardo, alla causa della “nazione delle Due Sicilie”.
    Quello che in Italia è noto come “brigantaggio”, potrebbe forse essere meglio classificato come guerra di resistenza all’occupazione straniera: una vera e propria lotta, anche se sfortunata, di “liberazione nazionale” da parte di un popolo che vedeva la propria patria occupata militarmente da un altro popolo.

  3. #3
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    Predefinito Contro-Bibliografia

    Oltre ai già citati libri di Del Boca,si possono trovare degli accenni “contro” anche nel libro di Mario Costa Cardol “Va’ pensiero… su Roma assopita” (Mursia) e nel libro “L’altro risorgimento” (PIEMME) di Angela Pellicciari autrice anche di “Risorgimento da riscrivere” (ARES) che però non ho e di cui non posso dire niente.
    Dato che,se non vado errato,PIEMME è stata assorbita dal tricoloratissimo gruppo Mondadori,direi che sarebbe opportuno raccattare il più possibile prima che certa “robaccia” vada a far compagnia ai libri di Miglio.
    A questo proposito,sempre edito da PIEMME,di Francesco Pappalardo,abbiamo una delle rare biografie degne di questo nome: “Il mito di Garibaldi”. Senza troppi eccessi,forse se non per l’impostazione filo-cattolica dell’autore,mantiene l’obiettività necessaria ad un’analisi depurata dal patriottismo patologico col quale,solitamente,si ammantano gli storiografi di regime…

    […] L’episodio più celebrato del risorgimento,l’unico che potrebbe rivendicare i caratteri di epopea popolare,si configura dunque come un’operazione di pirateria,compiuta da un gruppo di uomini armati non aventi alcuna legittimazione giuridica e condotta contro le più elementari norme del diritto,con l’obiettivo di ribaltare le istituzioni legittime di uno Stato sovrano da sempre riconosciuto dal consesso delle nazioni e benedetto dalla suprema autorità spirituale […]

    Garibaldi fu un mito creato a tavolino.
    A differenza di quanti sostengono le sue epiche biografie, il ruolo del giovane soldato nella sollevazione di Genova contro i Savoia fu poco più che marginale. E le imprese militari in Sudamerica, che lo consacrarono paladino della libertà e dell'indipendenza degli oppressi, furono in realtà leggende esotiche, abilmente costruite da pubblicisti a servizio delle frange rivoluzionarie.
    Non diversa origine ebbe la mitica spedizione dei Mille. Al nascente popolo italiano serviva un eroe, un simbolo in cui identificarsi e Garibaldi si prestava magnificamente allo scopo.
    Nessuna ardua impresa militare : a Marsala l'esercito garibaldino trovò la strada spianata da un piano congegnato dalle logge massoniche che mirava alla conquista del regno delle Due Sicilie e alla distruzione dello stato pontificio.
    Da una lettura inedita e assolutamente non convenzionale dell'eroe dei due mondi, emergono le ambiguità di un avventuriero al servizio della rivoluzione italiana.




    Ho recuperato on line anche una recensione di “Come la penso” di Giuseppe Nuvolari (Editoriale Sometti – Mantova)

    Nella galleria dei memorialisti garibaldini, Giuseppe Nuvolari non compare. Partecipe di tutti i grandi eventi del Risorgimento, volontario in Sicilia con Garibaldi, e a lui vicino in quella sorta di esilio che fu Caprera, tornando a casa ebbe il coraggio di dire “ciò che pensava”: di qui l’ostracismo decretato della storiografia ufficiale. A differenza di Giuseppe Cesare Abba, autore del celebratissimo e “politicamente corretto” libro di memorie garibaldine “Da Quarto al Volturno”, prefigurazione dell’Italia monarchica, o di Giuseppe Bandi, ostico toscano e duro combattente, rientrando presto nei ranghi della “normalizzazione” regia, ucciso per mano di un anarchico, dopo una vita da “irregolare e bastian contrario”, il nostro Nuvolari, mantovano sobrio e concreto, tornando a casa deluso dalla piega degli avvenimenti non s’era macerato nell’astio e nel compatimento di sé, come fanno spesso i reduci che danno per scontato che per pochi “fessi” che si sacrificano c’è sempre la vasta legione dei profittatori e dei furbi che si fa avanti per reclamare la pensione. Al contrario Nuvolari, sfidando il nuovo regime che lo ripagò con la moneta del silenzio, sebbene più a suo agio col vomere e la vanga, prese la penna ispirato dalla passione e dall’indignazione, e quasi di getto, con verve ironica irresistibile, compose questo straordinario e godibilissimo memoriale diviso in due parti e scritto in forma di lettera. Memoriale finora poco noto perché documento scomodo, ignorato dalla pubblicistica militante, che raccolto in volume venne pubblicato per la prima volta a Genova nel 1879 col titolo significativo: “Come la penso”; libro appena ristampato dall’editore Sometti di Mantova, a cura dell’associazione Padi Terrae, con una penetrante ed esemplare introduzione di Sante Bardini. La storia di Giuseppe Nuvolari, agricoltore, con possedimenti a Roncoferraro, suo paese natio, nel mantovano, è simile per molti versi a quella di molti altri giovani del suo tempo, infiammati dalle nuove idee di “nazionalità” e di indipendenza, ed era implicito per tutti che il concetto significasse anche libertà, sebbene i programmi dei liberali devoti a Torino non vi facessero specifico riferimento. E non a caso. “Non basta l’indipendenza per essere liberi”, diceva Carlo Cattaneo. La libertà non era roba che potesse interessare la corte di Torino. Nel nome di Garibaldi venuto dall’America per fondare una nuova patria rigenerata, il giovane Nuvolari scappa di casa nel 1852. Si arruola nel 1859 nei “Cacciatori delle Alpi”, di Garibaldi visto con sospetto dai generaloni di Torino: nel 60 è in Sicilia con i Mille, che al primo solenne raduno nel cinquantenario della spedizione, nel 1910, invece di presentarsi dimezzati complice l’anagrafe e la falce, si erano come moltiplicati, come aveva temuto Garibaldi. Fatta o disfatta l’Italia, Nuvolari resta per qualche tempo con Garibaldi a Caprera, avendo modo di sperimentare come il “sogno” svanisca lasciando il posto a una ben triste realtà. Tornato a casa comincia a stendere questa lunga lettera e il destinatario simbolico è il sindaco dell’isola della Maddalena, Leonardo Bargoni, al quale, senza volerne fare il capro espiatorio del decadimento morale già in atto, denuncia quasi con foga e con dati inoppugnabili, le incipienti storture, i ladrocini, la corruzione, ravvisando nel doppio sistema che si va instaurando la nascita della “questione meridionale” (speculare a quella “settentrionale”), che sarà alla base di un secolare e irrisolto malinteso. Vede, quasi in anticipo e chiaramente, la formazione di due Italie contrapposte, di una doppia morale, e provoca il Bargoni, con la sua focosa e stringente requisitoria:«Come Ella avrà osservato, nel mio Comune vi è meno di un impiegato su mille persone. Alla Maddalena, e nella Sardegna tutta, quanti ve ne saranno? Credo di non esagerare dicendo uno su cento. Ma mi dica di grazia, caro signor Leonardo, a che cosa servono, cosa fanno tutti gli impiegati che sono alla Maddalena?». È già in atto, specie al Sud, il “miracolo” della moltiplicazione dei posti, nelle ferrovie, alle poste, nelle preture. Ed è con saggezza contadina che egli commenta:«Chi lavora ha una camicia, chi non lavora ne ha due». Cita l’esempio del suo comune di Roncoferraro,«dove si lavora davvero e dove c’è tanta miseria, e dove ogni individuo, con meno di un ettaro di terreno, paga attualmente allo stato nette lire 18 - diciamo 18 camicie che il nostro poco coscienzioso Governo prende da chi lavora per regalarle ad ogni individuo della Maddalena che mangia pane bianco, si provvede di pesce o carne ogni giorno, non sa cosa sia la miseria, fa il signore, ed è rispettivamente passivo al Governo di annue lire 56, ovvero 56 camicie!».Prima del 1860, il governo piemontese non aveva costruito in Sardegna un chilometro di ferrovia (come i Borboni in Sicilia); dopo l’unità è un fervore d’opere a spese dei contribuenti delle nuove province annesse; l’isola, dopo il secolare abbandono (c’era solo una strada - la Carlo Felice - che la attraversava da Nord a Sud), verrà collegata al continente da un numero francamente eccessivo di linee di navigazione; e non si stenta a credere perché: lavori, posti, clientele; un sillogismo che non sfugge al Nuvolari, scarpe grosse e cervello fino. Senatori e notabili naturalmente viaggiano gratis. Non è finita! La Sardegna, poco abitata, poco ricca, è dotata di due università, Cagliari e Sassari, quando in Piemonte ce ne è una sola. Più posti, più professori, più burocrazia! Quanto alla magistratura (e sembra che parli di quella d’oggi),“lungi dall’essere libera e indipendente, il più delle volte è in balia dell’intrigo, alla mercè di Alti Personaggi o di partiti e così la bilancia della Giustizia, presenta il doloroso spettacolo di due pesi e due misure sempre a vantaggio del denaro o del blasone...». Al Sud osserva le terre lasciate incolte dai proprietari ed esclama:«Si fossero trovati sotto il paterno regime austriaco - allorché questi dominava nel Lombardo-Veneto - sarebbero stati freschi! Negli anni di penuria, l’Austria obbligava i conduttori di fondi a dare lavoro ai contadini, in proporzione del censo, indicandogliene il numero, e se non vi era proprio nulla da fare... in tal caso bisognava pagarli lo stesso!».Così dopo aver combattuto l’Austria a viso aperto, viene quasi la tentazione di rimpiangerla: col “regime italiano” la Lombardia scade di livello e di senso civico. Se si vuol fare giustizia della propaganda post-risorgimentale, questo libro è l’antidoto adatto. Una lettura che vivamente raccomando. Ne emerge l’immagine veritiera dell’Italietta di ieri, pataccara e vile, nutrice e pronuba dell’Italia d’oggi, vizi, malversazioni e cialtronerie compresi.

    La frase più famosa (e scomoda) dello stesso Nuvolari è forse quella che meglio si adatta a chiudere questo intervento di “proselitismo bibliografico”


    “Se mi fossi immaginato il come sarebbero andate le cose,non mi sarei di certo imposto tanti sacrifici materiali e morali,perché non ne valeva proprio la pena.





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  4. #4
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    Lorenzo Del Boca (Maledetti Savoia, edizioni Piemme, Casale Monferrato 1998)




    Garibaldi. "Un babbeo". Senza attenuanti. Maxime du Camp, scrittore francese e camicia rossa di complemento, non riconobbe a Garibaldi alcuna intelligenza politica. "Provava un certo vigore davanti all'ostacolo solo perché poteva investirlo come un cinghiale arrabbiato".

    Giuseppe Mazzini, in una lettera a Giacomo Daniele, non esitò a sostenere che "Garibaldi, quanto a coerenza di idee, è una vera canna al vento".

    Denis Mack Smith lo considerò "rozzo e incolto". E Indro Montanelli lo giudicò "un onesto pasticcione". Ma anche la sua onestà è una pura leggenda, come vedremo più avanti.

    Tracagnotto e con le gambe corte, veniva descritto come un gigante alto otto piedi. E si giurava che, dopo ogni combattimento, si scuoteva la giubba per far cadere le decine di palle di fucile che l'avevano colpito senza ferirlo.

    Questo nobile cavaliere dell'ideale ebbe la delicatezza di chiamare il suo asino "Pio IX" e di definire il Santo Papa Mastai Ferretti "un metro cubo di letame": eleganze da vecchie carogne massoniche (era infatti un "pezzo grosso" della massoneria). Era un tipo del tutto eccezionale, anticonformista, si trattasse di idee politiche o di religione, di abitudini personali o di abbigliamento. Per qualche anno si vendettero le camicie alla Garibaldi, i mantelli alla Garibaldi, il cappellino alla Garibaldi.

    Piacevano i panni di eroe intraprendente che, da solo si era cucito addosso: come i protagonisti dei romanzi d'appendice. Appassionato eppure senza legami sentimentali troppo consolidati. Antesignano delle proteste socialiste e, tuttavia, dichiaratamente favorevole alla dittatura.

    Garibaldi cominciò a cacciarsi nei guai nel 1834, nel tentativo di partecipare ad un moto insurrezionale di Genova. Né lui né i suoi amici avevano idea di come si potesse organizzare una cospirazione efficace e si trovò in fuga sulle montagne travestito con gli abiti da contadino che una fruttivendola gli regalò. Passò la frontiera francese e fu arrestato, fuggì e rischiò una seconda volta l'arresto. Il Piemonte lo condannò a morte.

    Nel 1835 arrivò in Brasile. A Rio de Janeiro, con due compaesani, si lanciò in un'impresa di trasporti, che fallì poco dopo: non aveva testa per gli affari.

    Altra era la sua vocazione. In una notte di luna piena, con sei compagni, rubò una nave ormeggiata nel porto. I pochi marinai di guardia furono gettati in mare e l'eroe prese il largo per continuare la sua battaglia. Combatté per tre anni contro il Brasile tentando di aiutare Bento Gonçalves che si era proclamato governatore della provincia meridionale, il Rio Grande do Sul, avviando una sua personale guerra per conquistarsi un trono. Fu arrestato e finì in prigione.

    Dal 1843 al 1848 combatté contro l'Argentina. Anche qui è difficile comprendere le ragioni della contesa fra i possidenti dell'Uruguay e il generale Rosas; Garibaldi assaliva le navi e le depredava.

    I suoi soldati, sedicenti liberatori, piombavano sui villaggi con la foga dei conquistatori, allettati dai vitelli delle loro stalle e dalle donne delle loro case. Un giorno entrò in un magazzino di stoffa, rubò una partita di tessuto rosso destinato a cucire i grembiuli dei macellai, i "saladeros", e fece imbastire le nuove uniformi. Con addosso una camicia rossa, quella banda di teste calde diventò un piccolo esercito: la "legione italiana". Non hanno lasciato un buon ricordo, ed ancora oggi Garibaldi da quelle parti è considerato un bandito: il bandito dei due mondi.

    Giornalisti francesi ed inglesi cominciarono a diffondere in Europa la leggenda dell'eroe veloce e impavido, coraggioso e altruista. Garibaldi in Sud America trovò anche il tempo di fare il negriero, come ha confermato lo storico Giorgio Candeloro in un'intervista su La Repubblica del 20 gennaio 1982: "Garibaldi, un po' avventuriero, un po' uomo d'azione va in Perù; e [nel 1852] come capitano di mare, prende un "comando" per dei viaggi in Cina. All'andata trasportava guano (depositi di escrementi d'uccelli che si trovano nelle isole al largo del Perù), al ritorno trasportava cinesi per lavorare il guano: la chiavitù in Perù era stata abolita e il guano non voleva lavorarlo più nessuno. Insomma un lavoretto un po' da negriero". Nel 1848 aveva partecipato alla "prima guerra d"indipendenza". Alternava le cariche a cavallo con quelle sotto le gonne, con identico spirito di conquista. Non stette a badare se erano mogli di amici e non si preoccupò che gli venissero attribuiti una dozzina di figli fra legali, mezzi legali e illegittimi.

    Un giorno, quando era ancora in Sud America, a bordo della nave Rio Pardo, vide con un cannocchiale il viso di Anita. Decise che doveva essere sua. Peccato che Anita fosse sposata a Manuel Duarte, un calzolaio; ma Garibaldi non si arrese per così poco. "Un uomo - confessò, infatti, l'eroe - mi invitò a entrare: sarei entrato senza invito". "Vidi la giovane! Tu sarai mia!" E, probabilmente, per conquistare il cuore di Anita, fu necessario ammazzare lo sposo. Il povero calzolaio protestò? Tentò di reagire? Cercò aiuto per affrontare il rivale? Un giorno non lo videro più in paese e le ricerche non ebbero esito. Anita seguì Garibaldi sul battello e vissero come marito e moglie. Con qualche rimorso postumo il Generalissimo sentenziò: "Se vi fu colpa, io l'ebbi intera, e vi fu colpa". Per uno che aveva fatto il ladro di cavalli ed il mercante di schiavi, era poca cosa.

    Ma poi toccò a Garibaldi di trovarsi cornuto. Nel 1859 aveva avuto un'avventura con Giuseppina, figlia illegittima del marchese Raimondi; Giuseppina qualche tempo dopo si presentò all'eroe con l'addome appena ingrossato. Niente paura. L'eroe cnosceva le regole di comportamento di due mondi e le nozze furono programmate per il 24 gennaio 1860 nella cappella privata della villa della famiglia Raimondi. Garibaldi già era impaziente di partire per la luna di miele, quando a guastare la festa arriva un biglietto scritto probabilmente dal conte Giulio Porro Lambertenghi: a mettere incinta Giuseppina non era stato Garibaldi, ma un garibaldino, Luigi Càroli, nelle grazie della marchesina. La donna non ebbe il coraggio di negare; l'eroe si limitò a schiantare una sedia per terra (tutti pensavano che l'avrebbe spezzata sulla schiena della fedifraga, ma Garibaldi era un gentiluomo...) e se ne andò via.

    Qualche mese dopo eccolo a capo della spedizione in Sicilia. Senza le corna di Garibaldi è difficile pensare ad un'Italia unita: come immaginare l'impresa dei Mille con un Garibaldi fresco sposo? Poco prima Nizza, la sua città, era stata ceduta da Vittorio Emanuele II alla Francia: ma lui, invece di andare a liberare la sua città dai Francesi, correva a "liberare" la Sicilia e il Sud dal napoletano Francesco II...

    All'impresa dei "Mille", sponsorizzata dalla Gran Bretagna, partecipavano Nino Bixio, pezzo grosso della loggia massonica Trionfo Ligure e l'avvocato Francesco Crispi (futuro colonialista e un po' forcaiolo); anzi di avvocati ce n'erano 150, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri; 60 vennero definiti "possidenti"; neanche un contadino. Quasi tutti scappavano da qualcuno o da qualcosa: mogli abbandonate, amanti infuriate, figli illegittimi, conti da regolare con la giustizia e non sempre per ragioni politiche.

    I due vapori Piemonte e Lombardo non furono affatto "rubati" (come d'altra parte era loro costume) dai garibaldini, ma furono acquistati con un regolare certificato di vendita firmato, controfirmato e arricchito con ogni genere di garanzie fidejussorie. Il proprietario, Raffaele Rubattino, si fece dare tutte le garanzie che il debito sarebbe stato onorato dagli uomini dei servizi segreti piemontesi. Bisognava fare "l'Italia unita", ma non rimetterci neanche una lira!... Il governo piemontese era consapevole e responsabile del progetto d'invasione nel Regno delle due Sicilie: non soltanto sapeva, ma, in qualche modo, era parte attiva nell'approntare la spedizione.

    Non ci sarebbe stata conquista del Regno delle Due Sicilie se non si fossero unite le convenienze inglesi con quelle della mafia meridionale e se, gli uni e gli altri, non avessero finanziato e soccorso il movimento insurrezionale. Non per il tricolore né per la causa dell'unità di un paese. Semplicemente perché il loro interesse non era più compatibile con la monarchia dei Borboni: occorreva scalzare dal trono quei re per sostituirli. Con chi non aveva molta importanza.

    La sua "onestà" è una pietosa frottola: era un pitocco, come tutti gli accattoni. Nel 1874 il figlio primogenito, Menotti, chiese ed ottenne, grazie anche all'intervento di papà, un prestito di duecentomila lire (un miliardo e trecento milioni di lire, pari a 671.394 euro!) dal Banco di Napoli, l'ex Banco delle Due Sicilie. Garibaldi garantì personalmente la restituzione del debito. Sta di fatto che i soldi non furono mai restituiti, e la banca, probabilmente per qualche intervento dall'alto, rinunciò definitivamente ad incassare.

    Nel maggio 1875 Garibaldi rifiutò fieramente il cospicuo vitalizio di centomila lire (mezzo miliardo, pari a 258.228 euro) annue accordatogli dal governo; l'anno successivo, però, accettò il dono nazionale di un milione e la pensione di 50.000 lire annue (prelevate dalle casse dello stato a riempire le quali contribuiva soprattutto il sudore dei contadini, meridionali e non, sui quali gravava ancora, fra le tante, la famigerata tassa sul macinato...). Queste non sono insinuazioni, ma è tutto documentato nel bel libro di Erminio de Biase L'Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie, pubblicato da Controcorrente.

    Ebbe un sussulto di resipiscenza, quando, in una lettera ad Adelaide Ristori, scrisse: "...non rifarei le vie del Meridione, per timore di essere preso a sassate".


  5. #5
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    Predefinito

    Francesco Pappalardo, Il mito di Garibaldi. Vita, morte e miracoli dell’uomo che conquistò l’Italia, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 2002, pp. 252, euro 14,90

    Ne ha parlato Elena percivaldi a RPL. Sembrerebbe una discreta biografia.

  6. #6
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    Sempre a scopiazzare da sto forum di intellettuali incalliti.. Vergogna!!


    Se vedòm!


    (C'è anche un articolo sui Quaderni Padani,N° 27 mi pare,dove si possono leggere delle illuminanti frasi in stile fascista dell'eroe della "sinistra" italiona..)
    Se vedòm!

  7. #7
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    Predefinito Re: Onesto babbeo o semplice farabutto? Il Garibaldi che non impari a scuola...

    In origine postato da Nanths
    Iniziamo questa breve raccolta con un primo piccolo estratto da "Indietro Savoia" di Del boca...

    Era un ladro di cavalli e, quando lo acchiapparono, per punizione gli
    tagliarono l’orecchio, come era costume nella zona di Rio della Plata. Fu
    obbligato a lasciarsi crescere i capelli per nascondere la ferita. A Napoli
    decretò una pensione per la famiglia di Agesilao Milano, che, protagonista di
    un fallito golpe contro il Borbone, era stato impiccato. Il regicidio doveva
    sembrargli un atto nobile. Ma quando fu lui nelle condizioni di giudicare un
    giovane che, entrato di soppiatto sotto la sua tenda , aveva cercato di
    ucciderlo, lo fece ammazzare senza processo. Secondo Garibaldi attentare a
    Garibaldi era più grave che progettare di fare la pelle al re. E, da qualche
    tempo, i suoi detrattori sostengono che fosse un negriero, trafficante di
    uomini, anche se generoso perché gli schiavi arrivavano a destinazione
    “ tutti grassottelli e in salute”, buoni per essere messi subito al lavoro….
    Garibaldi è universalmente rispettato dai militari di tutte le nazioni,una delle poche figure autentiche del nostro risorgimento.

  8. #8
    a mia insaputa
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    Predefinito Re: Re: Onesto babbeo o semplice farabutto? Il Garibaldi che non impari a scuola...

    In origine postato da Pasquin0
    Garibaldi è universalmente rispettato dai militari di tutte le nazioni,una delle poche figure autentiche del nostro risorgimento.

    Oltre alla retorica d'accatto e alle solite frasi fatte,hai intenzione di portare qualche contributo concreto al dibattito o preferisci attenerti a una linea tipo forum-principale?


    Se vedòm!



    Tra l'altro,racconta mio padre che,un ufficiale dell'Arma,suo superiore,nei primi anni 60,era solito definire il "rispettabile" eroe come un semplice terrorista.. Guarda alle volte dove va a finire il rispetto degli italos in divisa..
    Se vedòm!

 

 

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