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    PADANIA LIBERA!
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    Predefinito Giusto per ricordare...

    Foibe,infoibati e infoibatori...

    Elenco dei "presunti" infoibatori.





    - - - CIRO RANER - - -


    Età: 83 anni

    Residenza: Croazia.

    Incarico: comandante nel 1945-46 dei lager di Borovnica vicino Lubiana.

    Testimonianze: il racconto di un sopravvissuto, deposizioni scritte degli ex deportati e un documento del ministero degli Affari Esteri.

    Pensione INPS: 569.750 lire per tredici mensilità. 50 milioni circa di arretrati.




    Le sue azioni valorose:

    dal maggio 1945 al marzo 1946 Ciro Raner comandò il campo di concentramento di Borovnica in cui sono stati deportati oltre duemila italiani, in gran parte militari che si erano arresi. "Eravamo in fila con un scodellino per avere un mestolo d'acqua sporca e patate (...), quello davanti a me cercò per fame di raschiare il fondo della pentola. Subito la guardia partigiana lo colpì con una fucilata trapassandogli il torace. Arrivò il Raner che, dopo aver preso la mira, diede il colpo di grazia al ferito sparandogli alla nuca". Questo il racconto di Giovanni Prendonzani, sopravvissuto a Borovnica e ancora in vita a Trieste, città nella quale ha rilasciato la sua testimonianza ai Carabinieri. Sempre nel lager di Borovnica: " Il 15 maggio 1945 due italiani lombardi per essersi allontanati duecento metri dal campo furono richiamati e martorizzati col seguente sistema: presi i due e avvicinati gomito a gomito li legarono con un fil di ferro fissato per i lobi delle orecchie precedentemente bucate a mezzo di un filo arroventato. Dopo averli in questo senso assicurati li caricavano di calci e di pugni fino a che i due si strapparono le orecchie. Come se ciò non bastasse furono adoperati come bersaglio per allenare il comandante e le drugarize (sentinelle, ndr) che colpirono i due con molti colpi di pistola lasciandoli freddi sul posto". Questo racconto è riportato sul documento n. 62, archiviato nella stanza 30 al primo piano del ministero degli Affari Esteri e consegnato al giudice Pititto.

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    - - - NERINO GOBBO - - -


    Età: 79 anni.

    Residenza: Slovenia.

    Incarico: nel maggio-giugno 1945 responsabile di Villa Segré a Trieste luogo di tortura delle milizie titine.

    Testimonianze:denuncia alle autorità alleate, riportata negli annali del Comitato di liberazione nazionale dell'Istria, sentenza della Corte d'Assise di Trieste che lo condanna in contumacia a 26 anni di reclusione.

    Pensione INPS32.500 lire per tredici mensilità. 30 milioni circa di arretrati.




    Le sue azioni valorose:

    Nerino Gobbo, conosciuto come il comandante "Gino", ricopriva l'incarico di commissario del popolo delle milizie di Tito, che con il IX Corpus avevano occupato il capoluogo giuliano il primo maggio 1945. Fino a metà giugno fu responsabile di Villa Segré di Trieste. Silvana Spagnol, membro del Comitato di liberazione nel capoluogo giuliano, denunciava agli alleati nel 1946 la scomparsa della professoressa di lettere del liceo Petrarca, Elena Pezzoli, membro della resistenza. "Il 20 maggio 1945, Elena Pezzoli era tradotta in macchina da agenti in borghese a Villa Segré, sede del commissariato del secondo settore dipendente dalla Difesa popolare (le milizie degli occupanti titini, ndr). (...) La Pezzoli fu torturata nella notte del 21 maggio e si sono uditi i lamenti e i rumori di cinghia (...). Il giorno 9 giugno la Pezzoli era scomparsa e con lei il comandante Gino, Nerino Gobbo". Questo si legge nella denuncia acquisita dalla magistratura di Roma. Acquisita pure la sentenza del 17 gennaio 1948 della Corte d'Assise di Trieste, in cui i giudici scrivevano: "Dopo qualche giorno tutta la squadra si trasferiva à Villa Segré assumendo il nome di squadra volante (...), e passava alle dirette dipendenze del commissario del popolo, Gino, di nome Nerino Gobbo. (...) Come risultò dalle deposizioni dei testi tutti i detenuti venivano bastonati e seviziati, taluni costretti a bastonarsi a vicenda e persino a mettere la testa nel secchio delle feci". Gobbo fu condannato in contumacia a 26 anni di reclusione.

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    - - - FRANCO PREGELJ - - -

    Foto non disponibile
    Età: 80 anni.

    Residenza: Slovenia.

    Incaricoommissario politico del IX Corpus del maresciallo Tito a Gorizia.

    Testimonianze: denuncia dei familiari delle vittime e documento del PCI.

    Pensione INPS: 569.650 lire per tredici mensilità. 45 milioni circa di arretrati.




    Le sue azioni valorose:

    dal primo maggio al 9 giugno 1945, il comandante "Boro", alias Franco Pregelj fu il commissario politico del IX Corpus dell'esercito partigiano jugoslavo, che aveva occupato Gorizia. Dei 900 italiani deportati dal capoluogo Isontino, 665 non tornarono più a casa. Fra gli scomparsi anche Licurgo Olivi e Augusto Sverzutti, entrambi esponenti del Comitato di Liberazione. "La mattina del 5 maggio 1945 furono invitati a salire su una macchina, sulla quale c'era anche il professor Mulitsch e il commissario Boro. Giunti in piazza della Vittoria il professor Mulitsch fu fatto scendere mentre la macchina proseguì verso il palazzo Coronini (comando del IX Corpus titino a Gorizia, N.d.R.). Da allora non sono più tornati".Questo hanno denunciato i familiari di Sverzutti nel 1946 alla questura del capoluogo isontino. Emilio Mulitsch, responsabile del CLN di Gorizia, ha confermato la vicenda con una relazione conservata nell'Ufficio storico del PCI (documento 4004, pagg. 1-4, reg. C). Lo studioso pordenonese Marco Pirina ha trovato negli archivi sloveni i numeri di matricola di Sverzutti (n. 1728) e Olivi (n. 1799), deportati nel carcere di Lubiana, un ex manicomio. L'ultima registrazione del 30 dicembre 1945 indica che i prigionieri sono stati trasferiti verso "ignote destinazioni". L'intera documentazione è nei fascicoli della Procura di Roma.

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    - - - GIORGIO SFILIGOI - - -

    Foto non disponibile
    Età: 74 anni.

    Residenza: Slovenia.

    Incaricoollaboratore del IX Corpus jugoslavo.

    Testimonianze:esposto alla Procura di Gorizia del commissariato di pubblica sicurezza di Cormons.

    Pensione INPS: 571.850 lire per tredici mensilità. 20 milioni circa di arretrati.




    Le sue azioni valorose:

    Sergio era il nome di battaglia di Sfiligoi, che dal 1944 al 1945 fu utilizzato come "deportatore" di italiani dal IX Corpus del Maresciallo Tito. "Il 29 aprile 1945 (...) Sfiligoi Giorgio prelevò, presso le proprie abitazioni le seguenti persone: Brurnat Marino, Bullo Giuseppe, Tavian Giovanni, Ronea Enrico, Gasparutti Rodolfo e Pascolat Francesco. All'insaputa del locale Comitato di liberazione furono trasferiti, la notte del 30 aprile a (...) Idria, ove furono consegnati ai partigiani sloveni. Il 1 maggio successivo (...) Mons. Angelo Magrini si recò in Idria, ove ottenne la liberazione dei catturati, i quali fecero ritorno a Cormons presso le loro abitazioni. Nella notte del 6 maggio 1945, i predetti sventurati furono nuovamente prelevati dallo Zulian Nerino, dal Marini Clodoveo e dallo Sfiligoi Giorgio e trasportati - a mezzo di un autocarro - a Caporetto e là consegnati allo Zulian Mario che li freddò". Ciò è quanto si legge nell'esposto del commissariato di pubblica sicurezza di Cormons del 10 maggio 1949 acquisito agli atti.

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    - OSCAR PISKULIC - - -

    Foto non disponibile
    Età: 83 anni.

    Residenza: Croazia.

    Incarico: capo dell'Ozna, la polizia segreta di Tito, a Fiume dal 1943 al '47.

    Testimonianze:familiari delle vittime, un membro del CLN di Fiume e documenti vari.

    Pensione INPS: dato non disponibile.




    Le sue azioni valorose:

    Oscar Piskulic, detto "Zuti" (il giallo), fu dal 1943 al 1947 il capo della temuta Ozna, la polizia segreta jugoslava a Fiume. L'avvocato Augusto Sinagra, che con la sua denuncia ha avviato l'inchiesta sul genocidio delle foibe, accusa proprio Piskulic e altri funzionari dell'Ozna, fra i quali gli italiani Norino Nalato e Giuseppe Domancich. Alla Procura di Roma sono stati consegnati 553 nomi di connazionali uccisi o scomparsi nel capoluogo quarnerino e dintorni, dal 3 maggio alla fine dei 1945. "I familiari di alcuni degli uccisi essendosi recati, spinti dall'angoscia, alla sede dell'Ozna a Fiume dove erano raccolti i cadaveri, avevano constatato che i funzionari a cui si erano rivolti erano i medesimi individui che erano penetrati nelle loro case per prelevare i congiunti poscia uccisi. (...) In tal modo l'uomo e la donna che avevano diretto il prelevamento dell'ex deputato della Costituente Sincich vennero identificati nel capo dell'Ozna Oscar Piskulic e nella sua amante (...)" si legge nella testimonianza di Luksic Lanini, membro del CLN di Fiume, consegnata alla Procura di Roma. Il figlio di Giuseppe Sincich, interrogato recentemente dal pubblico ministero Pititto, ha confermato le responsabilità di Piskulic sottolineando che suo padre "era un democratico, un economista, perseguitato dai fascisti, ma i democratici a quel tempo davano molto fastidio".

    Da Adnkronos del 28 novembre 2000

    Roma - Gli atti del procedimento a suo carico sono solo in lingua italiana e non croata. Così Oskar Piskulic, imputato nel processo sulle foibe che si tiene alla Corte d’Assise di Roma, ha fatto ricorso al Tribunale di Strasburgo per violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. La Corte d’Assise ha infatti rigettato l’eccezione di nullità delle notifiche e dell’ordinanza di contumacia, mentre gli atti pervenuti a Piskulic sono in lingua italiana e non in lingua croata, come specificamente previsto - sottolinea il legale Livio Bernot- dalla Convenzione, anche alla luce della più recente normativa.



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    - - - IVAN MOTIKA - - -

    Foto non disponibile
    Età: 92 anni.

    Residenza: Croazia.

    Incarico: pubblico accusatore per l'Istria dal 1943 al 1947.

    Testimonianze: familiari delle vittime.

    Pensione INPS: dato non disponibile.




    Le sue azioni valorose:

    l'8 settembre del 1943 l'esercito italiano era allo sbando su tutti i fronti. In Istria ne approfittarono i partigiani di Tito conquistando diverse cittadine. Ivan Motika ricopriva il ruolo di "giudice del popolo", che decideva il destino degli italiani. "Il castello di Pisino era diventato in quei giorni prigione e quartier generale dei partigiani di Tito, il cui luogotenente (...) era tale Ivan Motika; nel castello si svolgevano i cosiddetti "processi" del "Tribunale del Popolo", presieduto dallo stesso Motika, che sentenziava a decine o centinaia le condanne a morte degli italiani. (...) Il 30 ottobre i resti dei due congiunti (padre e zio dell'estensore di questa testimonianza, imprigionati da Motika, n.d.r.) furono riportati alla luce da una cava di bauxite a Villa Bassotti. (...) "Erano nudi, le mani legate con il filo spinato ed erano stati tagliati i genitali e levati gli occhi. In tutto si ricuperarono 23 salme" così si legge nella deposizione alla Procura di Trieste di Leo Marzini, che racconta di aver incontrato in quei giorni tremendi, lo stesso Motika per chiedergli spiegazioni: "Non fece nulla per limitare le sue responsabilità e si limitò a dire che forse si era trattato di un errore". La deposizione raccolta a Trieste è stata inviata alla Procura di Roma assieme ad altre testimonianze, fra le quali spicca quella di Nidia Cernecca che ricorda ancora il padre decapitato su ordine di Motika, soprannominato "il boia di Pisino".

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    - - - GIUSEPPE OSGNACCO - - -

    Foto non disponibile
    Età: 79 anni.

    Residenza: Slovenia.

    Incarico: comandante militare della banda partigiana Beneska Ceta dal 1944.

    Testimonianze:deposizioni al processo contro la Beneska Ceta e testimonianze varie.

    Pensione INPS: 569.750 lire per tredici mensilità, 30 milioni d'arretrati.




    Le sue azioni valorose:

    Giuseppe Osgnacco, detto "Josko", ex sergente dell'esercito italiano, era il comandante militare della banda partigiana Beneska Ceta fin dal 13 agosto 1944. La formazione operò nelle Valli del Natisone con l'obiettivo dichiarato di annettere più territorio possibile della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito. Nel 1959 fu istruito un processo contro gli appartenenti alla Beneska Ceta, ma l'amnistia promulgata da Palmiro Togliatti nel 1946 fece sì che fosse dichiarato il non luogo a procedere. Nella nuova inchiesta della Procura di Roma i reati di strage ai danni della popolazione italiana, con finalità di pulizia etnica, non possono andare in prescrizione. Le testimonianze raccolte da Giuseppe Vasi, un udinese che ha dedicato gran parte della sua vita a ricostruire i drammatici giorni della guerra sui confini orientali, sembrano confermare che la Beneska Ceta passava quasi sempre per le armi i prigionieri. "Sono state almeno 40 le persone ammazzate nei boschi circostanti le Valli del Natisone tra militari tedeschi, fascisti e anche civili". Ma la sorte più ingrata toccò a due giovani carabinieri, secondo la testimonianza oculare di Giovanni Lurman consegnata alla Procura di Roma. " I partigiani ordinarono loro di spogliarsi (...), li legarono mani e piedi e li spinsero nella buca (...).Loro piangevano dentro e più che buttavano terra e sassi si sentiva che urlavano" racconta il testimone che ammette di averli disseppelliti personalmente un mese dopo, all'arrivo delle truppe "alleate" (1945), riscontrando che almeno uno dei militari non aveva la pur minima ferita e quindi era morto dopo essere stato sepolto vivo.

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    GUIDO CLIMICH - - -

    Foto non disponibile
    Età: 78 anni.

    Residenza: Croazia.

    Incarico: responsabile dell'Ozna di Pisino (Istria) nel 1945.

    Testimonianze:Associazione famiglie deportati in Jugoslavia.

    Pensione INPS: dato non disponibile.




    Le sue azioni valorose:

    nome di battaglia "Lampo", Guido Glimich era, alla fine della guerra, il temuto capo della polizia segreta di Tito a Pisino nella penisola istriana. L'Associazione famiglie deportati in Jugoslavia aveva raccolto numerose dichiarazioni sulla sparizione degli italiani, poi consegnate alla questura di Gorizia. "Mio figlio Mechis Giovanni fu prelevato il 3/5/1945 dai partigiani titini (...). Con altri otto paesani furono interrogati da un funzionario dell'Ozna, Guido Climich (...). Circa il 25 o 28 maggio furono portati a Montona e racchiusi nelle carceri (...). Il 12 Giugno 1945 un folto gruppo di prigionieri fu prelevato di notte. (....) Pochissimi fecero ritorno e io non seppi più nulla di mio figlio" scriveva in uno stentato italiano Antonio Mechis il 25 giugno del 1949.

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    - - - GIOVANNI SEMES - - -

    Foto non disponibile
    Età: 83 anni.

    Residenza: Croazia.

    Incarico: comandante militare di Zara e capo della polizia segreta di Tito dal 1944 al 1945.

    Testimonianze:documenti della Regia Marina e Jugoslavi.

    Pensione INPS: dato non disponibile.




    Le sue azioni valorose:

    il generale Giovanni Semes, che occupò Zara il 31 ottobre 1944, era comandante militare della piazza e capo della polizia segreta di Tito nella zona. Il giornale croato "Narodni List" ha pubblicato, cinquant'anni dopo, il bando di fucilazione degli abitanti del quartiere di Borgo Erizzo e di altri zaratini. Ventinove italiani erano compresi nel bando firmato dal generale Giovanni Semes, ma altri "settantatrè non hanno avuto la fortuna di essere giudicati perché sono finiti nella fossa marina dell'isola Lavernata nell'arcipelago delle Coronarie" scrive Ivijca Matesie in un'inchiesta giornalistica, acquisita agli atti dal pubblico ministero. Lo studioso Marco Pirina ha segnalato alla Procura di Roma la relazione del secondo reparto della Regia Marina del 20 giugno1945, conservata presso l'archivio centrale dello Stato, che conferma questi tragici fatti imputabili al generale Semes.

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    - - - MARIO TOFFANIN - - -

    Foto non disponibile
    Età: deceduto.

    Residenza: Slovenia.

    Incarico: comandante dei "Gap" (Gruppi armati partigiani) nell'alto Friuli e nella provincia di Gorizia.

    Testimonianze:archivi del IX Corpus di Tito.

    Pensione INPS: 672.270 per 13 mensilità.




    Le sue azioni valorose:

    Toffanin, nome di battaglia "Giacca", è il responsabile della strage delle malga Porzus sui monti friulani. Fra l'8 il 13 febbraio del 1945 massacrò con i suoi uomini, tutti partigiani garibaldini rossi, 22 combattenti della Resistenza della brigata "Osoppo", che si opponeva all'annessione alla Yugoslavia della Venezia Giulia. Nel 1957 Toffanin fu condannato all'ergastolo per l'eccidio di Porzus, ma si nascose prima in Yugoslavia e poi in Cecoslovacchia. Nel 1978 venne graziato dal presidente Pertini. La pensione Inps era la VOS 04908917: nonostante le sanguinose azioni anti-italiane, ha ricevuto 672.270 lire di pensione dall'Inps fino alla morte.

    - Questi solo alcuni dei nomi presenti nel "libro paga" dell'INPS.

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    Articoli di approfondimento.



    L'inchiesta di "Panorama" del 3 maggio 2001: "I vecchi boia svernano dietro l'angolo"


    Dopo la bufera su Friedrich Engel, il novantaduenne ex nazista la cui estradizione sta mobilitando l'intero governo italiano, la ricerca dei carnefici degli italiani nell'ultima guerra potrebbe mietere ben altri successi. A un passo dai nostri confini, infatti, vivono indisturbate decine di altre persone accusate di aver partecipato a feroci violenze contro gli italiani. In questo caso, si tratta di atrocità commesse dopo la "liberazione" di Trieste, Gorizia, l'Istria, Fiume e la Dalmazia da parte dei partigiani jugoslavi di Tito. Molti trovarono la loro tomba nelle foibe, le cavità carsiche dove venivano scaraventati ancora vivi. Per sfuggire al giogo del vincitore 350 mila italiani imboccarono la via dell'esodo, mentre i carnefici hanno vissuto tranquillamente addirittura con una pensione dell'Inps.
    Panorama ha ricostruito alcune delle storie più eclatanti a cominciare da quella del maggiore

    Oskar Piskulic, attualmente processato dalla prima Corte d'assise di Roma per omicidio plurimo aggravato. Le vittime erano Giuseppe Sincic, Nevio Skull e Mario Blasich antifascisti e autonomisti fiumani uccisi nel 1945, a guerra finita. Secondo il capo d'imputazione Piskulic agì "quale capo dell'Ozna (polizia politica jugoslava)" e le vittime finirono nel mirino "per il solo fatto che erano italiani".
    Piskulic oggi ha 81 anni e vive sempre a Fiume. L'inchiesta su di lui è iniziata nel 1994 e la richiesta di arrestarlo venne respinta, prima per un problema di giurisdizione, poi per l'età avanzata. Il difensore di Piskulic ci tiene a sottolineare che il suo assistito non è un infoibatore, la prossima udienza si terrà l'8 maggio e la sentenza potrebbe arrivare prima dell'estate.
    Un'altra inchiesta, nata da uno stralcio del processo contro Piskulic, è stata appena aperta dal procuratore militare di Padova, Sergio Dini. Il magistrato ha acquisito molti documenti tra i quali la drammatica testimonianza di Giovanni Predonzani che abita a Trieste ed è sopravvissuto al lager di Borovnica, vicino a Lubiana, uno dei tanti dove furono rinchiusi gli italiani. Predonzani per anni si è svegliato dopo aver sognato il comandante del campo, Ciro Raner. "Eravamo in fila per avere un mestolo di acqua sporca e patate e quello davanti a me per fame cercò di raschiare il fondo della pentola (...). Subito la guardia partigiana lo colpì con una fucilata al torace. Arrivò il Raner (...) che diede il colpo di grazia sparandogli alla nuca" ave Va raccontato ai carabinieri qualche anno fa. Raner che oggi ha 84 anni, raggiunto al telefono in Croazia dove vive, smentisce: "Mai stato a Borovnica ero solo responsabile della sanità nella prima brigata Vladimir Gortan. Ammetto, però, che il rivoluzionario l'ho un po' fatto in Istria nel 1943". Difatti Raner era sergente nel regio esercito italiano, ma con l'armistizio dell'8 settembre passò nelle file dei partigiani e dopo la guerra divenne deputato per l'Istria. L'aspetto scabroso è che Raner percepisce una pensione dell'Inps, grazie a 72 settimane di servizio militare prestato per l'Italia. 569.750 lire al mese per 13 mensilità, oltre a circa 50 milioni di arretrati.

    Invece subì una condanna a 24 anni di reclusione Nerino Gobbo che trascorre la vecchiaia, con la pensione dell'Inps, poco distante dal confine a Isola, in Slovenia. Per molti anni rimase latitante, ma nel 1966 ottenne l'amnistia con il riconoscimento della natura politica dei reati che aveva commesso. Nel 1945 era il commissario del popolo "Gino" al quale rispondeva la cosiddetta "squadra volante", un gruppo di delinquenti dediti a infoibamenti e torture. Secondo il suo avvocato, "Gino fu incastrato. Era una vittima della volante, ma in realtà tentò di salvare diverse persone". Purtroppo non si salvarono 12 carabinieri fatti prigionieri nel 1944 e massacrati con orribili sevizie a Malga Bala nell'alto Friuli. Arrigo Varano, dell'associazione nazionale dell'Arma ha inviato in questi giorni una lettera al ministro della Giustizia, Piero Fassino, affinché si interessi alla vicenda e faccia indagare sul maggior indiziato dei massacro, un certo Hrovat Alojz residente a Bovec nell'ex Jugoslavia.

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    Per integrare l'articolo di "Panorama", pubblico di seguito la storia dei dodici carabinieri torturati dai partigiani.

    I Carabinieri costituivano un presidio a difesa della centrale idroelettrica di Bretto. Il 23 Marzo 1945 i partigiani presero in ostaggio il Vicebrigadiere Dino Perpignano, comandate dei presidio che stava rientrando negli alloggiamenti, sotto la minaccia delle armi, lo costrinsero a pronunciare la parola d'ordine e, con facilità, una volta entrati nel presidio, catturarono tutti i Carabinieri, già in parte addormentati.Dopo il saccheggio, i dodici militari furono deportati nella Valle Bausizza e rinchiusi in un fienile ove fu loro servito un pasto nel quale era stata inglobata soda caustica e sale nero. Affamati, inconsciamente mangiarono quanto gli era stato servito, ma, dopo poco, le urla e le implorazioni furono raccapriccianti e tremende. Erano stati avvelenati e la loro agonia si protrasse fra atroci dolori per ore ed ore. Stremati e consumati dalla febbre, Pasquale Ruggiero, Domenico Del Vecchio, Lino Bertogli, Antonio Ferro, Adelmino Zilio, Fernando Ferretti, Ridolfo Calzi, Pietro Tognazzo, Michele Castellano, Primo Amenici, Attilio Franzon, quasi tutti ventenni (e mai impiegati in altri servizi tranne quello a guardia della centrale, cui erano stati sempre preposti), furono costretti a marciare fra inesorabili ed inenarrabili sofferenze ed insopportabili sacrifici fino a Malga Bala ove li attendeva una fine orribile.Il Vicebrigadiere Perpignano fu preso e spogliato; gli venne conficcato un legno ad uncino nel nervo posteriore dei calcagno ed issato a testa in giù, legato ad una trave; poi furono incaprettati. A quel punto, i macellai partigiani, cominciarono a colpire tutti con i picconi: a qualcuno vennero asportati i genitali e conficcati in bocca, a qualche altro fu aperto a picconate il cuore o frantumati gli occhi. All'Amici venne conficcata nel cuore la fotografia dei suoi cinque figli mentre il Perpignano veniva finito a pedate in faccia ed in testa.La "mattanza" terminava con i corpi dei malcapitati legati col fai di ferro e trascinati, a mo' di bestie, sotto un grosso masso. Ora le misere spoglie di questi Carabinieri Martiri-eroi riposano, dimenticati dagli uomini, dalla storia e dalle Istituzioni, in una torre medievale di Tarvisio le cui chiavi sono pietosamente conservate da alcune suore di un vicino convento.Dei fatti si sta interessando la Magistratura nella persona dei Procuratore Capo di Tolmezzo.

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    Quando i partigiani massacravano pure i Carabinieri (da "Libero" del 25 aprile 2001)

    MILANO - Venticinque aprile. Festa della liberazione. Festa di bandiere, di cori e di parate, dietro alle quali però giorno dopo giorno emerge un rosario doloroso di massacri e di crimini non solo impuniti, ma anche glorificati. Un racconto inesausto di violenze misconosciute che riaffiora come un livido pesto dalla memoria dei nostri vecchi che per oltre cinquant'anni l' hanno serbato insieme alla paura di quei giorni. La storia di oggi arriva dall'alto Friuli e racconta di 12 carabinieri torturati e massacrati orribilmente da una banda di sedicenti partigiani comunisti filotitini a Malga Bala (Tarvisio-Udine, oggi Slovenia) il 23 marzo 1944. Non erano fascisti, brigate nere o criminali nazisti. Erano solo 12 carabinieri, la maggior parte poco più che ventenni, che prestavano servizio per l'Arma. Ma torniamo a quel giorno.

    Difendevano la centrale.

    Il vicebrigadiere Dino Perpignano (classe 1921) e i carabinieri Primo Amenici (classe 1905), Lindo Bertogli (classe 1921), Michele Castellano (classe 1910), Rodolfo Colsi (classe 1920), Domenico Dal Vecchio (classe 1924), Fernando Ferretti (classe 1920), Antonio Ferro (classe 1923), Attilio Franzan (classe 1913), Pietro Tognazzo (classe 1912), Pasquale Ruggiero (classe 1924), Adelmino Zilio (classe 1921) prestavano servizio a Cave del Predil e costituivano il presidio a difesa della centrale idroelettrica di Bretto. Non erano mai stati impiegati in altro tipo di servizio. La sera di quel 23 marzo una banda di partigiani filotitini prese in ostaggio il vicebrigadiere Perpignano, comandante del presidio, che stava rientrando negli alloggiamenti. Sotto la minaccia delle armi lo costrinsero a pronunciare la parola d'ordine in modo da entrare negli alloggiamenti e catturare senza difficoltà i militari, in gran parte già addormentati. E qui incomincia il calvario. Dopo aver saccheggiato il presidio alla ricerca di armi, munizioni e cibo (rubarono persino le turbine necessarie alla fornitura di acqua per i paesi della vallata) i banditi titini deportarono i 12 carabinieri nella valle Bausizza, dove furono rinchiusi in un fienile. A questo punto furono avvelenati con un pastone a base di soda caustica e sale nero. Affamati e stremati, i giovani militari lo mangiarono. L'agonia si protrasse per ore ed ore tra atroci dolori addominali e urla strazianti. Consumati dalla febbre e dalla sofferenza, i militari furono costretti a marciare su sentieri di montagna, e con il bottino dei briganti sulle spalle, fino alla Malga Bala, dove si sarebbe compiuto il loro destino. Il povero sottufficiale Perpignano fu spogliato e malmenato. Poi i carnefici gli conficcarono un legno ad uncino nel tendine d'Achille, dietro al calcagno, e quindi lo impiccarono a testa in giù legato a una trave. Tutti i suoi compagni invece furono incaprettati e colpiti a colpi di piccone. A qualcuno furono asportati i genitali e conficcati in bocca. Ad altri fu aperto a picconate il cuore e furono frantumati gli occhi. A Primo Amenici venne infilata nel cuore la fotografia dei suoi cinque figli, mentre Dino Perpignano, appeso a testa in giù, venne finito a calci in faccia e in testa. Un'autentica mattanza con i corpi martoriati dei militari legati con del fil di ferro e trascinati come animali sotto un masso e lì abbandonati. I poveri resti dei 12 furono ritrovati da una pattuglia tedesca solo la sera del 28 marzo e trasportati a Tarvisio, dove furono tumulati in una torre medievale vicino la Chiesa, mentre successivamente le spoglie di Perpignano, Castellano, Dal Vecchio, Ferro e Tognazzo furono portate nei paesi d'origine.

    56 anni per ricordare.

    Per ben 56 anni il terribile eccidio fu avvolto nel più completo silenzio e solo grazie alla tenacia dell'ex maresciallo dei carabiniere di Brescia, Arrigo Varano, il 23 marzo 2000 si arrivò a una commemorazione ufficiale per queste povere vittime. Ancora oggi, però, nonostante numerose interrogazioni parlamentari, la raccolta di oltre 1.800 firme, appelli a onorevoli, alle più alte cariche dello Stato, fino al presidente della Repubblica, non è stato possibile ottenere una decorazione al valor militare alla memoria dei 12 carabinieri. La motivazione è che il termine per richiedere onorificenze relative alla Seconda guerra mondiale è scaduto il 30 giugno 1948.

    Ma il colmo dell'ironia è che alcuni dei responsabili dell'eccidio sono stati identificati. In particolare nel '99 la Procura di Tolmezzo ha inviato un avviso di garanzia nei confronti di Alojz Hrovat, 77 anni, ex capo partigiano di Bovec e attualmente residente in Slovenia. Hrovat è sospettato di aver guidato il tremendo eccidio. E ancora oggi, come tutti gli altri partigiani titini sospettati del massacro, percepisce dallo Stato italiano una pensione di guerra. Che tutti i mesi ritira nella banca di Tarvisio, a due passi dalla torre dove riposano i resti di alcuni dei militari trucidati. Anche lui oggi, gratificato da tanta onorificenza che non spetta ai militari uccisi, festeggerà il 25 aprile, festa della Liberazione.

    Torna al sommario



    L'istituto si difende: a noi non interessa la fedina.

    E i titini sotto accusa contrattaccano: "Mai fatto niente di male. Comunque, pensate ai crimini commessi in Jugoslavia dai fascisti".
    INPS paga ogni mese 32 mila pensioni minime a persone residenti nell'ex Jugoslavia, sborsando complessivamente quasi 200 miliardi l'anno. E tra i titolari di pensione ci sono anche personaggi che sono indagati dal giudice Pititto per gli eccidi delle foibe. Ma com'è possibile una cosa del genere? "Siamo obbligati dalla legge a versare queste pensioni", sostiene Vittorio Spinelli dell'ufficio stampa dell'INPS. Si, perché in base ad una direttiva della Comunità europea è riconosciuto ai fini contributivi il periodo militare svolto nelle file partigiane. "Inoltre", soggiunge Spinelli, "la dichiarazione dei contributi non è mai accompagnata dalla fedina penale. Si tratta di un'assicurazione e in quanto tale asettica. Se tra gli aventi diritto risultano anche dei criminali di guerra, titini o nazisti che siano, dobbiamo continuare a pagarli essendo la pensione un diritto che non si può revocare per questi motivi". Uno dei titolari di pensione INPS che risultano indagata Roma è Ciro Raner, che vive a Crikvenica, cittadina turistica della Croazia. "Non ho fatto del male a nessuno", dice respingendo ogni accusa. "Negli anni Trenta ho giocato a calcio in serie A con la Spal, la Fiorentina e il Catania. Per l'Italia ho prestato servizio militare, ero un sergente di sanità, diligente e disciplinato", spiega Raner, giustificando così, con il servizio militare e con la successiva lotta partigiana nelle file di Tito, la pensione INPS. Testimoni ancora in vita lo indicano come il brutale comandante del lager di Borovnica, un campo che non aveva niente da invidiare a quelli nazisti. Negava di essere coinvolto nella tragica, storia delle foibe anche Mario Toffanin, responsabile del massacro della malga di Porzus, in Friuli, e finito nelle maglie dell'inchiesta romana per la sua collaborazione con il IX Corpus di Tito. "Giacca", come era chiamato in battaglia, viveva a Skofìje, in Slovenia, a un paio di chilometri dal confine con l'Italia. "Ma quale genocidio", protestava così. "lo sono stato graziato da Pertini nel 1978. Sono un uomo libero, vado a Trieste quando mi pare, per trovare mio figlio."

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    http://utenti.lycos.it/irredentismo/...cossettoo.html

    Un esempio della bestialità degli infoibatori: il martirio di Norma Cossetto


    La seguente deposizione racconta la fine di Norma Cossetto, una delle tante vittime delle foibe: "... Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24 anni di Santa Domenica di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'Università di Padova. In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo "L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite).Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa. Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone.Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici tra i quali Eugenio Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa vedova Mechis in Sciortino, Maria Valenti, Umberto Zotter ed altri, tutti di San Domenico, Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo. Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti durante la notte e trasportati con un camion nella scuola di Antignana, dove Norma iniziò il suo vero martirio. Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi e esaltati, quindi gettata nuda nella Foiba poco distante, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udì, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà; Il 13 ottobre 1943 a San Domenico ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, recuperarono la sua salma: era caduta supina,nuda,con le braccia legate con il filo di ferro,su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati,un pezzo di legno conficcato nella vagina ed altre parti del corpo sfregiate. Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite d'arme da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri". Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la prigionia venne violentata da molti.

    Un'altra deposizione aggiunge i seguenti particolari: "Cossetto Norma, rinchiusa da partigiani nella ex caserma dei Carabinieri di Antignana, fu fissata ad un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da diciassette aguzzini. Venne poi gettata nella Foiba;La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier. Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, alla luce tremolante di due ceri, nel fetore acre della decomposizione di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima, nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri, fucilati a colpi di mitra ..."

  3. #3
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    Parla monsignor Aldo Moretti,
    medaglia d'oro al valor militare
    di ALBERTO BOBBIO
    I sospetti dei partigiani comunisti, le manovre degli inglesi, le istruzioni dei comunisti tornati da Mosca: poi l’agguato finale. Così monsignor Moretti, uno dei fondatori delle Brigate Osoppo, ricostruisce uno degli episodi più oscuri della Resistenza italiana.


    E' un posto di mezza montagna sepolto nell’ombra degli alberi. Monsignor Aldo Moretti, 87 anni, il partigiano "Lino", medaglia d’oro al valor militare, getta lo sguardo sulla valle, sulle cime dei monti, sulle foreste e sui prati che scivolano verso il Natisone e il passo di Caporetto, terre cariche di destino per le popolazioni del Friuli, terre spalmate di sangue e di sacrifici, dove il passato non passa mai.

    Saliamo alle malghe di Porzus dove il bosco nasconde un’infamia, due piccoli edifici di pietra, il soffitto bassissimo, un tavolo di sasso all’aperto, il selciato intorno. Eccolo il caposaldo dell’orrore. Qui, il 7 febbraio 1945, i partigiani comunisti trucidarono i partigiani verdi, cattolici, liberali, moderati riluttanti all’idea di mettersi sotto il comando delle formazioni titine. Monsignor Aldo Moretti le aveva fondate quelle formazioni cattoliche, insieme con altri due preti, un anno prima, e aveva scelto il nome di Brigate Osoppo, il paese friulano che insorse durante il Risorgimento contro l’occupazione austriaca. Ora è lì davanti alla lapide che ricorda i suoi ragazzi «soffocati nel sangue da fraterna mano assassina». Gli scende una lacrima sul viso asciutto, recita il salmo del giusto che muore e ha come un tremito: questo è il luogo della memoria opprimente.

    L’auto corre tra i campi di granturco sulle strade del Friuli orientale. Il vecchio prete racconta la sua storia di cappellano militare in Africa, ferito e catturato dagli inglesi, prigioniero sul canale di Suez e poi scambiato a Smirne. «Tornai a casa a maggio del 1942. Accettai un invito a Siena, dove pregai perché i nostri soldati potessero vincere. E lì accadde qualcosa. Al termine del discorso mi avvicinò un ometto. Disse poche parole: "Cambierà tutto, sa... cambierà". Era Giorgio La Pira».

    La chiesetta di Marsur appare dietro la curva. Segnava il confine nel settembre del 1944 tra le terre in mano ai nazifascisti e la fragile repubblica partigiana del Natisone, una manciata di giorni di libertà, di sacrificio, di sogni. Moretti si emoziona. Ha una memoria lucida, le parole scivolano via sicure. Povoletto, paese della battaglia tra partigiani, fascisti e tedeschi, quando settanta carabinieri passarono armi e bagagli con i partigiani per non dover uccidere altri italiani. Poi Attimis, Faedis, le valli che salgono verso il confine sloveno, terre che secondo i partigiani comunisti avrebbero dovuto essere consegnate a Tito, terre slovene perché lì c’erano e ci sono ancora italiani che parlano la lingua slovena: «La Grande Slovenia, volevano i partigiani comunisti. Noi volevamo solo combattere per la libertà, non per il comunismo, ed eravamo favorevoli a lasciare ad un referendum dopo la liberazione la scelta sui confini».

    Il borgo di Porzus ora è abbracciato dai boschi. Sui prati spuntano i covoni: «Allora era tutto erba. Dalla Pedemontana ci vedevano i tedeschi». Il luogo si chiama Topli Vrh, cima calda. Più che malghe erano fienili, piccole stalle dove le mucche stavano a fatica, umide d’estate, gelide d’inverno: «Il nostro comando», dice Moretti. Oggi il bosco le nasconde alla vista su tutti i lati: «Allora no. Davanti al precipizio, accanto al sentiero, c’era un prato, il prato delle talpe. Bolla, il comandante, alzava la bandiera, bandiera italiana, bandiera con lo stemma sabaudo. Io lo mettevo in guardia: attento, gli dicevo, la vedono i comunisti e i partigiani sloveni, quello stemma a loro ricorda il fascismo, toglila. E lui no, cocciuto, perché credeva sopra ogni cosa all’Italia, senza compromessi, senza tante prudenze politiche».

    "Bolla" era il nome di battaglia di Francesco De Gregori, ufficiale degli alpini, monarchico, onesto e convinto militare, che non mollava mai il cappello con l’aquila e il fazzoletto verde di partigiano moderato. Era lo zio del cantautore. Era stato lui, il 5 ottobre 1944, a dare la risposta negativa ai capi delle brigate garibaldine che volevano anche i partigiani cattolici sotto comando comunista alle dipendenze del IX Corpus jugoslavo. L’incontro era avvenuto al cimitero di Oborza di Prepotto. L’idea di Tito era quella, finita la guerra, di annettersi il Friuli orientale. Tito strappò a Togliatti il consenso e stabilì che tutte le formazioni partigiane friulane passassero sotto il suo comando. «Noi non avevamo mai avuto dubbi nel rifiutare», ricorda Moretti.

    «Avevamo sempre operato insieme, anche se noi cattolici ci preoccupavamo, oltre che della onestà dei fini, anche della onesta dei mezzi. Ci furono discussioni assai accese con i comandanti comunisti sulla necessità di azioni che comportavano sacrifici di vite umane». Nascono anche da questo atteggiamento più umanitario le accuse di tradimento che in questi anni sono state rivolte ai fazzoletti verdi per giustificare l’eccidio di Porzus, che viene alimentato dalla paura nei confronti di tutto ciò che potrebbe ostacolare una costruzione rapida del socialismo internazionale.

    È una brutta storia, quella degli episodi che precedono la strage. Storia di contrapposizioni ideologiche che sfiorano livelli parossistici, dove si muore per uno sguardo, un’allusione, una voce buttata là. È una tragedia sulla quale convergono ragioni militari e interessi internazionali, che ha molte matrici e che lascia dopo quasi mezzo secolo ancora aperti molti interrogativi.

    Liquidare i partigiani ribelli

    L’8 settembre 1944 Vincenzo Bianchi, nome di battaglia "Vittorio", rappresentante del Partito comunista italiano presso il IX Corpus titino, che era tornato da Mosca insieme con Togliatti, riceve una lettera da Edvard Kardelj, ideologo e braccio destro di Tito, in cui lo si invita a liquidare le formazioni partigiane che, in Friuli, non accettano di porsi agli ordini del IX Corpus.

    I partigiani verdi rivendicano la propria libertà e tornano in montagna, da soli. Risalgono le strade che portano a Porzus. È inverno. Molti tornano a casa, aspettando la primavera. Vicino a Porzus nel villaggio di Canebola, dove si trova il comando garibaldino, il 7 novembre si fa festa per annunciare la solenne adesione alle formazioni titine. Bolla convoca i suoi: «Ci vogliono far sloggiare. Chi vuole andarsene se ne vada, noi restiamo». Restarono in venti alle malghe.

    Ma sotto, in pianura, comincia a scattare la trappola. Girano con sempre maggiore insistenza voci di tradimento da parte dei verdi. Conferma Moretti: «Qualche intesa umanitaria, nessun tradimento. Tentavamo solo di anticipare la pace in un angolo del fronte». Poi le voci si infittiscono, fino a riferire di contatti con i repubblichini della X Mas di Valerio Borghese.

    Che cosa c’era di vero? Moretti conferma che Cino Boccazzi, un partigiano della Osoppo preso prigioniero dai fascisti della X Mas, ricattato sulla sorte della moglie e dei figli, fu rimandato a Udine per cercare un contatto con la Osoppo, con la quale Valerio Borghese voleva collaborare per difendere il confine orientale dalle pretese titine, in modo da farsi un’immagine di patriota in vista della fine della guerra.

    Boccazzi ne aveva parlato con l’ufficiale inglese Rowort, che lavorava clandestinamente a Udine, nome di battaglia "Nikolson". Egli prende tempo prima di sentire il suo comando a Londra e ricevere una risposta negativa, ma intanto i sospetti aumentano, sulla scorta anche dell’ingenuità del capo missione inglese. Gli inglesi conoscevano bene la forte collaborazione che c’era all’inizio tra partigiani cattolici e partigiani comunisti. Al punto da esserne preoccupati; al punto, secondo Moretti, «di lavorare per dividerci, anzi di sacrificarci per gettare l’ombra del discredito sulle formazioni comuniste, alle dipendenze di un esercito, quello jugoslavo, che ormai era visto come conquistatore e non più come alleato. Insomma gli Alleati erano preoccupati del loro futuro governo nella zona».

    Un processo prima della strage

    E scatta la trappola. Tutto ruota attorno alla figura di una donna, Elda Turchetti. Moretti la ricorda bene: «Era una ragazza di Pagnacco, il paese dove i tedeschi avevano un deposito di carburante. Gli informatori inglesi raccolgono voci su amicizie della ragazza con alcuni tedeschi. Cosa normale, in un piccolo paese. Radio Londra la denuncia come spia. Lei, impaurita, si rivolge a un amico partigiano, che la porta da "Giacca", Mario Toffanin, capo di una brigata gappista, uomo duro, sprezzante». Toffanin è il partigiano che comanderà la strage a Porzus. Ma Toffanin non la uccide, come accadeva sempre per le spie, e la consegna a Tullio Bonitti, capo della polizia interna della Osoppo. Bonitti la fa salire a Porzus in attesa del processo partigiano.

    Moretti entra con noi in una delle due malghe: «A Natale eravamo qui tutti insieme. La bufera spingeva la neve fin sotto la porta. La Elda dormiva accanto al fuoco, un po’ in disparte. Noi partigiani dall’altra parte. "Bolla" non voleva storie. Il 1° febbraio del 1945, sette giorni prima della strage, ci fu il processo. Assolta».

    Ma intanto un’altra voce si aggiunge sui sospetti di connivenza con il fascismo. L’ordine arriva dal Pci di Udine, ma viene incaricato Toffanin, uomo feroce, ossessionato dalla presenza dei traditori. Ha una settantina di uomini. Arriva alle malghe e quando vede Elda Turchetti, dirà in questi anni in molte interviste, non ha dubbi sul tradimento di quelli della Osoppo. Spara, uccide, e fa prigionieri altri 16 partigiani, che ucciderà, dopo processi sommari, nel corso dei dieci giorni successivi. Li troverà Moretti, a giugno, a guerra finita, sepolti sotto gli alberi di Bosco Romagno. Tra loro c’è anche il fratello di Pier Paolo Pasolini, Guido, il partigiano "Ermes". C’è scritto sul cippo di pietra: «Caduti pai nestris fogolars».

    Moretti ora è stanco. Stanco di raccontare lo scannatoio e le bugie, la crudeltà e l’ingiustizia. Porzus è una ferita ancora aperta da queste parti. Per anni si è identificato il comunismo con la lingua slovena delle popolazioni del Friuli orientale. Per anni un’organizzazione segreta che portava lo stesso nome (Osoppo) delle brigate verdi, alle dirette dipendenze dell’esercito italiano, ha operato per cercare di snazionalizzare la comunità slovena del Friuli, perseguitando sacerdoti e insegnanti. Forse pensavano di vendicare Porzus combattendo una personale guerra fredda sul confine orientale, fomentando un altro odio, questa volta verso gli sloveni.

    Ora anche su questa storia con coraggio si fa luce e per la prima volta in Friuli un libro (Gli anni bui della Slavia) racconta le attività delle organizzazioni segrete. È dedicato «ai sacerdoti della Slavia friulana che hanno lottato e sofferto per la dignità della gente». Il vecchio monsignore, che anni fa aveva approvato l’esistenza di queste formazioni in funzione di propaganda anticomunista, oggi parla di «gravi e ripetuti errori»: «Noi combattemmo in montagna per la libertà e la patria, non per il nazionalismo italiano o sloveno che sia».

    E oggi, dopo tanti anni, scendendo da Porzus va a trovare Giuseppe Bernardi, partigiano garibaldino, sindaco di Cividale, uno che stava dall’altra parte, ma che è convinto che quelli che sono morti siano degli eroi. E gli racconta il sogno. Quello di salire, un giorno prima di morire, alle malghe di Porzus a benedire una lapide con questa insegna: «I fatti di sangue qui compiuti ci ammoniscono che vanno rispettate in ogni comunità di qualunque popolo e la patria e la nazionalità». Oggi le malghe di Porzus sono un monumento, non ancora un ammonimento.

    Alberto Bobbio

  4. #4
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    Predefinito Perchè non perdonare?

    Perchè non perdonare? Perchè continuare a ricordare????
    Perchè non tacere e lasciare questo periodo al cospetto della Storia?
    Poi basterebbe andare a cercare uno-per-uno questi arzilli vecchietti e i loro zelanti accoliti per impiccarli uno-per-uno e usarli come l'unica bandiera slava degna di sventolare sul nostro suolo.

    Storkraft
    " Gli universalisti, gli idealisti e gli utopisti hanno come obiettivo il nulla. Promettono un paradiso irrealizzabile e in questo modo truffano il mondo. In qualunque modo essi si camuffino, da cristiani, comunisti, liberali, siano essi imbecilli in buona fede o cinici sfruttatori, contribuiscono tutti al soggiogamento del genere umano."

  5. #5
    Ridendo castigo mores
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    Predefinito

    In origine postato da Storkraft
    Perchè non perdonare? Perchè continuare a ricordare????
    Perchè non tacere e lasciare questo periodo al cospetto della Storia?
    Poi basterebbe andare a cercare uno-per-uno questi arzilli vecchietti e i loro zelanti accoliti per impiccarli uno-per-uno e usarli come l'unica bandiera slava degna di sventolare sul nostro suolo.

    Storkraft
    la storia e' memoria e non comoda cancellazione .. il perdono e' un' altra cosa ..

    E nella giustizia umana non si da il perdono a chi il perdono non chiede ...

    ..e per consegnare alla sola storia certe vergognose pagine occorre che prima se ne prendano carico morale gli autori .. altrimenti la ferita persiste ..

    Non mi risulta ifatti che i 'vecchietti ' di cui sopra abbiano fatto ne l' uno ne l' altro .

    Comunque a sola precisazione storica, bisogna sempre ricordare che il primo sopraffatore etnico nelle vicende istriane fu lo stato fascista .

    ma questo non giustica e non cancellera' mai dalla storia ne una ' vendetta' 1000:1 , ne uno sterminio sistematico e programmato ,ne il fatto che esso fu essenzialmente 'comunista'. prima che' etnico'...Chiunque puo' notare infatti il buon numero di ' rinnegati' tra i boia sloveni .

  6. #6
    ilariamaria
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    le fiamme verdi erano il gruppo di partigiani che era anceh nella repubblica della Valdossola.


    uno dei pochi momenti in cui la Padania ha avuto una sua statualità... e che è stata tradita, non dai nemici, ma dai partigiani di Togliatti

  7. #7
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    Predefinito Re: Re: Perchè non perdonare?

    In origine postato da Frà Dolcino
    mi piacerebbe cmq sapere cosa intendi tu per "nostro suolo"
    Io sono nazionalista, non credo nel federalismo o nello spirito delle autonomie, semmai sono secessionista e indipendentista.

    Chiamalo socialismo etnico o nazionalsocialismo: io mi sento a casa dal Friùl alla mia Repubblica del Monte Bianco. Personalmente non sono fascista e non ho grande simpatia per il regime fascista, ma in Istria e Dalmazia io non vedo un'ecatombe di fascisti ma un martirio di fratelli massacrati dagli slavi.
    Per me questa massa straniera (gli slavi) sono i nemici storici, non c'è fascismo, nazionalismo o altra giustificazione che tenga: sono una minaccia costante per la nostra gente.


    14
    Storkraft
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  8. #8
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    Predefinito

    In origine postato da ilariamaria
    le fiamme verdi erano il gruppo di partigiani che era anceh nella repubblica della Valdossola.


    uno dei pochi momenti in cui la Padania ha avuto una sua statualità... e che è stata tradita, non dai nemici, ma dai partigiani di Togliatti
    Sarà per questo che l'unica Republica del Nord che sia mai esistita si chiamava Repubblica Sociale Italiana, creata non dai fascisti ma per volontà tedesca.
    Anche in questo caso, come in quello della "Langobardia Major" la nostra gente non ha tradito le sue radici europee.

    Storkraft
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  9. #9
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    Thumbs down Che noia......

    Sembri bravo come politicante, ma la tua lingua è obsoleta. Sembra che tutto sia servito a poco se noi nipotini siamo ancora qui....poca roba? E io non ho proprio voglia di faticare per farti credere che voglia combattere l'incalcolabile. Buonanotte !
    " Gli universalisti, gli idealisti e gli utopisti hanno come obiettivo il nulla. Promettono un paradiso irrealizzabile e in questo modo truffano il mondo. In qualunque modo essi si camuffino, da cristiani, comunisti, liberali, siano essi imbecilli in buona fede o cinici sfruttatori, contribuiscono tutti al soggiogamento del genere umano."

  10. #10
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    Niente perdono.

    dalle risposte mi farò un opinione su di te...

    ( 't và ben BM ?)
    [/B][/QUOTE]

    Non mi interessa molto l'opinione che hai o che puoi farti su di me. Rileggiti quello che ho già scritto.
    Ciao

    Storkraft
    " Gli universalisti, gli idealisti e gli utopisti hanno come obiettivo il nulla. Promettono un paradiso irrealizzabile e in questo modo truffano il mondo. In qualunque modo essi si camuffino, da cristiani, comunisti, liberali, siano essi imbecilli in buona fede o cinici sfruttatori, contribuiscono tutti al soggiogamento del genere umano."

 

 
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