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    Predefinito Addio Keiko, l’orca che non voleva vivere libera

    Divenne celebre con il film "Free Willy", è morta in Norvegia di polmonite a 27 anni. I balenieri: era solo un animale, facciamone hamburger

    OSLO - Le orche marine vivono in media trent’anni. Se libere, un poco di più. Non sono rare come certe balene, in giro per gli oceani sono ancora in tante. E quando muoiono, non fanno notizia. Ma l’altro ieri verso le 17, calato già il buio, una è venuta a galla stecchita davanti al molo di Halsa, nel fiordo norvegese di Taknes: e oggi mezzo mondo lo sa. E’ morta Keiko, l’orca che non poteva o non voleva più vivere senza gli uomini. L’ha uccisa un raffreddore, non il rampone.
    Aveva 27 anni, ne aveva trascorsi 23 negli acquari o sotto i riflettori come protagonista dei film della serie "Free Willy". Ma da quattro era libera, aveva perfino nuotato per 1.400 chilometri dall’Islanda alla Norvegia, con altre sessanta "sorelle". Venti milioni di dollari erano stati spesi perché lei tornasse a predare e vagare con quelle della sua specie: inutilmente. Sempre era tornata dall’uomo, nei suoi fiordi e nei suoi porti; e ben protetta, nell’unico Paese europeo che consente la caccia alle balene, alle foche, alle orche.
    Il muso appoggiato al molo, gli occhi azzurrastri spalancati: "Non guardatela - dicevano gli scienziati - sennò non si allontana più". Uguale: lei restava comunque. Ma due giorni fa, Keiko smette di mangiare. Non segue più i pescherecci al largo. Né salta più col testone fra le barche, davanti ai bambini. Solo dormicchia, stordita, il respiro mozzo. Come stanca di tutto. Ammutoliti i "sonar", i rilevatori acustici sottomarini che prima registravano le comunicazioni di Keiko con le "sorelle". Inutili carezze e "grattini" dei turisti, un tempo così graditi da esserle (teoricamente) vietati. Inutili anche le polpette di aringhe e penicillina. "Raffreddore, degenerato in polmonite", hanno detto i veterinari. Così, la morte dell’animale è stata chiarita. Ma la sua vita, di vittima o di essere privilegiato, nessuno scienziato ha saputo ancora spiegarla.
    "Stasera Keiko sarà in un paradiso pieno di aringhe", dice al telefono la voce lontana del commissario di Halsa. La linea è disturbata, c’è bufera su tutta la Norvegia occidentale. Onde di 12 metri, neve, le radio locali dicono di starsene in casa e consigliano agli automobilisti di non percorrere le strade costiere. Però in quella cittadina, domani o dopo, si dovrà lo stesso dare una sepoltura all’orca.
    L’hanno tirata a riva, fra lastre di ghiaccio. Dalle scuole, sono venuti i bambini. Al cellulare c’è ora Margrethe Saether, il sindaco: "Secondo la legge, dovremmo affondare il corpo di Keiko nel mare. Ma questa è una circostanza particolare. Potremmo anche sotterrarlo. In ogni caso, non lo bruceremo. Abbiamo passato ogni giorno insieme, per noi lei è stata importante". E’ stata anche un buon business per il turismo. E perfino un affare politico: "un’americanata" hanno scritto per anni i giornali più sospettosi, e più vicini alle "lobbies" dei balenieri. Proprio il capo del partito dei balenieri, al telegiornale della sera tuona: "Basta, un’orca è un’orca. Di Keiko, adesso che è morta, facciamone hamburger, almeno servirà a qualcosa".
    "Keiko" è parola giapponese, vuol dire "il fortunato". Infatti lei era un lui, un maschio: sei tonnellate per cinque metri, catturato nel 1979 al largo dell’Islanda, nel Dna gli istinti di tutti i suoi simili. Vita sociale in branco, tecniche precise di caccia, e comunicazioni raffinate, stridii simili a quelli delle cugine balene. Dieta quotidiana: foche, delfini, perfino squali. Keiko era così, niente lo differenziava dagli altri. Ma un giorno, lo catturano. Lo portano in Canada, e poi in Messico, nell’acquario "Regno delle avventure". Nel ’93 il primo film della serie "Free Willy", poi altri due: cinema e Tv hanno trovato un’altra miniera. Finché gruppi ambientalisti chiedono che Keiko torni libera. Altri contestano: "Ormai mangia soltanto dalla mano dell’uomo, la ucciderete". Parte una campagna internazionale, un miliardario anonimo versa quattro milioni di dollari. Nel 1999 un aereo militare statunitense riporta Keiko in Islanda: in una baia cintata di reti nell’isoletta vulcanica di Westmannayer, dove vive un milione di uccelli marini e dove le orche sono di casa. Da lì, Keiko dovrebbe pian piano tornare alla natura.
    Così sperano gli scienziati americani: via una rete, via un’altra, i sonar rivelano che Keiko ha imparato i "dialetti" delle altre orche. Ma poi torna, torna sempre, anche quando le altre si accoppiano. Nell’estate 2002, dopo un mese di viaggio in gruppo al seguito di favolosi branchi di aringhe, eccola in Norvegia, nella baia di Taknes. "Si riposerà per l’inverno, poi andrà via", giurano gli scienziati. L’industria della pesca diffida, teme un pretesto simbolico per rilanciare nuovi divieti. C’è anche chi sogna una Keiko salmistrata, in scatola: "Divora sessanta chili di aringhe al giorno - protesta Avisa Nordland , il giornale di Halsa - con le epidemie di Aids, la fame e le guerre che ci sono nel mondo, abbiamo già speso milioni di corone per rilanciare questo bisteccone nel mare. E’ pazzesco, soltanto per questo si risveglia l’Occidente. Gli americani se ne infischiano delle balene e degli uomini, per loro conta solo che Keiko dica "honk" alla Tv".
    Da ieri "honk", sul molo di Halsa, non lo dice più nessuno.

    Luigi Offeddu


    IL COMMENTO
    Non si può insegnare il ritorno alla natura
    I mammiferi non si affidano solo all’istinto, hanno bisogno di apprendere le regole di comportamento
    L’orca ex-diva non ce l’ha fatta; quanto alle tigri cinesi, speriamo bene. Le tigri, a ogni modo, sono ragazze (e ragazzi) che stanno studiando predazione in una scuola sudafricana d’alta classe. Le abbiamo viste, in una sequenza di foto, acchiappare il loro primo pollo. Dal pollo a una preda vera, sia un cervo o un cinghiale, la strada è, a ogni modo, lunga. Sicuramente non sono la stessa cosa. E poi non è solo una questione di predazione. Il fatto è, quando si tratta di animali superiori, che le istruzioni per stare al mondo non sono tutte scritte nel Dna. Non sono, in altre parole, completamente istintive. E se è vero che la sapienza innata è importante, altrettanto lo sono le integrazioni dovute all’esperienza.
    Consideriamo il caso delle tigri che è, in definitiva, il più semplice. In una situazione naturale la madre avrebbe condotto con sé i suoi cuccioli e, con uno specifico insegnamento, li avrebbe istruiti sulle caratteristiche delle prede e su dove trovarle. Avrebbe inoltre evocato, con sollecitazioni vocali, l’espressione e l’organizzazione delle movenze istintive. Una vera e propria scuola, una trasmissione culturale di informazioni che, obbligatoriamente, deve avvenire in una fase precoce dello sviluppo. Oltre a ciò i tigrotti, accompagnando la madre, avrebbero appreso ogni dettaglio del loro ambiente, dal dove trovare le prede al come evitare i pericoli, al dove rifugiarsi. Si sarebbe trattato della costruzione di una sapienza a tutto tondo - integrazione di istinti e di nozioni apprese - indispensabile per la sopravvivenza.
    Nelle orche, poi, la necessità di informazioni apprese, per buona parte ereditate culturalmente dai genitori, è ancora maggiore. Sono infatti mammiferi sociali, agiscono collaborando e ogni gruppo presenta differenti abitudini predatorie. Si va dalla pesca di acciughe o salmoni fino alla caccia a pinguini, leoni marini o, addirittura, balene. Strategie che devono venire acquisite. Oltre a ciò è indispensabile che i membri dei gruppi siano socialmente integrati, il che implica il riconoscimento individuale, legami affettivi e organizzazione gerarchica.
    Anche la comunicazione acustica, infine, è nelle orche appresa. Ogni gruppo dispone di numerose vocalizzazioni che sono indispensabili per scambiarsi le informazioni necessarie per la vita in comune. La predazione, soprattutto, impone un coordinamento e uno scambio di segnali che solo una lunga esperienza consente.
    E’ pertanto facile comprendere come gli individui che hanno speso buona parte della loro esistenza in cattività, sviluppando oltre tutto abilità diverse ma anch’esse utili, come per esempio il saper interagire con esseri umani, si trovino poi completamente spiazzati quando reintrodotti nella natura.

    Corriere della Sera
    14 12 03

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    Predefinito Free Willy uccisa dalla libertà

    KEIKO se n'è andata per sempre. Da qualche giorno era letargica, non ne voleva sapere di mangiare: probabilmente se l'è portata via una brutta polmonite, in quelle acque della Norvegia sempre così fredde. Ma forse Keiko se n'è andata proprio perché non voleva sapere di andarsene. Non se la sentiva più, a ventisette anni: una degna età per un'orca, ma non ancora senza futuro. Keiko era stata catturata bambina nel 1979 al largo dell'Islanda, e in poco tempo era diventata una star: protagonista dei tre film della serie «Free Willy», aveva incantato e commosso il pubblico di mezzo mondo. La sua sorridente sete di mare aperto, la sua complicità con una certa, sensibile parte del genere umano, erano diventate una specie di vessillo.

    Poi si era ritirata dalle scene, ma in ottemperanza a chissà quale dettato - forse morale, forse animalistico, forse e più probabilmente mediatico - era stato deciso di riportarla allo stato selvatico. Per dirla in termini di una retorica intramontabile, ci si era impuntati per «ridarle la libertà», con un budget costato sino ad oggi, anzi sino a ieri, venti milioni di dollari. Ma lei, a quanto pare, non ne voleva sapere, non se l'è sentita, non ce l'ha proprio fatta. Assuefatta alla cattività e al contatto con quella specie animale che un giorno l'aveva intrappolata e poi ne aveva fatto un simbolo, Keiko non ha retto la riconquista di un valore che noi umani consideriamo - magari anche giustamente - inviolabile, ma la cui imposizione suona in questo caso come un paradosso. Lei, della libertà non se ne faceva più nulla. Al punto da morirci insieme, per non saperci vivere dentro.

    Questa non è soltanto una storia triste, financo struggente. E' anche la storia di un'ipocrisia tenace tanto da diventare letale, che in nome di quel luogo comune che si chiama scena pubblica ha imposto a un povero animale un ruolo all'ultimo sangue: quello di rappresentare la sete di libertà a tutti i costi. Anche quando non la vuoi e non la conosci più. Icona cinematografica dei nostri buoni sentimenti, Free Willy è ora la vittima di una pietosa disfatta etica.

    elena.loewenthal@lastampa.it
    La Stampa 14 12 03

 

 

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