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    Predefinito Mondialismo, Autentica Minaccia Per L'umanita'

    (DI GIUSEPPE MOSCA)



    da "La Padania", 16 novembre 1999

    Fin dall’inizio degli anni Settanta il ben noto ecologo Barry Commoner ha posto in evidenza le gravissime colpe di quel "consumismo mondialistico" che ha causato e sta causando planetari disastri ecologici e distruzioni di risorse naturali. Il lungimirante Commoner scrisse: "Sia la dottrina economica capitalistica sia quella socialista si sono sviluppate senza evidentemente tener conto del capitale biologico rappresentato dall’ecosistema. Di conseguenza nessuno dei due regimi ha finora elaborato misure in grado di adeguare le proprie strutture economiche agl’imperativi dell’ambiente naturale. Nessuno dei due regimi è preparato ad affrontare le crisi ambientali... L’attuale sistema di produzione è autodistruttivo: l’attuale andamento dell’Umanità sembra avere come fine il suicidio... La tanto decantata "civiltà dei consumi", fondata sulla moderna tecnologia, ha comportato distruzioni ambientali nei Paesi sviluppati e pressioni demografiche nei Paesi in via di sviluppo".

    All’americano Commoner ha fatto eco il russo Boris Komarov sottolineando che "nel saccheggio e nella distribuzione della Natura l’Urss è forse in ritardo rispetto agli Usa ed all’Europa ma già supera i Paesi occidentali nel ritmo del massacro". Un altro scienziato americano, Samuel Mines, ha documentato come il degrado ecologico imposto dal consumismo mondialistico stia rendendo sempre più invivibile il nostro Pianeta: sono sempre più evidenti gli avvelenamenti dell’atmosfera, delle acque dolci e marine, del suolo e del sottosuolo. Nella sua opera dal significativo titolo "Gli ultimi giorni dell’Umanità", Mines ha scritto: "Una tecnologia ottusa sta rendendo questo Pianeta pericoloso per tutte le forme viventi. Uomo incluso". Legato alla frenetica e sfrenata produzione, imposta dal Mondialismo all’intera Umanità, in un solo quarto di secolo (1946-1971) sono stati decuplicati i livelli dell’inquinamento nei Paesi industrializzati. Le generazioni del dopoguerra presentano stronzio 90 nelle ossa, iodio 131 nella tiroide, Ddt nei grassi, polvere di carbone e di amianto nei polmoni. Specifichiamo che stronzio 90 e iodio 131, derivati da processi nucleari, sono elementi radioattivi che causano tumori, malformazioni, alterazioni genetiche e morti premature.

    Anche il noto Ddt, le polveri di carbone e di amianto, i sempre più diffusi scarichi delle automobili e delle industrie (ossido di carbonio, anidride solforosa, piombo ecc.) sono tutte sostanze nocive, cancerogene. Negli ultimi decenni le combustioni, su cui si regge l’attuale società consumistica, hanno causato un aumento del 10% dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera. Poiché la disperazione del calore terrestre è ostacolata dall’eccesso di anidride carbonica, è prevedibile che la temperatura del nostro Pianeta aumenterà causando cataclismi tra cui la fusione dei ghiacci polari con relativo aumento del livello degli oceani che sommergerebbero tutte le zone costiere. Un preavviso di tale catastrofe è dato dal sempre più visibile regresso dei ghiacciai delle Alpi, dell’Himalaya, del Karakorum, delle Ande e delle Calotte polari. L’inquinamento atmosferico è causato dalle industrie nella misura del 17% e dalle autovetture nella misura del 60% . L’ecologo inglese E. Mishan ha definito la diffusione delle automobili "uno dei più grandi disastri che hanno colpito il genere umano": dal ’46 all’84 gli incidenti stradali hanno causato circa 7 milioni di morti e 200 milioni di feriti, molti dei quali resi invalidi. Ciononostante le grandi Case automobilistiche continuano a produrre vetture inquinanti e pericolose: in nome di quella Plutocrazia mondialistica che antepone il valore del denaro ad ogni valore umano e naturale. Altri gravi pericoli derivano dall’alimentazione di tipo consumistico che contiene sostanze nocive o cancerogene quali additivi, antifermantativi, antiossidanti, antibiotici, aromatizzanti, addensanti, conservanti, coloranti, emulsionanti, stabilizzanti e residui di antiparassitari.

    "La gamma delle frodi alimentari è pressoché illimitata" ha scritto Ralph Nader nel suo famoso libro "Il cibo che uccide".Tra alluvioni di cemento dovute al continuo aumento delle aree edificate, mari ed oceani subiscono alluvioni di mortali sostanze chimiche (cromo, cianuri, benzopirene, metilmercurio ecc.) scaricate da grandi industrie e da fognature senza adeguati impianti di depurazione. Il noto oceanografo Jacques Cousteau denunciò a suo tempo la drammatica situazione del Mediterraneo: un mare che sta morendo causa demenziali inquinamenti apportanti da industrie, petroliere e da fiumi "già cloache prima d’arrivare al mare"... Cousteau scrisse: "Da molto tempo gli ecologi hanno dato l’allarme ma sono considerati Cassandre che nessuno ascolta fino al giorno in cui la profezia si avvera. Il problema è che non possiamo contare né sugl’imprenditori né sugli uomini politici. I primi hanno come orizzonte soltanto la prossima scadenza bancaria ed i secondi soltanto la prossima scadenza elettorale". A Cousteau ha fatto eco R. Heim sottolineando che "si arrestano i gangster ed i ladri, si ghigliottinano gli assassini, si fucilano i tiranni o coloro ritenuti tali. Ma chi metterà in carcere e condannerà i pubblici avvelenatori che ogni giorno diffondono criminalmente, per il loro esclusivo profitto, i prodotti della chimica di sintesi?".

    Ai pericoli d’origine chimica si aggiungono i gravissimi pericoli d’origine nucleare. Il consumismo mondialistico, alla frenetica ricerca di nuove fonti d’energia, ha disseminato l’intero Pianeta di centinaia di centrali a fissione nucleare. Centrali le cui scorie conservano per secoli e secoli radioattività mortali. Si tenga presente che una minima quantità di plutonio 239 è sufficiente per provocare il cancro polmonare. E qualsiasi radiazione, anche a deboli dosi, danneggia le cellule di tutti gli esseri viventi. Nell’uomo le radiazioni provocano vari tipi di tumori, leucemia, invecchiamento precoce dei tessuti e mutazioni genetiche "nel 99% dei casi a carattere mostruoso" come posto in evidenza dal grande biologo Jean Rostand mentre D. Brower sottolineava che "l’energia atomica sembra la più pulita ma in realtà è la più inquinante". Nonostante tutto ciò e nonostante il famigeratissimi incidente atomico di Chernobyl (dove secondo lo specialista Robert Gale "si continuerà a morire di cancro e di leucemia per almeno trent’anni") i Santoni dell’Alta Finanza mondialistica continuano ad imporre centrali a fissione nucleare (attorno alle quali ruotano colossali interessi economici e politici) senza preoccuparsi dei relativi problemi di sicurezza come denunciò a suo tempo il fisico Henry Kendall, docente presso il Massachusetts Institute of Technology, mentre altri scienziati (sempre inascoltati) proponevano alternative sicure, inesauribili e convenienti quali lo sfruttamento dell’energia solare, dei venti, delle maree ecc.

    I primi responsabili delle sempre più vicine catastrofi ecologiche sono i vertici di quella Plutocrazia mondialistica che antepone i propri interessi economico-politici ai vitali problemi ed ai veri valori umani. Di quella Plutocrazia mondialistica che vuole trasformare l’intero Pianeta e l’intera Umanità in un unico "mercato" dominato dalle Multinazionali ed in un’unificata società multirazziale, asservita da un unico Governo. Preludio di tale Governo mondialista è l’attuale "Trilaterale" voluta dagli onnipossenti ed onnipresenti finanzieri Rockefeller, Rothschild, e Warburg. La "Trilaterale" è una formidabile organizzazione che controlla tirannicamente i vertici politici e finanziari dei Paesi capitalistici occidentali e del Giappone. La "conversione" dei grandi Paesi comunisti (Russia e Cina) al Capitalismo mondialistico è stata voluta dalla "Trilaterale" che ha esportato nell’Emisfero orientale le proprie strutture tecnologico-indutriali ed i propri imperativi politico-economici unitamente a degradi ecologici e distruzioni ambientali di matrice occidentale. Le conseguenze di tutto ciò saranno purtroppo evidenti fra pochi anni quando catastrofi ecologiche e demografiche, già in atto, travolgeranno l’intero Pianeta e l’intera Umanità: anche i Santoni ed i servi del Mondialismo la cui intelligenza è già stata paragonata a quella delle scimmie che segano i rami su cui stanno sedute.

    di Giuseppe Mosca
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito ALLE RADICI DEL MONDIALISMO

    10 settembre 2000
    di Piero Sella
    Dopo la vittoria a Sedan sui francesi, nasceva, nel 1870 il Reich germanico.
    In quello stesso anno Roma era capitale d'Italia. In Estremo Oriente,
    proprio in quello stesso periodo, si affacciava alla modernità il Nuovo
    Giappone.
    Il destino delle tre nazioni rimane abbastanza simile anche negli anni
    successivi. Ciascuna di esse fa quanto può per portarsi al livello delle
    Grandi Potenze. I migliori risultati furono quelli ottenuti dalla Germania.
    Il possesso di ricche colonie in Africa, ma soprattutto lo spettacolare
    sviluppo industriale e il grande attivismo nella politica estera, erano però
    destinati a suscitare le preoccupazioni e la reazione angloamericana,
    francese e russa.
    Col primo conflitto mondiale e la pace di Versailles, la Germania fu
    spogliata di tutti i suoi possedimenti esterni, condannata a versare enormi,
    punitive somme a titolo di riparazioni di guerra, smembrata e accerchiata da
    Stati ostili, cui i vincitori avevano dato vita unicamente allo scopo di
    impedire, per il futuro, un ritorno tedesco verso l'Est e i Balcani.
    All'epoca della prima guerra mondiale, né l'Italia, né il Giappone avevano
    la forza per recitare un loro ruolo autonomo; scelsero perciò di accodarsi
    alle Grandi Potenze, ricavandone, contro gli Imperi Centrali, vantaggi di
    poco conto. Col crollo dell'Impero Zarista sia la Germania, che il Giappone
    avevano cercato di allargarsi, ma la Germania sconfitta a Occidente, dovette
    ritirarsi, ed anche il Giappone, su pressione degli Stati Uniti, fu
    costretto ad evacuare la Siberia.
    Già allora evidentemente gli Stati Uniti avevano deciso di farsi paladini
    dell'integrità della Russia comunista. L'ingiusto trattamento ricevuto, e la
    conseguente nascita di regimi nazionalisti, portarono Roma e Tokyo a
    rivendicare per i loro popoli pari opportunità di spazio e di risorse. Era
    una politica che doveva spingere i due paesi ad affiancare la Germania, che
    si stava muovendo con le medesime finalità, e che voleva in primo luogo
    riunire sotto un'unica bandiera tutto il popolo tedesco.
    Le tre nazioni vennero così a trovarsi in rotta di collisione con gli
    anglo-americani, i quali, arroccati ai loro privilegi, si rifiutavano di
    riconoscere, ai nuovi venuti, gli stessi loro diritti. Basti pensare alle
    scandalizzate, ipocrite proteste perché l'Italia si era fatta in Etiopia il
    suo impero, perché il popolo austriaco aveva voluto entrare a far parte
    della Grande Germania, perché il Giappone cercava di estendere la sua sfera
    di influenza nei mari vicini alle sue isole. Mari nei quali erano vaste
    colonie inglesi,francesi,americane e olandesi. Germania ed Italia furono
    trascinate,separatamente ed in modo pretestuoso, in una guerra che non
    avevano voluto e che non avevano i mezzi per vincere. Il Giappone fu a sua
    volta costretto,dall'arroganza americana, a reagire con un gesto disperato.
    La grande coalizione tra le ricche potenze coloniali e la Russia, tra
    democrazia e comunismo, segnò le sorti del conflitto. I rapporti tra le
    forze in campo non potevano lasciare del resto dubbi sull'esito dello
    scontro. La tesi che la Germania avesse ambizioni di dominio mondiale è, per
    gli storici competenti, strumentale e provocatoria.
    La formula della resa incondizionata, scelta dagli Alleati, consentì invece
    la distruzione del potenziale industriale europeo e fu alla base della
    totale occupazione del Continente, che fu spartito, e che grazie alla
    Politica dei Blocchi e all'imbroglio della Guerra Fredda, rimase diviso per
    cinquant'anni in due zone di influenza, quella americana e quella sovietica.
    Il resto del mondo, ai nuovi padroni non poteva dare fastidio. Era
    costituito da paesi privi di peso politico ed economico, abitati da
    popolazioni arretrate o imbastardite, paesi facilmente controllabili
    attraverso il guinzaglio di regimi parlamentari e di classi dirigenti
    corrotte.
    La decolonizzazione dell'Africa e l'ingresso nel Continente Nero, al posto
    degli europei, che non l'avevano snaturato più di tanto, del neocolonialismo
    americano, misero il destino di altre decine di milioni di uomini nelle mani
    degli Stati Uniti. Le monoculture, alle quali erano interessate le
    multinazionali, dovevano segnare la fine dell'agricoltura familiare e
    dell'autosufficienza alimentare; aprire le porte alla miseria,
    all'indebitamento, all'emigrazione.
    Poiché gli Stati Uniti avevano messo le mani anche sulle risorse
    petrolifere del Medio Oriente subentrando ai britannici, il dollaro era
    intanto diventato la moneta unica degli scambi internazionali.
    Tutte le economie deboli, quelle non in grado di reggere la concorrenza
    internazionale, furono intanto messe, dall'ingannevole formula della libertà
    di mercato, alla mercé quelle forti.
    Gli stati minori cominciarono a questo unto a perdere colpi, ebbero bisogno,
    così come la plutocrazia aveva pianificato, di aiuto e, per la propria
    esistenza, si trovarono a dipendere dai consigli e dai dollari elargiti
    dall'Occidente. Ovviamente su insindacabile giudizio della Banca Mondiale e
    del Fondo Monetario Internazionale, cioè degli Stati Uniti.
    E' facile capire come, con tali premesse, gli ultimi cinquant'anni di storia
    abbiano registrato la progressiva perdita di sovranità dei vari paesi, la
    loro sudditanza economica e monetaria verso l'America, e la corrispondente
    diffusione di un modello super nazionale, quello liberalcapitalista,
    interessato alla globalizzazione politica ed economica.
    Ma, al di là della incombente presenza americana e del ricatto della grande
    finanza, per capire l'avvento del Nuovo Ordine Mondialista e le ridotte
    resistenze che esso incontra, è necessario prendere in considerazione
    l'inesausta pressione culturale che si è riversata sui popoli per annullare
    in essi ogni capacità critica di giudizio autonomo, ogni orgoglio etnico,
    ogni capacità di reazione.
    Si è colpevolizzata, manipolando la Storia, qualsiasi tendenza etnocentrica.
    Si sono combattute, all'insegna del cosmopolitismo e della libertà di
    mercato, l'idea della preferenza interna, e quella della tutela
    dell'industria, dell'agricoltura e del lavoro europei.
    Si è soprattutto incoraggiato l'imbastardimento razziale, e ciò attraverso
    la demagogia dell'uguaglianza, la cultura dell'integrazione e
    dell'accoglienza, la diffusione del buonismo e, al suo interno, di un
    fenomeno di eccezionale gravità pedagogica, quello dell'adozione
    internazionale.
    La scuola, la Chiesa, lo spettacolo, l'editoria, hanno dato il meglio di sé
    in questa campagna, che ha visto destra e sinistra collaborare per lo stesso
    obiettivo: trasformare i popoli in una massa amorfa di consumatori,
    interessati unicamente al problema della sopravvivenza, e spinti dal
    miraggio di un irraggiungibile benessere economico.
    L'esistenza di un preciso disegno teso ad imporre la società multirazziale -
    non abbiamo la minima esitazione a parlare di vero e proprio complotto - è
    sotto gli occhi di chiunque si sia piazzato negli ultimi mesi davanti a un
    televisore a seguire il telegiornale.
    Mentre un cittadino italiano è costretto ad attendere per mesi un
    passaporto, entrare nel nostro paese, per i clandestini, è uno scherzo.
    Basta essere avvistati al largo - in acque internazionali - da una vedetta
    della marina militare, e subito escono dai nostri porti mezzi navali che
    premurosamente portano a riva gli stranieri, i quali vengono accolti dalle
    autorità locali, dalla Caritas, rifocillati, ospitati ed accuditi. Vengono
    anche curati, ma con discrezione perché le loro malattie lebbra,
    tubercolosi, scabbia e AIDS non diventino occasione di violazione della
    privacy. Da mesi i servizi televisivi sono incentrati sulle drammatiche
    scene dei disagevoli sbarchi sulle nostre coste, sulle commoventi disgrazie
    riguardanti zingari o albanesi; sulle proteste inscenate nelle strade e
    nelle piazze delle nostre città da curdi, somali, kossovari, gente che
    nessuno ha mai invitato e che nessuno vuole in casa nostra. Ultimamente, a
    supporto delle farneticazioni della Turco e dei vari Mentana, Lerner, Mimun,
    Colombo e Costanzo, sono sopraggiunte le interviste a quegli imprenditori
    che sostengono la necessità di importare mano d'opera straniera.
    Interessanti anche le notizie che riguardano l'implicazione di immigrati in
    fatti di criminalità. Pochi giorni fa abbiamo appreso dalla TV che una banda
    di marocchini, pescata a Roma dai carabinieri con centinaia di documenti
    falsi, carte di identità, patenti, timbri e tutto l'armamentario per
    estendere l'attività, è stata denunciata a piede libero. In casi di maggior
    gravità l'esecutivo democratico giunge però a minacciare l'espulsione. Per
    gli albanesi, dediti a pascolare le loro greggi di prostitute, il
    severissimo presidente del Consiglio ha addirittura proposto di castigarli
    multando i clienti delle loro spose e delle loro sorelle.
    I telegiornali sono così diventati il bollettino di una guerra che l'Italia
    ha perso in partenza perché il governo democristiano e comunista rifiuta di
    battersi. Non ci si dica che è impossibile fermarli. Quanta gente passava i
    confini comunisti? Quanta gente riesce a sbarcare oggi sulle coste
    israeliane ?
    Per capire a fondo la fissazione monomaniacale della nostra classe dirigente
    ci pare utile riferirvi di un servizio TV nel quale sono comparsi pochi
    giorni fa i nuovi modelli di uniforme per le donne che presteranno servizio
    militare. Ebbene la sfilata è iniziata con una negra che sculettava con la
    divisa dell'Accademia di Modena, e questo sotto l'occhio ebete e compiaciuto
    di alti ufficiali in uniforme.
    Altrettanto emblematico l'atteggiamento di un giudice cui è toccata
    l'indagine su un minore stuprato e strangolato da alcuni zingari. Ebbene,
    questo imbecille, il Procuratore Generale di Cassino Gianfranco Izzo ha
    dichiarato al giornalista del Corriere della Sera che lo intervistava:
    "Quando ad un certo punto le indagini si sono indirizzate verso quei due
    ragazzi nomadi, mi si è stretto il cuore. Mi creda, sospettare due nomadi,
    per me, è stato un vero sacrificio".
    La perdita di sovranità politica ed economica è legata anche al fatto che i
    singoli Stati hanno dovuto accettare una collocazione subordinata rispetto
    alle istituzioni internazionali, le quali stanno imponendo a getto continuo
    e, come piovessero da un Olimpo incontestabile, una serie di superleggi cui
    tutti si devono adeguare.
    Solo il rispetto di queste leggi quadro, che recepite alla chetichella
    assumono però rilievo costituzionale, consente agli stati di sopravvivere,
    sia pure con il ridotto margine di autonomia consentito dalla loro attuale
    natura di provincie dell'Impero americano. La prepotenza è sostenuta ancora
    una volta dal controllo assoluto, a livello mondiale, dei mezzi di
    formazione dell'opinione pubblica, talché, alle centrali d'oltreoceano
    riesce agevole imporre, urbi et orbi, il proprio punto di vista, punto di
    vista che gli Stati, pena l'estromissione dalla comunità internazionale, non
    possono più contestare. Ecco perché oggi , completamente omologate,
    l'informazione e la cultura sono diventate il cimitero della verità e della
    libertà. Tutti dicono ormai le stesse cose; e poiché le opinioni nascono
    nelle masse a seguito di riflessi condizionati, tutti credono alle stesse
    cose. I giornali, lo spettacolo, la televisione, l'editoria sono la
    negazione del pluralismo e proprio questa è la ragione per cui è loro
    concessa agibilità. Se vogliono vivere, essi devono essere politicamente
    corretti, cioè democratici, liberisti, ossequiosi dei cosiddetti Diritti
    Umani, ma sopratutto dell'Intervento Umanitario posto a sanzionarli. E
    devono essere riconoscenti verso chi sceglie anche per conto nostro il
    nemico e si sobbarca la decisione e il peso dell'intervento, ossia gli Stati
    Uniti.
    Contenti quindi del ruolo guida degli americani, e contenti di stare nella
    NATO, anche perché tutti hanno capito che questa è, al momento, l'unica
    ricetta sicura per non farsi bombardare. Quello fornito dalla società
    americana è dunque oggi il modello universalmente perseguito. Ma che
    vantaggi possiamo trarre imitando una società che, pur avendo a detta degli
    esperti un'economia fortissima, si indebita al ritmo di un miliardo di
    dollari al giorno, nella quale droga e psicofarmaci la fanno da padrone, una
    società multietnica nella quale l'integrazione razziale resta ovviamente
    un'utopia, una società coi record mondiale di omicidi e di persone
    incarcerate, che respinge qualsiasi solidarietà sociale e nella quale è
    crescente il numero di emarginati, di senza casa, ma anche di gente incapace
    di nutrirsi in modo civile, con le disastrose conseguenze estetiche che
    tutti abbiamo sott'occhio. E che prospettive si aprono per la politica
    estera europea restando a rimorchio di una nazione come gli Stati Uniti,
    simbolo in tutto il mondo di violenza e di sopraffazione? E' un
    ragionamento questo che va approfondito considerando il particolare impegno
    americano nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente.
    Con la tipica incoerenza di chi si crede al di sopra di ogni legge e al
    riparo di ogni critica, gli americani, che vietano con la dottrina di Monroe
    alle altre potenze ogni intervento nel loro Continente, esercitano sul
    Nostro, e sulle regioni petrolifere del Medio Oriente, un vero e proprio
    protettorato. Essere alleati degli USA vuol dire oltretutto inimicarsi
    l'intero mondo arabo, rischiare, senza alcun tornaconto , la ritorsione del
    terrorismo. Se quelle che abbiamo visto sono le radici storiche ed
    ideologiche della globalizzazione, e l'Europa vuole sottrarsi ai suoi
    disastrosi effetti, è suo dovere fare precise scelte di campo.
    La strategia della liberazione non può che partire dalla constatazione degli
    errori commessi, dall'esame di quanto sia stato dannoso coordinare la nostra
    politica con chi era portatore di interessi etici, geopolitici e commerciali
    diversi dai nostri, con chi scatenava, nella direzione sbagliata, sanzioni
    economiche, attacchi armati e interventi umanitari. Ci auguriamo che nella
    prossima legislatura, la Lega e quelle forze che specie al centro e al sud
    si coauguleranno intorno a Rinascita Nazionale, abbiano i numeri per imporre
    i grandi cambiamenti necessari. Questi dovranno riguardare tanto la
    collocazione internazionale del nostro Paese e il problema della Sovranità
    quanto i temi interni di maggior rilievo.
    Tra questi quello dell'immigrazione che dovrà essere regolata in modo
    estremamente rigido con una nuova legge. A questa dovranno affiancarsi nuove
    norme riguardanti la cittadinanza. Il diritto di cittadinanza non è la
    tessera di un club da acquisirsi a .semplice richiesta, deve restare un
    diritto legato al sangue e al suolo. Non è possibile che il destino dei
    nostri figli possa essere
    deciso dal voto degli immigrati stranieri. Non deve succedere che i nostri
    nipoti parlino la nostra stessa lingua, portino il nostro stesso cognome e
    siano dei mulatti. Il problema è urgente. Nel giro di pochi anni i rapporti
    etnici di una regione, di uno Stato, possono essere sovvertiti.E' il caso
    del Kossovo il caso della Florida e della Califomia.E'il caso della
    Palestina e di Londra che, nel 2010, avrà una maggioranza di colore. E' la
    genetica ad insegnare che la società multirazziale è irreversibile; la
    freccia del tempo ha una sola direzione. Se dobbiamo batterci occorre farlo
    subito.
    Pentirsi domani di quanto non si è fatto oggi non servirebbe a nulla.
    Nessuna razza inquinata può tornare quel che era; nessun popolo che abbia
    perso la sua identità etnica potrà mai più recuperarla. Quel che è certo
    anzi è che in esso scompare l'interesse all'indipendenza politica e la
    voglia di difendere, per i figli, quella economica. Un popolo privo di
    identità diventa un gregge che si muove docile nella direzione voluta dalla
    Grande Finanza.
    E' per questo che a noi non interessa che gli immigrati siano regolari,
    istruiti, magari cattolici. La presenza di masse di stranieri inassimilabili
    per ragioni di razza, di religione, di cultura, è comunque, per qualsiasi
    Paese, assolutamente negativa.
    Le nuove leggi dovranno perciò eliminare la necessità di mano d'opera
    straniera, svuotare dagli extracomunitari le carceri e mettere a
    disposizione dei nostri connazionali gli alloggi necessari per favorire il
    necessario sviluppo demografico. Il boom delle nascite oggi vantato dai
    giornali è unicamente effetto dell'immigrazione. Andate a Milano alla
    Mangiagalli, la sala parto è quasi tutta occupata da negri, da cinesi et
    similia. Ogni contributo statale dovrà essere tolto a quelle associazioni di
    volontariato che oggi assistono i clandestini e favoriscono nuovi arrivi.
    Vogliamo chiudere con una nota ottimistica. Siamo convinti che il rientro in
    massa degli immigrati nei loro Paesi sarà motivo di tensione ed accelererà
    quei cambiamenti rivoluzionari che sono l'unica possibilità per certe
    nazioni, specie africane, di uscire dall'attuale incontrollato marasma.
    (Intervento a Università d'estate Giovane Padania, Erba)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Predefinito Il mondialismo contro la vita e la famiglia

    di Paolo Gulisano
    3 marzo 2000


    Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un rapido stravolgimento dei valori che da secoli - e prima ancora dello stesso Cristianesimo, basti pensare all'etica della Grecia classica - avevano permeato ed ordinato di sé la civiltà europea. Il crollo dei valori tradizionali implica, proporzionalmente, il crollo dei legami che tengono insieme i gruppi sociali.

    I miti progressisti, concepiti in epoca illuminista e pienamente realizzati nel XX° secolo dalle dittature e dalle tecnocrazie, hanno voluto colpire in particolare l'istituto familiare, per arrivare poi alla disgregazione dell'identità umana (vedi manipolazioni genetiche). Nella società moderna la fedeltà dell'individuo deve essere rivolta verso il sistema, verso gli idoli che esso propone, come il successo, il piacere, il denaro.

    La famiglia, intesa come legame stabile e fedele, è vista come una pericolosa concorrente. Inoltre nella mentalità dominante, la qualità della vita sta diventando molto più importante della vita stessa. Ma chi decide della qualità della vita? L'affermarsi di un'"etica delle opportunità" apre prospettive inquietanti: la scienza moderna, forte del metodo positivistico e dei suoi dogmi efficientisti, ha conseguito eccellenti risultati sul piano tecnico con innegabili progressi nella diagnosi e nella terapia delle malattie.

    Ma mentre molti scienziati si sono impegnati efficacemente nella difesa della vita, da altre parti si è lavorato secondo una logica diversa, che considera indegne di essere vissute le vite di determinate persone, secondo una filosofia "utilitaristica", che tuttavia non può fare a meno di regole e limiti. Il diritto alla vita non è una concessione dello Stato: è un diritto anteriore ad esso.

    Occorre arginare tutte le tendenze neo-malthusiane e neo-darwiniste che vanno diffondendosi attualmente nelle legislazioni dei diversi paesi.

    Forse sarebbe giusto pensare, dopo cinquant'anni di retorica sui diritti, ad una carta dei doveri dell'uomo. Doveri davanti a se stesso e alla comunità umana. La visione individualista che permea le varie legislazioni fa sì che, in pratica, all'enunciazione teorica dei grandi princìpi non ne segue una applicazione pratica nei casi concreti.

    Così dal 1948 ad oggi il diritto fondamentale alla vita è andato progressivamente negato, con l'applicazione su larga scala di normative legalizzanti la pratica dell'aborto, spesso voluta e favorita da organismi stessi dell'ONU che l'hanno imposta ai paesi del terzo mondo come sistema di controllo delle nascite.

    La Chiesa, attraverso il magistero coraggioso di Papa Giovanni Paolo II ha fermamente ricordato che è necessario opporsi non solo al crimine, ma anche alle legislazioni criminose. Pertanto se un governo legifera criminalmente, bisogna andare contro questa legislazione, difendendo sempre il comandamento "non uccidere".

    La scienza ha ormai ampiamente dimostrato come esista una continuità nel processo di sviluppo dell'essere umano nello stato embrionale. Appare quindi sempre più chiaro che la tesi del preembrione (privo di diritti giuridici) serve unicamente a giustificare, sul piano etico, la diffusione dell'aborto precoce attraverso ritrovati biochimici (non ci sentiamo di definirli farmaci) come la famosa RU-486. L'aborto chimico, non traumatico, invisibile e soft è la nuova strategia della mentalità antinatalista e antivita.

    Un aborto "fai-da-te" che passa inosservato, che riduce i costi per i ricoveri, che elimina le complicazioni di tipo psicologico e morale. Attorno al piccolo embrione, inoltre, si giocano altre partite con alte poste in palio: si parla ormai diffusamente di "clonazione terapeutica". Che significa "produrre" embrioni in vitro, risultato di clonazioni di proprie cellule, allo scopo di avere materiale organico (ovvero tessuti o organi) disponibili per eventuali trapianti.

    Come spesso accade, dietro motivazioni "umanitarie" si nascondono interessi economici che precludono a scenari degni della peggiore fantascienza: "doppioni" di esseri umani conservati in laboratorio, creature destinate a fornire "pezzi" sostitutivi e così via.

    L'aborto legalizzato rientra nella strategia mondialista di distruzione della coscienza cristiana: da oltre un cinquantennio organismi dipendenti dall'ONU o finanziati dalle grandi multinazionali americane si adoperano per diffondere nel mondo le pratiche e le politiche abortiste.

    Quello che oggi è in gioco è la concezione stessa dell'uomo, e quindi il suo futuro: occorre un impegno di carattere culturale e politico che respinga in quanto umanamente letale il relativismo etico.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Davide Boni fa il punto sugli Enti locali e sul rapporto
    tra i grandi temi e la politica quotidiana
    Il Mondialismo è tra noi
    "Dove la Lega governa i messaggi giungono dritti alla gente"

    di Claudio Gobbi

    Sono passati alcuni mesi dalla ripresa della rubrica "I Mille Campanili". Ci pare dunque corretto tentare un primo bilancio di quanto emerso dai resoconti dei sindaci sull’attività svolta in questi anni di amministrazione del Carroccio. Affrontiamo il tema con Davide Boni responsabile degli Enti Locali Federali.
    La situazione generale in cui si trovano gli Enti locali anche riferita alla normativa in materia di autonomia impositiva. Cosa accade nelle amministrazioni.
    "È in atto - esordisce Boni - un lento e progressivo soffocamento portato avanti dallo Stato centralista romano. In sostanza, la cosiddetta autonomia impositiva innesca un meccanismo per cui gli amministratori per garantire i servizi sono costretti ad aumentare la tassazione. Quindi ancora una volta gravando sulle finanze dei cittadini. Una via in sostanza obbligata, dove il sistema di tassazione che si vorrebbe alternativo e federalista, rimane invariato, con l’aggravio che la parte di tassazione che finisce a Roma, non ritorna più nelle casse dei Comuni".
    Il falso della nuova normativa che apparentemente prevede la gestione delle risorse da parte dei Comuni.
    "L’autonomia impositiva è stata spacciata come panacea di ogni male, come un vero progetto di decentramento. Niente di più falso. In quanto da una parte vengono sottratte risorse, mentre dall’altra agli amministratori vengono date sempre più competenze ma senza copertura di spesa".
    Le proposte del Carroccio vanno nella direzione di un intervento diretto sul gettito fiscale e quindi sulla gestione delle risorse.
    "Le nostre proposte vanno nella direzione di un intervento degli Enti locali in materia di gettito fiscale, attraverso il prelievo diretto. Siamo invece contrari a quelle modalità "aggiuntive" di prelievo come i trasferimenti provenienti da Roma, e gli inasprimenti fiscali a cui sono costretti i Comuni. Politicamente, d’altra parte, siamo perché vi sia una responsabilità ampia di governo da parte degli Enti locali. Che non devono essere costretti a dipendere per le loro decisioni da un autorità statale come le prefetture".
    I principali aspetti negativi con cui sono costretti a convivere gli amministratori della Lega.
    "È chiaro - prosegue Davide Boni - che i nostri sindaci sono costretti a convivere con un sistema legislativo che vanifica nella maggior parte dei casi i provvedimenti che assumono durante il mandato che gli è stato conferito dagli elettori. Ne sono esempi qualificanti, le lungaggini amministrative che rendono impossibile a un sindaco portare a termine le grandi opere di cui ha bisogno un territorio. Ma non solo. Un nostro amministratore viene messo nella condizione di negare la tutela alla propria cittadinanza, di provvedere alle sue necessità. Vedi ad esempio la battaglia che conduciamo per l’assegnazione dei posti pubblici ai residenti. Oppure le azioni sull’immigrazione extracomunitaria".
    Gli amministratori della Lega non desistono, lottano per i cittadini contro un sistema soffocante, burocratico e centralista.
    "Tuttavia, i nostri sindaci, assessori, consiglieri, stanno inviando alle istituzioni romane, ma prima ancora ai cittadini amministrati, un segnale molto forte. Sempre più notiamo che gli esponenti leghisti nelle amministrazioni, combattono tenacemente contro il sistema centralistico usando strumenti tecnici efficaci e affinando le proprie capacità di incisione sui problemi che quotidianamente si trovano ad affrontare. Così quando c’è un nostro amministratore alla guida di un Ente, la gente lo sente: lui non si ricorda solo dell’intervento sul Piano regolatore, e delle altre pur giuste incombenze che gli competono, ma interviene con prese di posizione forti e risolutive".
    Dunque, si tratta di un modello di amministratore diverso da quello che per cinquant’anni ha dominato la scena politico-amministrativa dei paesi e delle città del Nord.
    "Quello che emerge - puntualizza il responsabile degli Enti locali federali - è un tipo di amministratore capace di gestire qualsiasi istituzione ma con una mentalità nuova. Che gli deriva dal radicamento ai bisogni del territorio, piuttosto che agli imput che gli piovono sulla testa da Roma. Si tratta - afferma con forza Boni - di una cultura che non è di partito, ma di appartenenza alla Padania intesa, appunto, come territorio".
    Nel concreto, come si esprime il rapporto degli amministratori della Lega con i cittadini. I problemi indotti dal mondialismo nelle realtà locali.
    "L’esperienza della raccolta firme per il referendum sulla presenza extracomunitaria - dice Boni - mi pare esemplare. In particolare, dove i nostri primi cittadini e le loro giunte hanno emesso ordinanze contro la permanenza di zingari sul territorio, o contro l’immigrazione clandestina, l’aderenza alle nostre prospettive e il consenso che ne deriva è estremamente significativo (viceversa, dove non abbiamo una presenza politica significativa, i legami con il Carroccio sono rarefatti). Quindi, in merito a un passaggio politico complesso come il mondialismo posto in relazione all’immigrazione selvaggia, dove è presente una "istituzione" - intendendo in questo caso il termine come presenza politica costante e organizzata - come la Lega Nord, nelle coscienze, avviene la formazione di una nuova, più attiva cultura. Così - prosegue Boni - quando andiamo a parlare di mondialismo a Clusone come a Treviso, la gente comprende subito il passaggio politico identificando mondialismo con i problemi derivati dall’immigrazione".
    In molti comuni, la Lega è giunta al governo delle cittadine e dei paesi dopo decenni di governo democristiano. La questione cattolica.
    L’angolazione con cui Boni affronta il tema è legata non già alla secolarizzazione della Chiesa, ma al rapporto con il territorio.
    "È fondamentale - conclude - che un movimento politico come il nostro colmi la lacuna tra la politica e la spinta proveniente dai valori anche religiosi. E la ragione è molto semplice. Dal momento che i nostri rappresentanti in quanto legati al territorio, hanno spesso gli stessi valori ideali con chi come la religione ha stretti rapporti con i cittadini".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    L'Europa dei Popoli: particolarismo e mondialismo

    --------------------------------------------------------------------------------


    Si parla tanto in questi mesi dell'Europa, della moneta unica, dell'unione
    politica del vecchio continente, di nuovi stati membri, ma non si riesce mai
    a focalizzare il perche'?
    Perche' la cultura mondialista viene reputata migliore di una cultura piu'
    attenta alle particolarita' delle singole regioni europee?

    Pensiamo un momento alle filosofie di pensiero che appoggiano il modialismo:
    1. la filosofia delle grandi multinazionali, delle grandi compagnie
    industriali, che vorrebbero la standardizzazione della gente affinche' tutti
    ragionino, e quindi comprino, nello stesso modo;
    2. le filosofie totalitaristiche di destra che vogliono eliminare le culture
    differenti dalla propria colonizzandole o addirittura eliminandole
    3. le filosofie totalitaristiche di sinistra che vogliono creare una nuova
    cultura mondialista attraverso un melting polt di quelle gia' esistenti,
    eliminando quindi tutte le differenze in nome di una uniformizzazione di
    tutte le razze in un'unica: quella umana. Cio' e' pericoloso perche'
    eliminando le differenze, si snatura l'umanita', ed invece di incentivare le
    differenze per valorizzarle, le si elimina, si distrugge tutto dimenticando
    che e' nella diversita' che si sviluppa l'intelligenza.

    Tutte queste tre linee di pensiero sbagliano perche' non tengono conto del
    lato umano, che invece dovrebbe essere il soggetto principale intorno al
    quale ruota tutto il resto.

    In Europa sono sempre esistite diverse culture regionali particolari, che
    talvolta si sono confrontate sul campo militare, talvolta piu' semplicemente
    nelle piazze economiche. Non si vuole qui affermare che il particolarismo
    sia migliore del mondialismo, poiche' in entrambi i casi esisteranno sempre
    conflitti: nell'un caso etnici-politici, nell'altro caso a livello di
    categorie. L'estremizzazione dei due concetti porta infatti da una parte al
    nazionalismo, cioe' al ritenere la propria cultura superiore a quella degli
    altri; e dall'altra parte a conflitti interni, a guerre civili tra classi
    povere e ricche, come si vede succede spesso in USA, nelle grandi megalopoli
    umane.

    Allora viene da pensare che la giusta cosa da fare stia nel mezzo, ma qui si
    ricade in un altro errore, che non tiene conto delle diverse culture nei
    diversi paesi della nostra, fino ad ora, multicolore Europa. Ogni regione
    deve essere libera di scegliere diverse gradazioni di particolarismo e
    mondialismo poiche' ogni cantone ha una storia differente, vi abitano
    individui che la pensano in modo differente, ed in base al principio della
    democrazia, che il mondo occidentale percepisce come il migliore, e'
    razionale pensare che gli ultimi a dover decidere cosa fare siano proprio i
    cittadini che abitano in ogni data regione: il potere deve essere dato al
    popolo, anzi ad ognuno dei popoli che compongono la probabile ventura
    Confederazione Europea. Uniti insieme per difendere le proprie
    particolarita', ognuno libero di scegliere le proprie leggi ed il proprio
    modo di vivere.

    A questo punto potrebbe nascere l'obiezione che un'Europa cosi' fatta non
    avra' scambi interculturali. A tal proposito rispondo con un fatto storico:
    il commercio esisteva anche nel Medioevo, prova ne siano le Repubbliche
    Marinare. Se nel Medioevo fu possibile uno scambio culturale tra i vari
    popoli pur non disponendo della nostra tecnologia e delle reti Internet,
    allora siate ottimisti: dialogare proficuamente con un altro individuo che
    la pensi in modo differente da noi non potra' che accrescere il nostro
    livello culturale ed aprire la nostra mente a nuovi orizzonti.

    W la Confederazione Padana in una Confederazione Europea.

    Angelo Veronesi
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Cominciamo con l'offrire alcune ampie citazioni da La Tradizione Cattolica, XII, 2 (47), 2001, un numero interamente dedicato alla conferenza del Prof. Paolo Taufer, tenuta a Rimini il 28.10.2000 nell'ambito delle attivita' dell'VIII convegno di Studi Cattolici, sul tema "Espansionismo islamico ieri e oggi" (l'attenzione nei confronti di questo lavoro non significa adesione del curatore del presente sito alle valutazioni in esso contenute sulla "pericolosita'" dell'espansione islamica, e soprattutto sul ruolo di questa civilta' nei confronti dell'imperialismo "globalizzazionista" che procede dagli USA...).

    Si spera in particolare che le notizie che seguono sull'ormai famoso "Tribunale dell'Aia" siano capaci di far riflettere i "ben pensanti", i quali associano automaticamente i concetti di tribunale e giustizia, e come Socrate si dichiarano sempre rispettosi e fiduciosi in giudici e leggi...



    LA VISIONE DI SAMUEL HUNTINGTON DEL BRZEZINSKIANO "MONDO FUORI CONTROLLO".

    A chi ha seguito questi nostri convegni il nome di Samuel Huntington non è sconosciuto. Si tratta di un professore americano direttore dell'Istituto di Studi Strategici della Harvard University, collaboratore della stella mondialista Brzezinski e appartenente alle élites di potere USA (è membro del C.F.R., il Council of Foreign Relations), che ha preconizzato uno scontro di civiltà lungo le linee di contatto fra le grandi religioni. Le teorie di questo storico-geopolitico sono esposte in un articolo comparso su "Foreign Affairs" (la rivista del C.F.R.) del 1993 dal titolo The Clash of Civilisations?. Tre anni dopo Huntington ampliò queste teorie in un libro dallo stesso titolo, "Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale", dove il punto di domanda era scomparso1.

    In questo libro Huntington divide i conflitti del mondo moderno in quattro periodi:

    1. conflitti fra monarchie, fondati su pretese territoriali e rivalità economiche.

    2. conflitti fra nazioni, che sorgono con la morte di Luigi XVI nella Rivoluzione francese, e la nascita parallela dei nazionalismi. Terminate le guerre fra i regni iniziano quelle fra le nazioni, la cui conclusione Huntington vede nella prima guerra mondiale.

    3. conflitti fra ideologie, nati in coincidenza del sorgere del comunismo in Russia e proseguiti con la seconda guerra mondiale, da Huntington considerata un confronto fra comunismo, fascismi e democrazie liberali. Tale conflitto è stato seguito da un secondo confronto, "est-ovest" fra democrazie liberali e comunismo, conclusosi con il crollo di quest'ultimo.

    4. conflitti fra civiltà, causa prima a partire praticamente dalla fine della "guerra fredda" delle guerre. E' la fase attuale che si svilupperà vieppiù nel corso delle prossime generazioni, con l'Islam e l'Occidente2 che si combatteranno con frequenza sempre maggiore.

    Non possiamo esimerci dal riconoscere in questa sequenza esattamente il programma massonico del procedere verso quella Repubblica Universale vagheggiata già nel secolo dei Lumi. Dapprima l'eliminazione delle monarchie di diritto divino, poi quella dei grandi nazionalismi, che erano serviti a fondare lo stato laico e a dissolvere l'unità della Cristianità e che ormai, con le loro gelosie e le loro contrapposte ambizioni di primato, apparivano come altrettanti ostacoli sulla via dell'unificazione dell'Europa prima e dell'intero globo poi. Per eliminarli fu scatenata la seconda guerra mondiale che affossò tutte le grandi potenze europee e cementò col cemento del terrore in due soli grandi blocchi sovrannazionali il mondo che contava: quello occidentale capeggiato dagli USA e quello orientale guidato dall'URSS. Questa contrapposizione, se praticamente svuotava il concetto di stato nazionale autenticamente sovrano e semplificava il precedente complesso quadro politico, costituiva a sua volta un ostacolo sulla via dell'unificazione politica dell'intero pianeta.

    Fu così che, con una subitaneità che destò universale sbigottimento, nel 1989, in non casuale coincidenza col bicentenario della Rivoluzione francese - le società segrete hanno sempre amato queste corrispondenze cronologiche e numerologiche così consone allo spirito cabalistico - si assistette alla liquidazione dell'immenso impero sovietico che aveva gravato come un macigno sul mondo e che invece si dissolse per incanto come nebbia. Contemporaneamente Gorbaciov e la sua perestrojka liquidavano lo stesso comunismo. Marionette, scenari, tutto fu spazzato via in un fiat dai Grandi Burattinai con una rapidità che parve miracolosa e che portò gli ingenui a parlare di intervento celeste quando invece ci trovavamo una volta di più di fronte a una mossa grandiosa del potere occulto. La "caduta" del comunismo fu funzionale anche all'espansionismo islamico delle repubbliche musulmane dell'ex URSS, che approfittarono del vuoto istituzionale e politico subentrato per riempirlo con l'Islam e stringere legami più stretti con paesi come l'Iran e la Turchia.

    Viviamo oggi nella fase conclusiva del cammino verso la Repubblica Universale, quella che si allarga alle aree più ampie, le civiltà che si riconoscono fondamentalmente in base ad una religione comune, dalla quale fanno derivare lingua, storia, costumi e istituzioni comuni. Lo scontro fra civiltà, non dovrebbe peraltro condurre alla supremazia di una particolare civiltà di esse, ma piuttosto come si è detto alla confusione e distruzione dì tutte, compresa quella islamica. Tale distruzione essendo di dimensioni mondiali dovrà fondarsi su armi di distruzione di massa, come preconizza il Brzezinski3.

    [...]

    IL TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE DELL'AIA

    Un'ulteriore prova delle collusioni USA-Islam sulla "Grande Scacchiera" è il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia, creato nel 1993 a L'Aia per giudicare le gravi violazioni del diritto internazionale avvenute in Bosnia e durante la sanguinosa spartizione di quella nazione.

    Il Tribunale ha rivelato presto la sua natura di ulteriore strumento forgiato sulla via dell'esproprio di ogni potere alle nazioni, in vista del suo trasferimento nelle mani di organismi sovrannazionali, facilmente controllabili dai soliti noti del potere mondialista. Rileva infatti Del Valle che l'organismo che ne ha disposto la creazione, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non avendo veste di istituto giuridico, almeno teoricamente non dovrebbe vantare competenze in materia. L'esclusione di componenti del Tribunale provenienti da nazioni poste fuori dall'area jugoslava costituisce inoltre un vero controsenso dal punto di vista del diritto internazionale.

    Di più: lo stesso Consiglio di Sicurezza ha delegato al Tribunale la costituzione di un regolamento ad hoc per le fasi preliminari dell'udienza, per i ricorsi, per l'accettabilità delle prove, per la protezione delle vittime e dei testimoni4. Ne deriva che il Tribunale non opera in base ad una legge cogente ad esso esterna ma dando, di fatto, legge a se stesso. Una procedura che solamente tra il 1994 e il 1997 è stata modificata ben 12 volte. Ecco alcune perle del regolamento che ne è scaturito: "la Corte di prima istanza non esige prove per ciò che è di pubblica notorietà", accettando quindi come prove da porre agli atti ogni possibile deformazione mediatica (chi non ricorda, ai tempi della guerra in Kosovo, i centomila detenuti nel campo sportivo adibito a lager di Pristina denunciati dal ministro americano William Cohen, le notizie di stupri di massa, i massacri di civili ripresi dalle telecamere, ecc., rivelatisi poi infondati?); "nel caso che la comunicazione dei documenti in possesso del Procuratore possa nuocere a nuove inchieste in corso, il Procuratore può richiedere alla Corte di prima istanza riunita in sessione a porte chiuse di essere dispensato dall'obbligo di comunicare i documenti alla difesa".

    Dejà-vu: nei processi della Ceka e del KGB.

    Quanto ai finanziamenti del Tribunale, essi non provengono dall'ONU, come viene spesso riportato e ci si potrebbe attendere, ma dalle parti interessate, da varie fondazioni e finanzieri americani, fra cui primeggia SOROS, ma soprattutto da parte musulmana in particolare Pakistan e Malesia, i quali, guarda caso, forniscono anche i giudici. Nessun magistrato di provenienza ortodossa, infatti, può essere ammesso a far parte del collegio giudicante. Superfluo aggiungere che un 90% degli imputati è serbo e nessun responsabile musulmano di un certo livello è stato inquisito. È di tutta evidenza la volontà americana di favorire in ogni modo l'installazione di musulmani sui territori cristiani - un po' come la creazione di Israele in ambito arabo, focolare perenne di tensioni e di guerre - con la conseguenza diretta di frenare ogni tentativo di costruzione dell'Europa e giustificare il controllo militare diretto della NATO, e perciò degli Stati Uniti, su quei territori.

    I procuratori del Tribunale dell'Aia, primo Tribunale penale internazionale dopo Norimberga e Tokyo, dove i vincitori della Seconda guerra mondiale avevano giudicato i vinti, il 2 giugno 2000 archiviarono una denuncia contro la NATO per i bombardamenti di obiettivi civili. L'italiano Antonio Cassese, primo presidente nel 1994 del Tribunale, ha in proposito dichiarato: "Come esperto di diritto umanitario, ho moltissimi dubbi sui motivi per non iniziare un'indagine o delle investigazioni nei confronti della NATO", dichiarazione che si giustappone a quella di Jamie Shea, portavoce dell'Alleanza ai tempi della guerra in Kosovo: "Non credo che il Tribunale vorrà mordere la mano che lo nutre"5.



    1) Samuel P. Huntington "The Clash of Civilisations and Remaking of the World Order". ed. Simon & Schuster, New York, 1996; pubblicato in italiano col titolo "Lo scontro delle civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale", ed. Garzanti, Milano, 1997.

    2) Quando questi autori parlano di "Occidente", non si deve con questo termine intendere quella nozione geografica e dì civiltà strettamente legate alla storia dell'Europa e della Cristianità, che ci sono familiari, bensì una concezione ideologica ed economica del mondo che si riflette in una società superiore capitalista e neo-imperiale, dominata dagli USA. L'azzeramento di ogni differenza fra mondo anglosassone e civiltà europea costituisce il grosso equivoco di fondo di Huntington.

    3) Z. Brzezinski nel suo: "Il mondo fuori controllo", ed. Longanesi, Milano, 1993, dopo avere indicato l'ovale che va dall'Adriatico al Sinkiang come la zona dove nei prossimi anni (siamo all'inizio degli anni '90) si svilupperà la massima violenza, a pagina 168 dichiara: "A un certo punto, è prevedibile che le armi di distruzione di massa vengano usate in alcuni dei possibili conflitti che coinvolgono sentimenti etnici e religiosi", alludendo chiaramente alla fascia islamica.

    4) Rapporto delle Nazioni Unite, 13 maggio 1993, art. 15.

    5) In: "liMes", "I Balcani senza Milosevic", n. 5/2000, pag. 26.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Il mondialismo e la fine della storia dei popoli.



    Massimo Pacilio, in "Margini" n. 27, luglio 1999.


    Tra le poche certezze che definiscono il nostro senso della vita c'è il sicuro convincimento che la "società" multietnica rappresenti il capitolo terminale della storia dei popoli. Nella indistinzione delle molteplici etnie che vengono riversate sull'Italia e sull'Europa, risulterà infatti progressivamente smarrita la differenza tra i popoli che ne costituiscono l'essenza: quel complesso irripetibile di qualità che rendono visibile e riconoscibile l'appartenenza, e da cui prende forma l'impianto del carattere individuale in sintonia con la cultura etnica di ciascuno. Quest'ultimo elemento genera la differenza, , senza la quale gli attributi del singolo verrebbero ridotti ad uno soltanto: la quantità. Se ancora non siamo entità semplicemente quantificabili ci è dovuto alla persistenza delle differenze etniche. Queste, seppure col loro inevitabile carico di luoghi comuni alla superficie, ma con il vigore delle loro radici in profondità, sono l'ultima forma, l'ultima qualità, oltre la quale, abolite le distinzioni di sesso, di razza , di lingua, di religione, di opinioni politiche e di nazionalità, rimarrà la produttività come unica differenza tra gli individui.La fine della storia dei popoli, le cui forme si delineano in questa fase di passaggio tra due millenni, rappresenta il segno inequivocabile della fine del concetto di progresso. Dalle stesse categorie della modernità possibile comprendere, infatti, la portata nichilistica del moderno, il suo inevitabile destino: quello di essere una fase finale. Punto conclusivo della storia, la modernità, impedendo la dialettica tra i popoli mediante la loro omologazione, impedisce che il confronto tra le diversità arricchisca reciprocamente le differenti culture.Non è un caso, quindi, che l'assioma fondante dell'attuale civiltà sia quello dell'integrazione. Esso implica, necessariamente, un presupposto meramente ideologico, ma che in seguito, grazie ad un processo indefinito di integrazione costante, non potrà che trasformarsi nell'unico valore esistente. Si realizza, per questa via, la creazione di un'umanità senza distinzioni culturali, linguistiche, religiose, in una parola: etniche. Ma se proprio dal confronto tra i popoli si è reso possibile quel fertile scambio da cui, secondo gli stessi principi della modernità, prende l'avvio ogni fase del progresso, azzerare le differenze vuol dire porre termine a questo progresso. La dialettica tra le culture, con l'apertura alle differenze che tale confronto richiede, non potrà che essere sepolta sotto una umanità amorfa e inerte, isolata dal resto, sospesa nel nulla, ricurva sulla propria sostanza materiale, in perenne contrapposizione col tutto. Lo scritto di Alberto Lembo rappresenta un contributo pregevole sulla questione fondamentale della difesa delle differenti culture europee. Per quanto il trattato di Maastricht venga considerato l'evento risolutore di tutti i problemi nazionali da una Amministrazione euro-occidentale che si è assunta l'onere di stravolgere la fisionomia delle culture esistenti in Europa, nonostante questo desolato panorama crepuscolare vi è ancora, tra i politici di 'professione', chi riesce a conservare la capacità di discernere, per restituire al discorso politico temi davvero centrali.La questione etnica doveva essere forse l'ultima delle questioni da porsi in un contesto globalmente "evoluto" come quello europeo, ma a buon diritto l'Autore ne ha fatto l'argomento portante di Mondialismo e resistenza etnica, pubblicato dalle Edizioni di Ar (impegnate su questo fronte fin dalla loro stessa fondazione). Com'è evidente dalla lettura del testo, l'Autore non prende l'avvio dalla "mozione dei sentimenti", ma circoscrive la sua rappresentazione in un ambito ben definito: quello della difesa del patrimonio culturale, la cui perdita ha sempre un carattere di definitività. Il binomio cultura-intellettualità, che esprime in s¦ la pretesa della mediazione necessaria degli 'intellettuali' per la configurazione 'della' cultura, viene nel libro validamente sostituito dal binomio cultura-tradizione, che indica la necessità della mediazione degli Autori tradizionali di una comunità etnica per la continuità della 'sua' cultura. Proprio contro l'omologazione dei concreti caratteri europei agli astratti parametri di Maastricht, contro l'uniformità di pensiero e il conformismo moralistico, lo scritto di Lembo intende condurre il discorso sul piano tradizionale ed etnico, con la comprensibile difficoltà di chi sa quanto pochi siano gli interlocutori che ne comprendano le caratteristiche oggettive. I più infatti sviano di fronte all'imbarazzo di doversi porre la questione sulle proprie origini etniche, dal momento che il nostro 'stampo' sembra ridotto ad un incubo da rimuovere, un peso da scrollarsi di dosso, una colpa da espiare. Colpevoli di non essere kurdi o kossovari, ancora più colpevoli di non essere asiatici o africani, puniamo chi di noi rivendichi un'appartenenza ad una delle nostre comunità euro-occidentali. E il senso di colpa per essere bianchi si è gi trasformato in un'insana voluttà di suicidio etnico...Il parlare della nostra necessaria appartenenza di natura e di cultura genera dunque un sentimento, se non altro, di 'rimorso': di disagio, di imbarazzo; ci ricorda un tempo in cui, nella dinamica della nostra storia, tutte le azioni erano riprovevoli, le idee false, le guerre ingiuste... Adesso che le idee sono tutte corrette, è tempo di guerre giuste e di azioni lodevoli... E si comprende meglio la smorfia implorante perdono che contrae il viso di un europeo odierno quando gli viene ricordato di 'essere un bianco: è solo un caso se sono nato in Italia nel XX secolo. Invece, sarebbe non un caso, ma la suprema delle colpe, se non condividessi la ricchezza che ingiustamente possiedo con qualsiasi straniero che intenda stanziarsi nella 'mia' terra.Come non riflettere, quindi, sull'azzeramento della natalità nelle comunità etniche della Penisola, che si manifesta quale conseguenza non di un normale processo di riequilibrio, ma di un desiderio diffuso di non-essere più? Un pragmatismo assurdo induce taluni a ritenere questo fenomeno della morte di un popolo non un evento terribile, ma un fatto meccanico di ordinaria sostituzione di esseri individuali, fungibili nel tempo e nello spazio. Un'ipotesi che verrebbe rigettata come forma latente di genocidio, se fatta valere presso altre etnie, è invece valutata addirittura come l'unica possibilità, in Italia, per fronteggiare la scarsa natalità. Fa da sfondo a questa aberrante idea l'accelerazione dei mutamenti economici, dai quali si determinano, nell'attuale contesto, quelli sociali. Processi irreversibili che conducono allo sfiguramento delle nazioni per rendere più velocemente disponibile una forza-lavoro flessibile e a basso costo. Lembo avverte chiaramente quanto risulti artificiale la sostituzione di un popolo ad un altro, e come, nonostante l'innaturalità di questo progetto, molti lo accettino in beata incoscienza, vittime delle sostanze ideologiche 'psicotrope' diffuse dal mondialismo.Dovremmo accettare il mercato globale, il villaggio globale, la "società" multietnica... ma da dove nasce questo nuovo "imperativo categorico"? La nostra risposta è: dalla mentalità materialistica, a cui nemmeno è estraneo il mondo cristiano modernista, ossessionato dal sentimento della 'rimozione delle frontiere' e dell'accoglienza/inclusione, nello spazio occupato dalla propria comunità di sangue e di vita storica, di altre comunità. L'Amministrazione euro-occidentale ha oramai deciso di porre fine all'esistenza delle nostre identità culturali, ha deciso che nel futuro non debbano più esistere culture etniche, ovvero culture dei popoli. Al posto di questa essa sta costruendo un allevamento di individui 'a disposizione', flessibili, esterni a qualsiasi perimetro etnico, estranei al circuito di qualsiasi appartenenza, atomi di una umanità disaggregata. Per alcuni si sarà finalmente realizzato quel proletariato internazionale il cui avvento viene profetizzato nei testi sacri del marxismo. Per altri non sarà poi cambiato molto, visto lo stato di alienazione in cui trascorrono la propria esistenza. Per il 'centro' finanziario internazionale, infine, saranno risolti i problemi di squilibrio dei mercati locali e, sopra tutto, si sarà delineata l'oligarchia mondiale, con le sue regole di conservazione. In una sorta di rinnovato determinismo storico l'omologazione etnica viene imposta come l'unica via da percorrere. L'Autore del libro "Mondialismo e resistenza etnica", mette in risalto questa falsa necessità secondo cui dovremmo supinamente accettare la nuova "società" multietnica. Intrisa del più vetusto determinismo, la mentalità materialistica vede ancora gli sviluppi economici come rispondenti ad una legge immutabile (laddove sarebbe più "moderno" dedurre che le scelte economiche non sono che l'espressione della volontà di chi, a diversi livelli, detiene il potere finanziario reale). Ma si tratta di un 'principio' in s¦ ingiustificato, che proprio per questo viene continuamente ripetuto come il verbo salvifico di una rivelazione apocalittica. L'Europa è un complesso originario di significati che ha attraversato diverse epoche; la nostra epoca ha la possibilità di dissolvere i tratti di questa idea generale di 'Europa' a colpi di ondate migratorie. Viviamo in una fase in cui ogni riferimento culturale profondo si sta sgretolando sotto il peso di faglie etniche estranee slittate sulla piattaforma continentale europea. Disegnando il panorama che caratterizzerà il prossimo quarto di secolo, la preoccupazione dell'Autore è la stessa del Lettore. In chi scrive, la consapevolezza della decisione è perciò avvertita con tale intensità da riflettersi con eguale impressione in chi comprende questo interrogativo così essenziale nella sua crucialità: continuare a trasmettere le forme etniche delle nostre culture o deciderne la soppressione disperdendole in una massa di culture-amebe che si confonderanno le une nelle altre, ciascuna smarrendosi per sempre? Il dubbio amletico tra il continuare ad essere e il non-essere, riguardando questa volta il destino delle generazioni si fa sentire in questa opposizione: o sostenere la parte affidataci dall in Italia, per fronteggiare la scarsa natalità. Fa da sfondo a questa aberrante idea l'accelerazione dei mutamenti economici, dai quali si determinano, nell'attuale contesto, quelli sociali. Processi irreversibili che conducono allo sfiguramento delle nazioni per rendere più velocemente disponibile una forza-lavoro flessibile e a basso costo.Lembo avverte chiaramente quanto risulti artificiale la sostituzione di un popolo ad un altro, e come, nonostante l'innaturalità di questo progetto, molti lo accettino in beata incoscienza, vittime delle sostanze ideologiche 'psicotrope' diffuse dal mondialismo.Dovremmo accettare il mercato globale, il villaggio globale, la "società" multietnica... ma da dove nasce questo nuovo "imperativo categorico"? La nostra risposta è: dalla mentalità materialistica, a cui nemmeno è estraneo il mondo cristiano modernista, ossessionato dal sentimento della 'rimozione delle frontiere' e dell'accoglienza/inclusione, nello spazio occupato dalla propria comunità di sangue e di vita storica, di altre comunità. L'Amministrazione euro-occidentale ha oramai deciso di porre fine all'esistenza delle nostre identità culturali, ha deciso che nel futuro non debbano più esistere culture etniche, ovvero culture dei popoli. Al posto di questa essa sta costruendo un allevamento di individui 'a disposizione', flessibili, esterni a qualsiasi perimetro etnico, estranei al circuito di qualsiasi appartenenza, atomi di una umanità disaggregata. Per alcuni si sarà finalmente realizzato quel proletariato internazionale il cui avvento viene profetizzato nei testi sacri del marxismo. Per altri non sarà poi cambiato molto, visto lo stato di alienazione in cui trascorrono la propria esistenza. Per il 'centro' finanziario internazionale, infine, saranno risolti i problemi di squilibrio dei mercati locali e, sopra tutto, si sarà delineata l'oligarchia mondiale, con le sue regole di conservazione. In una sorta di rinnovato determinismo storico l'omologazione etnica viene imposta come l'unica via da percorrere. L'Autore del libro Mondialismo e resistenza etnica, mette in risalto questa falsa necessità secondo cui dovremmo supinamente accettare la nuova "società" multietnica. Intrisa del più vetusto determinismo, la mentalità materialistica vede ancora gli sviluppi economici come rispondenti ad una legge immutabile (laddove sarebbe più "moderno" dedurre che le scelte economiche non sono che l'espressione della volontà di chi, a diversi livelli, detiene il potere finanziario reale). Ma si tratta di un 'principio' in s¦ ingiustificato, che proprio per questo viene continuamente ripetuto come il verbo salvifico di una rivelazione apocalittica. L'Europa è un complesso originario di significati che ha attraversato diverse epoche; la nostra epoca ha la possibilità di dissolvere i tratti di questa idea generale di 'Europa' a colpi di ondate migratorie. Viviamo in una fase in cui ogni riferimento culturale profondo si sta sgretolando sotto il peso di faglie etniche estranee slittate sulla piattaforma continentale europea. Disegnando il panorama che caratterizzerà il prossimo quarto di secolo, la preoccupazione dell'Autore è la stessa del Lettore. In chi scrive, la consapevolezza della decisione è perciò avvertita con tale intensità da riflettersi con eguale impressione in chi comprende questo interrogativo così essenziale nella sua crucialità: continuare a trasmettere le forme etniche delle nostre culture o deciderne la soppressione disperdendole in una massa di culture-amebe che si confonderanno le une nelle altre, ciascuna smarrendosi per sempre? Il dubbio amletico tra il continuare ad essere e il non-essere, riguardando questa volta il destino delle generazioni si fa sentire in questa opposizione: o sostenere la parte affidataci dalla nostra migliore tradizione, e imparata dalla nostra natura originaria e dalla nostra cultura storica, o calare il sipario, una volta e per tutte, sulla nostra rappresentazione. Alla nostra generazione è data questa decisione, i cui connotati prefigurano la nostra vita o la nostra morte in quanto organismi etnici nel dramma della storia mondiale.

    L'Autore di questo scritto, Massimo Pacilio, ha pubblicato per le Edizioni di Ar
    "Conoscenza tradizionale e sapere profano. René Guénon crititco delle scienze moderne."
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Aleksandr Dughin
    ASPETTI GEOPOLITICI DEL SISTEMA FINANZIARIO MONDIALE

    1. Valuta mondiale di riserva: la genesi

    Domanda: l’attuale moneta mondiale di riserva – il dollaro – è il risultato di un insieme di processi puramente economici? La risposta univoca è: NO.
    Come è accaduto che proprio il dollaro sia giunto a svolgere tale ruolo?
    E’ evidente che l’evoluzione dell’economia, ed in particolare del sistema finanziario, perno dell’economia contemporanea, procede entro un contesto multidimensionale. Passiamo rapidamente in rassegna le tappe dell’ascesa del dollaro ad una posizione di sovranità.


    2. Le tappe dell’ascesa degli USA

    Gli USA hanno incominciato a muoversi sistematicamente verso una posizione egemone nel mercato mondiale già a partire dal 1919. Secondo il belga Luc Michel (Nazionalismo economico contro l’economia mondiale, Elementy, n.4, 1993):
    «I primi concorrenti che fu necessario superare furono gli Inglesi, la cui presenza politico-economica si estendeva sull’intero pianeta. Le operazioni degli Americani si succedettero l’una all’altra. Le basi militari inglesi sparirono dalle Bermude, Giamaica, Antigua, Bahamas, St.Lucia e St.John’s, ed al loro posto apparvero basi militari americane. Anche in Islanda e Groenlandia fecero la loro comparsa gli americani, sebbene in precedenza questi paesi si trovassero entro la sfera di influenza inglese. Gli USA concessero all’Inghilterra enormi crediti (gli interessi sui quali erano già somme favolose), ricevendone l’accesso alle sfere finanziarie e commerciali chiave. Consolidamento dell’alleanza politica con il Canada, controllo sui capitali inglesi collocati presso imprese americane, infiltrazione a Singapore, nella costa occidentale dell’Africa e fino al Golfo Persico (isola del Bahrein)… La vicenda arrivò persino ad una inaudita interferenza negli affari di uno stato sovrano — il rappresentante del presidente Roosevelt, Harry Hopkins, presenziava alle sessioni riservate del gabinetto ministeriale inglese.
    Il processo di “decolonizzazione, stimolato dagli Stati Uniti, fu in realtà la via dell’instaurazione dell’egemonia continentale Americana.
    Nel 1945 i massimi vincitori della guerra mondiale furono gli USA. L’unico concorrente degli USA, l’Unione Sovietica, era stremata da una guerra durata cinque anni sul proprio territorio e indebolita dalla perdita di milioni di vite. Oltre all’evidente divisione del mondo fra USA e URSS e all’asservimento dell’Europa occidentale da parte dell’America, Jalta significò anche la “defenestrazione» degli alleati “europei” dalla scena politica mondiale (Churchill mise in rilievo proprio questo). Da quel momento gli USA dominarono incontrastati nel mercato mondiale. Non restava loro altro da fare che rimodellare questo mercato mondiale a propria immagine e trarne il massimo vantaggio ».

    « Nel 1944 tutti gli economisti occidentali, tanto liberali quanto marxisti, prevedevano una inevitabile crisi dell’industria americana, legata ad una inevitabile ristrutturazione dell’economia con il passaggio dalla guerra alla pace. E a dispetto di queste previsioni, accadde qualcosa di completamente opposto. Grazie all’espansione economica degli USA in Europa ed ai giganteschi investimenti previsti dal piano Marshall, gli americani salvarono la loro posizione, preparando per se stessi un eccellente futuro mercato di smercio.
    Il complesso militare-industriale, che nella logica delle prognosi economiche, avrebbe dovuto diventare un intralcio allo sviluppo economico e industriale, divenne al contrario il fattore garante del successo. Nessuno si aspettava che il periodo del dopoguerra si sarebbe rapidamente volto verso la guerra fredda. Assumendo su di sé la responsabilità a livello planetario della lotta contro il comunismo, gli USA si sostituirono definitivamente all’Inghilterra nel mondo capitalistico, facendo della propria potenza militare il principale garante della stabilità economica. Poco alla volta, grazie alla preminenza del settore militare-industriale gli USA poterono definitivamente sbarazzarsi dell’ultima crisi borsistica del 1929. Il livello della disoccupazione si ridusse di 4,5 volte in rapporto all’anteguerra, officine e fabbriche lavoravano al 100% della propria capacità (prima della guerra: al 75%).
    Metà dei profitti mondiali appartenevano ora esclusivamente agli USA. L’America poteva ora imporre nel mondo un ambiente economico tale da risultare vantaggioso anzitutto per se stessa. Grazie alla “guerra fredda” gli USA non incontrarono alcuna difficoltà di ordine morale o politico a rimodellare l’economia mondiale in conformità ai propri schemi».
    (Dominic Barukh, La riconversione della produzione americana)

    Nel 1945 gli USA avevano raggiunto gli obiettivi che si erano proposti agli inizi del XIX secolo.
    Come non ricordare le parole del senatore Beveridge, araldo dell’imperialismo americano alla fine del XIX secolo: « Il destino ha predeterminato la nostra politica – il commercio mondiale deve essere nelle nostre mani. Le nostre navi commerciali solcano tutti gli oceani. Abbiamo creato una flotta da guerra corrispondente alla nostra potenza. La legge americana, l’ordine americano, la civilizzazione americana regnano su tutte le rive, fino a quelle più lontane ed immerse nell’oscurità dell’ignoranza e della barbarie, ma esse giacciono prospere e felici sotto il controllo di forze date a noi da Dio ».

    François Perroux, eminente economista francese, scrisse:
    « I rappresentanti del liberalismo neoclassico vissero nell’epoca del formarsi delle nazioni. Nel quadro di tali nazioni, secondo la loro teoria, l’interesse economico si riduceva alla massima libertà di scambio. La divisione del lavoro fra le diverse nazioni, a loro avviso, sarebbe in teoria proprio il modo più efficace di realizzare la libertà di scambio… Ma nella pratica le concezioni del liberalismo si scontrano con la realtà economica, nella quale esiste la già formata “disuguaglianza delle strutture”, ed a causa di tale ineguaglianza le nazioni più potenti e forti mirano ad assicurare per se stesse il massimo vantaggio economico a scapito delle restanti altre ».



    3. Il contenuto geopolitico del dollaro a partire dal 1947

    Se la GEOPOLITICA è responsabile del fenomeno della globalizzazione del dollaro, occorre riferirsi alla situazione durante il periodo della “guerra fredda” 1949-1991. E’ in quel periodo il dollaro è divenuto ciò che è ora – la valuta di riserva mondiale.
    Emergendo come polo GEOPOLITICO dell’Occidente, gli USA hanno sfruttato al massimo soprattutto in quel periodo la “disuguaglianza delle strutture”. Se nella prima metà del secolo gli USA hanno ottenuto la posizione strategica della Gran Bretagna in cambio di crediti – vale a dire, impiegando il meccanismo finanziario – nell’epoca della “guerra fredda” alla soluzione dei problemi dell’Europa e del Giappone (Asia) venne offerto non soltanto il piano finanziario Marshall, ma anche la tutela strategico-militare. Gli USA divennero un polo complessivo, con una proiezione delle proprie strutture in due terzi del mondo. Il principale elemento concettuale della geopolitica americana di questo periodo fu l’esistenza stessa dell’URSS, del campo socialista.
    Il «nemico comune», l’imperativo di difendersi dalla possibile «minaccia sovietica», furono gli argomenti centrali nell’organizzazione di strutture mondiali sotto il controllo degli USA. In ciò risiede anche il fondamento dell’imperialismo del dollaro: gli USA assursero al ruolo strategico (militare) di protettore dei paesi non-socialisti e di emittente di segni monetari ed ideologici.
    E’ importante sottolineare che in quel momento il dollaro incominciava ad acquisire una diversa qualità.
    L’abolizione del gold standard a seguito della crisi borsistica del 1929 fece della moneta nazionale una funzione del concreto saldo commerciale – secondo la teoria di Keynes e il “New Deal” di Roosevelt. Prosperità dei «grandi spazi economici» («isole economiche») – nelle differenti forme dello stalinismo e del nazional-socialismo europeo a partire dal convegno della Gran Bretagna di Ottawa nel 1932. In questo periodo la “valuta di riserva” non possiede una chiara espressione, dipendendo dalla congiuntura politica internazionale. Il che conduce alla seconda guerra mondiale.
    Dopo di questa l’economia americana non fa ritorno né al puro modello liberale dell’epoca di Roosevelt, né al modello isolazionista di Keynes. Il dollaro acquista una nuova qualità: esso diviene un’unità GEOPOLITICA, funzione del potenziale strategico e ideologico degli USA, del ruolo degli USA nel contesto mondiale.
    Il sistema finanziario mondiale, la funzione del dollaro in quanto valuta mondiale di riserva sono inseparabilmente legati alla concreta situazione geopolitica della seconda metà del XX secolo. Se non si considera il taglio geopolitico, analizzando i soli processi economico-finanziari, non si comprende nulla in questo campo.


    4. Modello Trilateralista e finanza

    La Commissione Trilaterale, fondata nel 1973, si pose il compito della riorganizzazione dello spazio economico mondiale in grandi blocchi sotto il controllo dell’Occidente e degli USA. Il significato geopolitico del progetto consisteva nel forzato isolamento dell’URSS con l’aiuto della “strategia anaconda”. A tale fine il mondo intero andava suddiviso in tre zone geoeconomiche – USA, Europa e regione dell’Asia-Pacifico.

    Lo sviluppo economico impetuoso esigeva la creazione di centri direttivi aggiuntivi, oltre agli USA, ed anche che si preparasse la legittimazione di nuove strutture di direzione globale (ad esclusione dell’URSS). Alle tre regioni geoeconomiche designate in quella sede non era attribuito uguale significato: in posizione privilegiata era la regione Americana, le altre due restando ausiliarie. L’iniziativa della Trilaterale proveniva da Rockefeller e George Franklin, allora dirigenti del CFR.

    Là vennero per la prima volta decisi il processo di unificazione europea e dell’introduzione delle valute dell’Europa e dell’Asia-Pacifico.
    Le valute ausiliarie vennero chiamate a favorire l’omogeneizzazione economica degli spazi corrispondenti, integrandoli in paradigmi economico-finanziari tali da assecondare al massimo e consolidare la posizione privilegiata degli USA, basata sulla «disuguaglianza geopolitica delle strutture».
    L’euro e il potenziale “yen dell’Asia-Pacifico” sono essenzialmente progetti della Commissione Trilaterale. Fra l’altro, la perestrojka cinese prese l’avvio negli anni ’80 proprio con contatti del governo cinese con il rappresentante della Trilaterale George Bertwin, a capo dell’ufficio europeo.
    Al dollaro come valuta mondiale di riserva, provvista di un insieme di obblighi geopolitici assunti dagli USA e, di fronte agli USA, da altre potenze, si progettava di affiancare due valute di riserva macro-regionali complementari
    Un processo non rapido, ed ancora in corso.


    5. Sincope : il crollo dell’USSR, l’inattesa e straordinaria sfida dell’unipolarità

    La Commissione Trilaterale presupponeva un lento strangolamento dell’URSS, con il graduale assorbimento dell’URSS entro la logica dell’atlantismo e l’agevole riconversione dei settori dell’Eurasia Sovietica nella zona di influenza delle tre regioni macroeconomiche.
    In questo senso il futuro euro, il dollaro e l’ipotetica valuta asiatica sarebbero serviti da strumenti di graduale coinvolgimento dell’economia dell’URSS nel sistema mondiale, con il graduale disinnesto delle strutture del campo socialista. Anche questo processo venne avviato sotto la diretta influenza della Trilaterale e dei suoi rappresentanti gorbacheviani a Mosca alla metà degli anni ’80.
    Ma alla soglia degli anni ’90 accadde l’imprevedibile: in luogo del graduale ciclo di convergenza ed integrazione dell’URSS, questa improvvisamente si dissolve da sé ed avvia unilateralmente un attivo processo di autoliquidazione.
    Il rublo venne svalutato, per cui senza mezzi termini venne agganciato al dollaro. Gli USA vennero direttamente coinvolti nel sistema finanziario post-sovietico.
    In parallelo a ciò si autoliquidava rapidamente il principale elemento della mappa geopolitica del mondo della “guerra fredda”, la cui stessa presenza costituiva il massimo elemento portante, sul piano concettuale e strutturale, dell’intera costruzione geopolitica su cui, fra l’altro, si basava il dollaro.
    Incontrando al posto della chiaro e prevedibile «avversario sovietico» un “buco nero” imprevedibile, caotico, irrazionalmente aggressivo, non contemplato in nessuno dei graduali progetti economico-finanziari positivi, gli USA si trovarono inaspettatatamente un una situazione nuova.
    Questa nuova situazione geopolitica coinvolgeva gli USA in un processo di accelerata, straordinaria unipolarità. Nell’economia USA questo si accompagnava al surriscaldamento del mercato delle alte tecnologie, alle piramidi finanziarie, all’ascesa del settore puramente finanziario a scapito del settore reale. Anche il Complesso Militare-Industriale, fondamentale nel sistema economico degli USA, si trovava di fronte ad una situazione nuova, nettamente distinta dalla precedente.


    6. Il nuovo ruolo dei settori geoeconomici

    L’imprevedibile ritmo di liquidazione e disintegrazione del polo geopolitico sovietico (= eurasista) creava una nuova situazione sulla mappa geopolitica complessiva del mondo, e correlativamente gettava una nuova sfida al sistema finanziario degli USA. Tale sistema da quel momento avrebbe dovuto avviare la realizzazione accelerata dell’unipolarità, ossia della globalizzazione.
    Alcune degli stadi pianificati in precedenza scomparivano. Conseguentemente, sorgeva in linea di principio una situazione nuova ed inattesa: il dollaro era costretto a diventare valuta mondiale di riserva rapidamente e senza passaggi intermedi, gli USA acquisivano l’egemonia incontrastata sul piano strategico, maturava l’esigenza di una rapida ristrutturazione delle istituzioni internazionali – ONU – che riflettevano gli equilibri della pace di Jalta, l’America era costretta precipitosamente a servirsi della «disuguaglianza delle strutture».
    Questo si manifestò sotto la direzione dei democratici dell’amministrazione Clinton. La «fine della storia» di Fukuyama era venuta troppo presto.
    Si creavano problemi economici e logistici di grande rilievo.
    In generale: gli USA non erano pronti ad assumere dall’oggi al domani il ruolo di globalizzatore unipolare. Questo si esprimeva

    nella comprensione politica di questo stesso fatto da parte degli americani (la vittoria di Bush jr);
    nella crisi del mercato surriscaldato nello stile delle piramidi finanziarie, con lo scivolone degli indici NASDAQ e Dow Jones ;
    nell’approssimarsi della catastrofe del dollaro quale valuta mondiale di riserva;
    nell’impreparazione dei soggetti geopolitici fondamentali ad inserirsi nella globalizzazione nei nuovi tempi e modi degli USA.

    L’assenza del polo eurasista, la trasformazione dell’Eurasia in un «buco nero» generava problemi geopolitici non valutati in una prospettiva di breve periodo.
    La presenza di un’opposizione convenzionale, formale e prevedibile a medio termine da parte dell’Eurasia rappresentava l’elemento principale della strategia americana nella prima metà del XX secolo. Rimosso tale elemento, l’intera costruzione era messa a repentaglio.
    L’assenza di una formale e limitata minaccia ad Oriente cambiava radicalmente sia il significato geopolitico dell’Unione Europea, sia il correlativo ruolo e missione dell’euro.
    L’Unione Europea si sviluppava non in condizioni di scontro con l’URSS, come si era supposto – e questo argomento era stato decisivo nel modellare la conservazione dell’influenza americana in Europa, anche dal punto di vista della visione finanziaria – bensì proprio nel momento dell’autoliquidazione dell’URSS. Di conseguenza, essa assume una funzione completamente diversa, rivelandosi un potenziale soggetto geopolitico a livello planetario. L’introduzione dell’euro acquista un significato diverso. In linea di principio, si tratta di una sfida al dollaro in quanto valuta mondiale di riserva.
    Il nuovo ingresso dell’Europa sulla scena della storia è gravido dei più seri scossoni per la globalizzazione nella sua forma unipolare. Si impone la variante dell’integrazione «regionale o continentale» o della globalizzazione multipolare, il che in entrambi i casi va contro quel processo in cui, come trascinati da una valanga e indipendentemente dalla propria volontà, sono oggi coinvolti gli USA.
    Qualcosa di analogo è vero anche della regione dell’Asia-Pacifico. Qui si somma il fattore Cina. Ma anche il solo euro e l’Unione Europea erano sufficienti perché il dominio unipolare degli USA ne venisse seriamente scosso, e conseguentemente venisse indebolito il dollaro e gli strumenti del sistema finanziario internazionale ad esso legati.
    Nella misura in cui il dollaro è legato alla geopolitica mondiale, e non soltanto all’economia USA, un mutamento nello schieramento di forze in quella sfera automaticamente comporta un mutamento radicale nella funzione del dollaro. Il dollaro cambia la sua natura, e da qui la sua funzione di valuta mondiale di riserva perde il suo carattere di evidenza.
    Gli USA devono definire ex novo il proprio ruolo nel mondo e in relazione a ciò rifondare sulla nuova mappa geopolitica la funzione della valuta mondiale di riserva – il dollaro. L’estrema difficoltà di tale compito è fuori discussione
    L’intero sistema economico degli USA è fondato sulla ridistribuzione globale del lavoro nella condizione schumpeteriana della «disuguaglianza delle strutture».
    La trasformazione di questo sistema reca con sé serie conseguenze.
    Lo stesso è possibile affermare in relazione alla «nuova economia», con i settori finanziario-borsistici sovrasviluppati. Gli attori paradigmatici reali, che sono invariabilmente rimasti fuori del quadro della «new economy», ma che predeterminano le fondamentali tendenze di base dei mercati finanziari (esteriormente rappresentati come indipendenti dai fattori non di mercato, staccati dai fondamentali del calcolo economico) sono proprio la geopolitica e l’univoco dominio degli USA. Il carattere ludico di queste tendenze è il mito per i «proletari della borsa valori», semplici brokers che non vengono ammessi al di là delle quinte della finanza. dove siedono non soltanto speculatori di successo, ma esperti del CFR, del Bilderberg Club e della Trilateral – come George Soros. E’ qui che vengono stabilite le regole del gioco. Il collasso delle borse o delle valute nazionali non è una questione di brillanti operazioni, ma di piani dettagliatamente elaborati e preparati.


    7. Il tentativo di mettere un freno alla globalizzazione: il vicolo cieco concettuale di George Bush jr.

    Il rafforzamento dei settori europeo e dell’’Asia-Pacifico, l’emissione di una solida valuta regionale legata alla geopolitica non globale, ma continentale o insulare (indicativo, da questo punto di vista, il nuovo – cauto – riferimento al keynesismo delle moderne socialdemocrazie) restringe la funzione degli USA.
    Questa necessità è soddisfatta – almeno in parte – dall’amministrazione Bush jr. Bush jr. rappresenta il tentativo di frenare la globalizzazione. Ma questo non serve a risolvere i problemi alla radice – la geopolitica americana è in “surriscaldamento”, overheated, l’impero americano è in “sovratensione”, overstretched.
    Siamo ad un vicolo cieco concettuale: gli USA non possono non proseguire in un’attiva globalizzazione unipolare, ma non sono in grado di proseguire.
    Esattamente lo stesso vale per il dollaro: gli USA non sono in grado di mantenere il dollaro come valuta mondiale di riserva, ma non possono rifiutare questa funzione del dollaro.
    Siamo ad un paradosso – la scomparsa del nemico (URSS) ha posto il vincitore in una situazione svantaggiosa. Una tipica vittoria di Pirro.


    8. Il secondo avvento dell’Eurasia

    L’originario progetto della Commissione Trilaterale fu steso allo scopo di liquidare gradualmente ma inesorabilmente l’URSS (Russia), smembrandola.
    Al contrario, l’URSS si è dissolta non gradualmente ma bruscamente, è divenuta un “nulla” geopolitico, ha dato impulso (almeno potenzialmente) all’esistenza storica dell’Europa e dell’Asia.
    In futuro il destino della Russia-Eurasia sarà direttamente legato al destino degli USA e, conformemente a questo, al destino del dollaro.
    Il collasso del signoraggio americano darà alla Russia una straordinaria occasione di rinascita.
    Ma questo potrà essere conseguito solo mediante l’attuazione di un’adeguata strategia geopolitica nei confronti dell’Europa e dell’Asia.
    Se la Russia getterà il suo restante potenziale strategico – ivi incluso quello logistico e nucleare – a sostegno di tutte le alternative al globalismo unipolare, la storia ha una chance di continuare, e il crack del dollaro diverrà il crack della grande schiavitù geopolitica dell’umanità sotto il dollaro.



    Febbraio 2001



    Nota

    Trilateral Commission

    L’ultimo stadio dell’organizzazione della rete segreta del mondialismo fu la creazione della Commissione Trilaterale, che riunisce la “crema” del Council on Foreign Relations e del Bilderberg Club. E’ detta Trilaterale dal numero dei partecipanti fondamentali: USA, Europa e Giappone.

    Il centro della Trilateral Commission è situato negli USA (345 East 46th Street, New York).

    La sua fondazione ebbe luogo nel luglio 1973. Ma la decisione venne approvata nel consiglio riservato del novembre 1972 dal presidente della Chase Manhattan Bank David Rockefeller (leader del Bilderberg Club ed ispiratore del Council on Foreign Relations), da Max Konigt (vice presidente del Comitato per l’integrazione dell’Europa ‘Jean Monnet’) e George Franklin, formalmente capo del CFR.

    Il primo grandioso successo della Trilateral Commission fu quello di portare alla presidenza J. Carter, assoluto sconosciuto fino alla vigilia delle elezioni. Eletto presidente, Carter collocò alle massime istanze del potere membri della Trilateral Commission: Walter Mondale, Cyrus Vance, Harold Brown, Zbigniew Brzeszinski, Michael Blumenthal, Richard Cooper, Anthony Solomon, Samuel Huntington ecc. In proposito la rivista americana Penthouse nel novembre 1977 scriveva: «Sarebbe scorretto affermare che la Trilateral Commission dirige il governo Carter. La Trilateral Commission è anche il governo Carter».

    Il senso dell’operato della Trilateral Commission, e ugualmente dell’intero mondialismo, può esprimersi con le parole di James Paul Barbourg, pronunciate di fronte al senato americano il 17 febbraio 1950: «Che lo vogliate o no, avremo un Governo Mondiale. La sola questione sarà se ciò avverrà tramite il consenso o la violenza».

    (L. Okhotin, La minaccia del mondialismo, Den’ 1991).

















    Trad. M.Conserva
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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