12 Dicembre 2003
STRATEGIE. PERCHÉ IL PRESIDENTE DELLA CAMERA SI FA ARBITRO E LA LEGA SI FA «SOCIALE»
Casini resiste a Tremonti, Bossi fa il new deal
«Siamo al marasma», dice l'opposizione». In effetti, il governo non ha fatto una bella figura, ieri alla Camera, dove è accaduto l'inverosimile. Procediamo con ordine, però. Mercoledì, il presidente della Camera aveva avvisato l'esecutivo: «Un maxi-emendamento per l'intero ddl Finanziaria sarebbe inaccettabile». Fatto l'avviso, trovato l'inganno, viene da dire. Perché il governo, ieri, ha comunque previsto il voto di fiducia, ma spalmandolo su tre medi-emendamenti. E, ironia della sorte, è toccato a uno degli uomini più vicini a Casini, Carlo Giovanardi, sostenere che «il regolamento parlamentare consente la fiducia. Il presidente si atterrà al regolamento». Poi, però, è successo qualcosa di inedito nella storia repubblicana. Mentre Buontempo (An) annunciava il voto contrario («Non si può espropriare il Parlamento delle proprie funzioni»), ricevendo il plauso dell'opposizione e dello stesso Casini, il governo ritardava nel presentare i provvedimenti. Per un'intera giornata, insomma, i deputati sono stati costretti al nulla, tanto che per ingannare il tempo, facevano spola fra l'aula e la buvette in attesa di notizie, con il presidente della Camera che appariva indignato («Non possiamo aspettare tutto il giorno»). Intorno alle 18.30, i tre emendamenti sono finalmente arrivati. Casini si è chiuso in camera di consiglio per valutarne l'ammissibilità, e alle 20 ha comunicato che avrebbe deciso oggi. Non senza prendersi una piccola rivincita su Giulio Tremonti: «Sono necessari chiarimenti sulla copertura», ha spiegato il presidente della Camera, che ha voluto così sottolineare il ruolo centrale del parlamento. E proprio mentre la maggioranza discute di riforme istituzionali che vorrebbero ridurre il potere delle Camere.
La sensazione, comunque, è che Casini non si potrà opporre: probabilmente, il voto di fiducia ci sarà lunedì. Con grande soddisfazione di Umberto Bossi, dicono, che con Casini e Fini ha un conto aperto, e sta attuando una subdola strategia per ridimensionarli. Il Senatur, infatti, sta lentamente presentando al paese una nuova Lega, che sarebbe sbagliato definire ancora «di lotta e di governo». La mutazione ha un padre putativo (Speroni) e un nome informale, Lega sociale, che da solo aggiunge parecchio alla «lotta» e al «governo», concetti che verranno d'ora in poi sempre riportati ai bisogni della gente comune. Naturalmente, non si tratta di una scelta disinteressata, ma di raggiungere un obiettivo preciso: intercettare i voti dei tantissimi (almeno stando ai sondaggi) delusi del centrodestra, diversificandosi dagli alleati, ma combattendo sulle cose concrete e non per verifiche e rimpasti. Con l'occhio sempre rivolto, ovviamente, alla devolution. Insomma, il Carroccio di «lotta e di governo» proverà a prendersi qualche voto di Fi, colpevole di ritardare le riforme. Allo stesso tempo, la Lega sociale tenterà da un lato di riprendersi la scena mediatica sottrattagli da Fini, e dall'altro di ridimensionare l'Udc di Casini e Follini, che al Nord sta espandendosi a macchia d'olio. L'obiettivo principale, comunque, resta quello di sottrarre ad An la parte di elettorato che non ha apprezzato la svolta neocentrista del vicepremier.
Alcune prove del new deal bossiano arrivano dalle cronache dell'ultimo mese. Ad esempio, Bossi è stato l'unico, Bertinotti a parte, ad aver difeso lo «sciopero selvaggio» dei tranvieri milanesi. Quanto alle polemiche sui Bingo Bongo, depurando ovviamente il discorso dalle sfaccettature razziste, la sostanza è che il Senatur chiede le case innanzitutto per la «povera gente» italiana. E come valutare altrimenti l'appassionata difesa dei risparmiatori nelle vicende Cirio e Parmalat? Più complesso, invece, il discorso sulla riforma delle pensioni e la conseguente manifestazione dei sindacati. Bossi si è dimostrato non oltranzista, evitando con scrupolo dichiarazioni alla Fini («Non cederemo alla piazza). Quindi ha mandato avanti Maroni, che ha riaperto il tavolo con i sindacati. E fa nulla che il vicepremier fosse d'accordo: la Lega c'ha fatto la migliore figura. Ieri, poi, dal Giornale il ministro non ha esitato a lanciare una perfida stilettata persino al sodale Tremonti: «Io, a sua differenza - ha detto il Senatur - ho grandissimi dubbi sul Tfr e ci penserei cinquecento volte prima di mettere il trattamento di fine rapporto dei lavoratori nei fondi pensione. Se facciamo così, svuotiamo le piccole imprese. E allora io dico: attenti agli stravaganti che parlano di Tfr». Non finirà qui, però, la «azione sociale» di Bossi: fino alle europee, ogni volta che le condizioni politiche lo richiederanno, la Lega farà duramente sentire la sua voce. Perdipiù, secondo i rumours sarebbe già in cantiere una clamorosa avanzata sul costo della vita e sui salari troppo bassi, che al Nord sono oggettivamente un problema più serio che nel resto del paese.
Ad uscire dal governo, però, Bossi non ci pensa affatto, meglio cambiare il sistema dal di dentro, va ripetendo. Ecco perché continuerà ad accreditarsi presso il Cavaliere quale alleato fedele e leale ogni volta che la maggioranza avrà da votare qualcosa di importante. Anche ieri, quando la fiducia sulla Finanziaria stava definitivamente materializzandosi, il Senatur si è mostrato disponibile: l'ipotesi è «buona e interessante», ha detto con fermezza. Ovviamente, nel contingente Bossi tentava di spargere altro sale sulla ferita apertasi mercoledì tra Casini e Berlusconi-Tremonti. Salvo poi aggiungere: «Ma cosa ne penso veramente lo dirò dopo la Finanziaria».
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Da "Il Riformista"...lo sò, non è una fonte affidabile, ma questa cosidetta "Lega Sociale" mi ha stupito!




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