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    Predefinito Aveva ragione Michelino (2)

    Palermo, 15:17
    Mafia, giudici: tabulati non utilizzabili in processo Dell'Utri

    I giudici hanno applicato la legge sull'immunità parlamentare al processo per concorso in associazione mafiosa a carico del senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri. Non saranno dunque utilizzabili le conversazioni dei tabulati Telecom. (Red)


    Alla via così; Titalic!

  2. #2
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    Predefinito Cosa vogliono cancellare.

    Al processo Dell Utri le intercettazioni telefoniche del premier:
    «Craxi va accontentato»
    di Monica Centofante

    Sono le intercettazioni telefoniche le vere protagoniste delle ultime udienze del processo palermitano che vede il senatore Dell'Utri imputato di concorso in associazione mafiosa. Nell'aula bunker di Piazza Filangeri a Milano, dove il 31 marzo e il 1° aprile scorsi la Corte presieduta da Leonardo Guarnotta si è trasferita per venire incontro alle esigenze di diversi testi eccellenti, i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Domenico Gozzo hanno chiesto spiegazioni in merito a compromettenti colloqui risalenti il primo al 1986, i secondi al 27 agosto del 1983.



    Quando Craxi, appena divenuto presidente del Consiglio, telefonò a Berlusconi per lamentarsi di un articolo de Il Giornale che gli dava del «guappo» e che aveva riportato una foto di Spadolini con riferimento alla prima riunione del direttorio dei ministri istituita invece da lui. Un'occasione nella quale il Cavaliere aveva risposto con fermezza. «Adesso basta - è la sua voce nel nastro registrato - a questi gli taglio i fondi. Vado al Giornale e batto i pugni sul tavolo. E se Indro fa le bizze lo prendo a calci in culo». Poi un'ulteriore chiamata dello stesso Berlusconi al condirettore Biazzi Vergani. «Dobbiamo tenercelo buono - dice riferendosi al neo Presidente del Consiglio - Craxi fra poco ci farà avere le concessioni per le tv», oltre ad un altro favore che non può essere riferito telefonicamente. Entrando nel merito dei contenuti di alcuni articoli, si accerta poi sui motivi che spingono il quotidiano ad insistere sulla storia della P2 quando è ormai risaputo che si tratterebbe soltanto di «un complotto di Repubblica» e aggiunge: «Per ora a Montanelli non dire che ti ho chiamato». A poco più tardi risale infine la telefonata del Vergani, effettuata per informare l'interlocutore delle misure prese per chiudere il caso. Colloqui, questi, che potrebbero essere allegati agli atti del processo. E se ciò non era nell’intenzione dei pubblici ministeri, spiega Saverio Lodato dalle pagine dell’’Unità, avendo la difesa insistito molto su quest’assoluta «impermeabilità» dei giornali e delle televisioni berlusconiane a pressioni o interferenze di qualsiasi natura, la precisazione è stata ritenuta d’obbligo?. Sono, infatti, diversi i testimoni della difesa chiamati a deporre per dimostrare che i vertici di Fininvest e Mediaset non avrebbero mai esercitato pressioni sul lavoro dei giornalisti e sul loro modo di trattare gli argomenti di mafia. Tra questi Emilio Fede, Paolo Liguori e Vittorio Feltri, rispettivamente direttore del Tg4, ex direttore di Studio Aperto e direttore di Libero. «Non ho mai ricevuto inviti ad essere morbido» ha esordito Fede, «giornalista da cinquant'anni» che alle stragi di Falcone e Borsellino, solo per citare un esempio, ha dedicato «ore e ore di televisione». «Quegli eventi meritavano questo e altro», ha detto Fede e dopo essersi dichiarato «totalmente garantista» ha tenuto a precisare che di rapporti «professionali» ne avrebbe avuti molti di più con i giudici di Mani Pulite e con i pubblici ministeri di Palermo che non con l’amico Dell’Utri. Dal quale, ha ritenuto opportuno aggiungere, non avrebbe «mai ricevuto interferenze per il suo processo». Sul tema collaboratori di giustizia il direttore del Tg4 non ha dimostrato idee molto chiare, diversamente dal Liguori, che ha tenuto a precisare di essere uno dei pochi in Italia ad aver compiuto «un’opera meritoria contro l’uso dei pentiti. Credo anche di aver avuto ragione e la sentenza d’assoluzione del senatore Andreotti è una prova». Oggi finalmente «si è fatta una legislazione diversa», anche se c’è ancora questo «capo d’accusa del consenso esterno che si presta ad interpretazioni politiche». E «che questa cosa dei pentiti fosse sbagliata» Feltri se ne sarebbe accorto invece ai tempi in cui era inviato del Corriere della Sera. «Mi sono formato l’idea - ha detto - dopo avere seguito il processo Tortora». In quanto a Dell'Utri ha riferito d’alcune circostanze alquanto antipatiche, una delle quali risalirebbe al periodo in cui dirigeva il Borghese. «Gli avevo chiesto pubblicità per il settimanale - ha raccontato - mi disse che ci saremmo incontrati dopo l’estate, lo sto ancora aspettando». E lo stesso Dell'Utri, insieme a Confalonieri e - ancora - a Berlusconi, sarebbe protagonista di un?altra intercettazione telefonica, quella del 1986. Una prova presentata dall'accusa a dimostrazione che i tre avrebbero nutrito sospetti nei confronti del boss-stalliere Vittorio Mangano. Ha 46 anni - dice Confalonieri nel colloquio a tre - e fa ancora queste cose. Le faceva già dieci anni fa. Adesso ci arriverà un’altra lettera con la croce nera?. Quella precedente, la prima, era giunta nel 1974 e conteneva minacce di rapimento del figlio di Berlusconi: «Ricordo che era scritta con lettere ritagliate da un giornale e si concludeva con una croce nera. Berlusconi portò la famiglia prima in Svizzera e poi in Spagna». Ma il presidente di Mediaset ha dichiarato di non ricordare che il riferimento della telefonata, effettuata all'indomani di un attentato alla villa di via Rovani, una delle residenze milanesi di Berlusconi, fosse a Mangano. «Non parlavamo di lui - ha risposto - ma non ne ricordo più il contenuto». Ha invece rammentato dell'arrivo dello stalliere a Villa San Martino ad Arcore, dove «Berlusconi andò ad abitare a Pasqua del 1974». «Arrivò pochi mesi dopo - ha spiegato - in quanto la villa aveva anche una stalla dove c'erano dei cavalli, uno dei quali, si diceva, aveva fatto la pubblicità di Vidal». Il motivo per cui il fattore assunto provenisse dalla Sicilia è presto detto: «Di questa vicenda se n’occupò Marcello che era siciliano. Fosse stato di Bergamo avrebbe assunto un bergamasco». E la permanenza ad Arcore durò poco poiché Mangano, già allora noto pregiudicato, venne poco dopo arrestato per truffa e condannato a 10 mesi e 15 giorni di reclusione. In seguito alla sua liberazione, appena tre settimane più tardi, egli fece ritorno alla villa di Berlusconi, ma vi rimase poco tempo prima di trasferirsi. Se fosse stato licenziato o «se fu lui stesso ad andarsene per non mettere tutti in imbarazzo», «non ricordo», ha continuato Confalonieri, interrogato anche sulla famosa cena di Sant'Ambrogio, avvenuta proprio in quel periodo nella villa San Martino, alla quale fece seguito il fallito sequestro del principe Luigi D'Angerio. Atto del quale il Mangano sarebbe stato corresponsabile. «Ricordo che c'era anche la sorella Marina Doria e altri imprenditori - ha detto il teste -. Mangano però non c'era. Lo dico con certezza. E dico di più in modo tassativo: Mangano non si è mai seduto a tavola con Silvio Berlusconi». Quando l'esame è stato dirottato sull'acquisizione delle frequenze televisive in Sicilia da parte della Fininvest il teste ha negato che il gruppo avesse pagato il pizzo. «Ma a Palermo praticamente tutti pagano il pizzo», è stato il commento dell'avvocato di parte civile Ennio Tinaglia il quale ha citato i collaboratori per sentirsi rispondere: «Ah, se lo dicono loro». Ad avallarlo il vicepresidente del Milan Adriano Galliani, anch'egli teste della difesa, anch'egli sicuro che il pizzo non veniva pagato. «In Sicilia - ha ricordato Galliani - acquisivamo piccole televisioni locali perché a noi interessavano solo le frequenze. Acquisivamo televisioni che non avessero giornalisti e strutture troppo grosse» e tra queste Tvr Sicilia. In quest'ambito, ha continuato, Marcello Dell'Utri «era incaricato della raccolta di pubblicità e quindi per l'acquisizione dei canali in Sicilia non mi sono mai avvalso della sua collaborazione». Alla domanda su Antonio Inzaranto, il parente di Buscetta titolare di un ripetitore venduto a Fininvest il teste ha però dovuto ammettere che «questo signore divenne direttore dell'emittente. Lo facevamo in tutta Italia di lasciare il vecchio proprietario a dirigere l’emittente?». «Il signor Inzaranto - ha poi aggiunto - aveva un tecnico bravissimo. Lui andava in giro a cercare i terreni da comperare o affittare sui quali installare le antenne. Svolgeva queste mansioni per noi in tutta la regione. Era diventato il responsabile regionale del coordinamento delle emittenti».


    Articolo pubblicato su ANTIMAFIADuemila Numero di maggio 2003 in edicola dal 7 maggio 2003

  3. #3
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    Predefinito Il processo "innominabile"

    Dal Processo Dell Utri
    Capo C

    Scrive il Pubblico Ministero:

    Parte III.

    Le calunnie di CIRFETA Cosimo

    La presente parte della richiesta è il frutto delle investigazioni finora svolte da questo Ufficio in relazione alle dichiarazioni rese in più sedi, e comunque certamente indirizzate all'autorità giudiziaria, da CIRFETA Cosimo, ed aventi per oggetto le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia dissociatisi da Cosa Nostra, accusatorie nei confronti di DELL'UTRI Marcello, imputato del reato di "concorso esterno in associazione mafiosa" nel processo che si celebra davanti alla II sezione del Tribunale di Palermo.
    Come si avrà modo di evidenziare nel prosieguo della richiesta, la vicenda oggetto del presente procedimento riveste particolare rilievo non solo per i soggetti ivi interessati (un ex collaboratore di giustizia pugliese, alcuni tra i più importanti collaboratori dissociatisi da Cosa Nostra, un imputato "eccellente", etc.), ma anche e soprattutto per la speciale consistenza del quadro indiziario (costituito non solo dalle dichiarazioni di molteplici soggetti, tutte in contrasto con le dichiarazioni di CIRFETA, ma anche dalle inoppugnabili risultanze documentali ed investigative acquisite) in ordine alla gravissima condotta posta in essere dal CIRFETA, il quale ha tentato di screditare vari collaboratori di giustizia con la più grave delle accuse per soggetti legati ad un "contratto" con lo Stato che li obbliga a dire la verità, all'evidente fine di inserirsi in quella vera e propria "campagna" di delegittimazione dell'intero fenomeno dei collaboratori da tempo avviata.

    Ma – come si evidenzierà in seguito - ancor più gravi appaiono le condotte (non solo di CIRFETA ma anche) di tutti gli indagati come evidenziatesi alla luce delle più recenti acquisizioni probatorie di inequivoco significato, essendo esse costituite, non solo da testimonianze, ma anche da documenti sonori e visivi (intercettazioni telefoniche e documentazione filmata dei contatti e dell'incontro CHIOFALO – DELL'UTRI), elementi di prova che dimostrano, senza ombra di dubbio, che le dichiarazioni di CIRFETA non costituiscono soltanto il dissennato tentativo di un calunniatore, ex-pentito "caduto in disgrazia" alla ricerca di "sponsor" danarosi e politicamente influenti, ma anche il frutto di un ben preciso, complesso ed ambizioso disegno criminoso finalizzato non solo ad offrire all'imputato DELL'UTRI Marcello falsi elementi di prova a discarico, ma anche a minare l'attendibilità di alcuni dei più importanti collaboratori di giustizia degli ultimi anni, sulle dichiarazioni dei quali sono fondate numerosi processi per gravissimi delitti nei quali sono imputati tutti gli esponenti di spicco di Cosa Nostra.

    E non solo. Le più recenti acquisizioni probatorie dimostrano un altro, ed ancor più inquietante, obiettivo del disegno criminoso in corso di attuazione mediante le dichiarazioni di CIRFETA e dell'attività "inquinante" posta in essere anche da CHIOFALO e DELL'UTRI, con il verosimile concorso di altri soggetti ancora da identificare compiutamente, tesa a creare una "schiera" di "pentiti" (o soggetti accreditati come tali) che avvalorassero le dichiarazioni di CIRFETA accusando un gruppo non meno nutrito di autentici collaboratori di giustizia: quello di destabilizzare l'intero sistema normativo in materia di valutazione delle dichiarazioni dei collaboranti, tentando di metterlo in crisi dal suo "interno".

    Invero, quale è – oggi – il più formidabile sistema che possono trovare le organizzazioni mafiose per far "saltare" lo strumento processuale della collaborazione con la giustizia ? Non lo è, certamente, l'eliminazione fisica del collaborante, che rischierebbe di risolversi in un boomerang, sia perché renderebbe pienamente utilizzabili le dichiarazioni da questi già rese al pubblico ministero, sia perché costituirebbe un implicito riconoscimento dell'efficacia e indispensabilità di questo strumento per il contrasto alla criminalità organizzata di tipo mafioso. Del resto, l'effetto controproducente - per la mafia - di azioni delittuose "dirette" (come lo sterminio dei familiari di due collaboratori storici quali Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia) ha indotto l'organizzazione mafiosa ad abbandonare da tempo siffatte scelte strategiche di "scontro frontale".

    E non è un caso che, in questi ultimi tempi, all'apparente "sommersione" di Cosa Nostra palermitana, che ha per il momento rinunciato alla strategia violenta di dura contrapposizione (culminata nelle stragi del '92 e '93), abbia corrisposto un atteggiamento "nuovo" dei boss palermitani detenuti, i quali, nei processi in cui sono imputati, non rifiutano più in toto le "regole" del processo statale, bensì cercano di sfruttarne strumentalmente i meccanismi per mettere in crisi il "sistema", ad esempio richiamando loro stessi il contenuto delle dichiarazioni di un collaborante nella parte in cui esse sono in apparente contrasto con quelle di un altro collaborante (non era mai accaduto che un boss cercasse di avvalersi, in qualche modo, delle dichiarazioni di un cosiddetto "pentito"). Ed in perfetta sintonia con il nuovo approccio della mafia alla "questione pentiti" appare la vicenda in oggetto ove si è verificato quanto vari collaboranti avevano preannunciato negli anni passati: l'utilizzo di "falsi pentiti" per smentire i "veri" collaboratori di giustizia al fine di creare un "polverone", così da determinare le condizioni più idonee per una radicale revisione della normativa in materia tale da azzerare l'intero fenomeno e neutralizzare quello che, in questi anni di duri colpi per l'organizzazione mafiosa, è stato uno dei più efficaci ed irrinunciabili strumenti a disposizione per il contrasto al potere mafioso, vera e propria "spina nel fianco" di Cosa Nostra. E ciò può apparire efficace agli occhi di Cosa Nostra tanto più in un momento come quello attuale, in cui si discute di una possibile revisione dei canoni di valutazione probatoria delle dichiarazioni dei collaboranti mediante una modifica legislativa dell'art. 192 c.p.p., essendo evidente che niente di meglio di un eclatante caso di due contrastanti schieramenti di "dichiarazioni incrociate" di collaboratori (di cui uno artificiosamente creato da pentiti "costruiti" o comunque "falsi") potrebbe indurre a ritenere sufficientemente neutralizzata la validità del principio giuridico della "convergenza del molteplice". Ma – come si dimostrerà in seguito – il pur raffinato progetto criminoso (tuttora in corso di realizzazione) ha rivelato alcuni suoi inevitabili punti deboli, primo fra tutti la sua fragilità a fronte della piena affidabilità del meccanismo applicativo dei criteri valutativi dell'art.192 c.p.p., che, contrariamente a quanto da taluni si vorrebbe far credere, non consente affatto l'automatica attendibilità delle dichiarazioni di più collaboratori quando convergenti, ma che anzi pretende la minuziosa ricerca ed acquisizione di riscontri, anche obiettivi, alle dichiarazioni.

    E' infatti proprio tale ricerca dei riscontri obiettivi che – nel caso in oggetto – ha consentito di svelare fin dall'inizio la calunniosità delle affermazioni del CIRFETA e, per converso, la piena attendibilità delle dichiarazioni dei collaboranti accusati dal CIRFETA stesso.
    Ma, prima di pervenire a tali conclusioni, occorre esaminare il contenuto delle dichiarazioni di CIRFETA oggetto del presente procedimento, tema specificamente trattato nel paragrafo che segue.


    a) Le dichiarazioni di CIRFETA Cosimo

    Per la prima volta il CIRFETA riferisce quanto a sua conoscenza, in ordine alla posizione di DELL'UTRI Marcello, con una lettera che egli consegna il 24 agosto 1997 a personale del Servizio Centrale di Protezione perché sia inoltrata ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce (Motta e Capoccia), che si riporta qui di seguito integralmente:

    Alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce
    Al dr. Capoccia Giuseppe e dr. Cataldo Motta:

    Il sottoscritto Cosimo CIRFETA collaboratore di Giustizia custodito in località protetta nota al S.C.P.

    CHIEDE


    (all. 1/3) di potere conferire con la S.V. in quanto durante il mio ultimo periodo di carcerazione che si è protratto per giorni 30 dal 07/06/97 al 10/07/97 se non erro, venivo a sapere da tale GUGLIELMINI Giuseppe che lo stesso si era messo d'accordo con altri due collaboratori di giustizia presenti nel carcere ove lo scrivente era ristretto per volgere delle accuse false nei confronti del dr. on. Silvio Berlusconi e il dr. Marcello DELL'UTRI.
    Pertanto qualora la S.V. o l'autorità giudiziaria competente ritenesse utile raccogliere quanto è a conoscenza dello scrivente, lo stesso è a vostra completa disposizione, o di qualsiasi altra A.G. lo ritenga opportuno.

    Porgo cordiali e distinti ossequi.

    In fede, Cosimo CIRFETA

    Lì, 24/09/97


    Il 19 settembre 1997 il CIRFETA invia da Paliano un telegramma allo stesso dott. Capoccia, nel quale si lamenta della sua situazione senza fare riferimento alle false accuse:

    Giuseppe Capoccia Magistrato
    Direzione Distrettuale Antimafia
    73100 Lecce


    Non oso credere che le sono non si siano accorte di tutto ciò che ingiustamente sto subendo da un anno a sta parte posso garantire di potere dimostrare tutto ma nessuno mi degna di uno sguardo, mentre io soffro solo perché voglio cambiare accusato ingiustamente e falsamente. Oggi 19/09/97 muore Cosimo CIRFETA interiormente si intende.

    Cordialità ed ossequi
    Cosimo CIRFETA

    Ed una settimana dopo, il 26 settembre 1997, CIRFETA invia una missiva al dott. Michele Emiliano, magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, del seguente contenuto:

    Dottor Michele Emiliano
    Direzione Distrettuale Antimafia di Bari

    Il sottoscritto Cosimo CIRFETA, nato a Copertino (LE) il 23.11.1965;

    C H I E D E

    di avere un colloquio con la S.V. per informarlo su alcune situazioni di cui è venuto a conoscenza da altri detenuti quando si trovava nel carcere di Rebibbia nel mese di giugno u.s. Situazioni che miravano a costruire accuse sul dott. DELL'UTRI Marcello e sull'onorevole Silvio Berlusconi. Ho informato a suo tempo con una missiva inviata al dott.
    Capoccia D.D.A. Lecce ma non sono mai stato sentito.

    Porge cordiali e distinti ossequi

    Cosimo CIRFETA

    Pertanto, in data 27 settembre 1997, personale della polizia penitenziaria di Paliano, su delega della D.D.A. di Lecce, sente a verbale il CIRFETA, il quale dichiara:

    "Nel mese di giugno c.a. sono stato tratto in arresto e condotto nella Casa Reclusione di Rebibbia sezione collaboratori, ove erano fra gli altri ristretti tale DI CARLO Francesco, ONORATO Francesco, e GUGLIELMINI Giuseppe con i quali instauravo, soprattutto con gli ultimi due immediatamente degli ottimi rapporti, tali da indurre il sottoscritto a fare socialità con gli stessi.
    Dopo pochi giorni il GUGLIELMINI Giuseppe mi riferì che ONORATO Francesco stava parlando con DI CARLO Francesco in quanto doveva essere quella mattina interrogato dai Giudici che gli avevano chiesto precedentemente se fosse a conoscenza di collusione con la mafia da parte del dr. on. Berlusconi e dr. Marcello DELL'UTRI, in considerazione del fatto che il DI CARLO doveva essere sentito anche lui dai magistrati il GUGLIELMINI mi riferì che si stavano mettendo d'accordo. Io feci finta di niente per non dare nell'occhio ma ovviamente mi meravigliò il fatto che queste persone complottassero per accreditare ancor di più la loro posizione di collaboratori di giustizia false accuse contro i summenzionati personaggi politici. Dopo pochi giorni, sempre parlando con GUGLIELMINI io disinteressatamente feci cadere il ragionamento su quanto era accaduto il giorno prima, lo stesso mi riferì che gli accordi presi con DI CARLO Francesco erano i seguenti:
    Il DI CARLO avrebbe accusato il dr. Berlusconi di essere stato in contatto con lo stesso e Stefano BONTADE e di essersi incontrato con l'on. Berlusconi a Milano, ONORATO Francesco il giorno stesso in cui furono presi gli accordi come ho già detto fu sentito dai Magistrati e avrebbe dichiarato di avere avuto contatti con il dr. DELL'UTRI e dal quale lo stesso, o il suo gruppo avrebbero riscosso percentuali inerenti l'installazione dei ripetitori televisivi a Palermo e Sicilia. GUGLIELMINI dal canto suo avrebbe atteso che il Magistrato lo sentisse e lo stesso avrebbe confermato le tesi del DI CARLO e ONORATO, questo in virtù del fatto che il GUGLIELMINI era stato molto vicino a INZERILLO che a sua volta era alleato di BONTADE quindi poteva avvalorare ancora di più quanto asserito dai primi due essendo stato lo stesso l'alter-ego a suo dire di INZERILLO. In quella circostanza il GUGLIELMINI mi propose se ero disposto anche io a costruire una valida accusa nei confronti non di Silvio Berlusconi e DELL'UTRI in quanto a quello ci avrebbero pensato loro, ma in considerazione del fatto che si era parlato di alcuni appoggi politici che il Gruppo facente capo a me De Tommasi Giovanni, Rogoli Giuseppe avevano prima della mia collaborazione lo stesso mi chiese se ero in grado di costruire un'accusa contro il partito di Forza Italia del quale l'on. Berlusconi è presidente, mi chiedeva questo in virtù del fatto che aveva sentito parlare di me in riferimento allo spessore della collaborazione data a suo dire mi riteneva all'altezza nel portare avanti un'accusa falsa contro le suddette persone e nei termini su specificati, questo in virtù del fatto che il GUGLIELMINI sapeva che ero considerato e sono uno dei collaboratori più grossi della Puglia, io gli risposi che la cosa non mi interessava perché dovevo uscire di lì a pochi giorni. Non ho altro da aggiungere riservandomi all'uopo di dare ulteriori spiegazioni".

    Il 10 ottobre 1997, il CIRFETA scrive una lettera indirizzata al Procuratore Nazionale Antimafia e a vari magistrati della D.D.A. di Lecce (il Procuratore dr. Stasi) e della D.D.A. di Bari (dr. Emiliano e dr. Di Napoli), nella quale denunzia la scomparsa, avvenuta l'8 ottobre, dalla sua cella di due block notes contenenti appunti relativi ad "un processo dove andrò a deporre in favore di DELL'UTRI Marcello e l'onorevole Berlusconi" e lamentando un deteriore trattamento carcerario (isolamento, minacce e maltrattamenti).

    Ed il medesimo giorno il CIRFETA scrive un'altra lettera indirizzata ad altri magistrati della Procura Nazionale Antimafia (dr. Maritati), della D.D.A. di Bari (dr. Emiliano), della D.D.A. di Roma (dr. Saviotti), nonché ad ufficiali (il col. Alberto Cannone del Servizio Centrale di Protezione ed il Magg. Crescuolo della Legione CC. di Bari), nella quale si dilunga sulla vicenda delle false accuse.

    Questo è il testo della lettera:

    " Eccellentissimi signori appena hanno saputo in questo carcere che io avrei deposto in favore dell'onorevole Berlusconi e del dr. DELL'UTRI (non so poi come sia potuto accadere visto che io quelle dichiarazioni le ho rilasciate ad un maresciallo del carcere il sig. Mursilli, dato che ne avevo chiesto una copia che mi ha consegnato personalmente. La copia della lettera me l'ha consegnata di persona a Piazza d'Armi, dopo, o meglio il giorno dopo faccio colloquio, termino il colloquio e tornando alla sezione il M.llo Vincenzo Verani mi dice che devo essere isolato, però senza che mi venga contestato nulla. Tramite radio carcere sono riuscito a sapere che avevo fatto. Ma la maggior parte delle persone della sezione dove io ero avevano fatto una lettera sottoscrivendola. Perché io mi taglio sul serio che ho tentato tre volte di uccidermi tagliandomi le vene. Bene appena finito il colloquio con la mia famiglia, sono stato portato in isolamento senza che nessuno abbia (come prescrive l'ordinamento penitenziario) detto o dato una spiegazione, visto che per portarmi alla Seconda dove io avevo chiesto di andare con tutte le firme dei detenuti che occupavano quella sezione comunque mi si è andato così tutto il giorno i due marescialli che dovevano decidere non c'erano o se c'erano avevano da fare che poi mi avrebbero chiamato, premetto prima che io andavo al colloquio dal Maresciallo Mursilli davanti al maresciallo Lolli mi ha detto (quando torno (parola incomprensibile) dice che non vai a II° sezione io ero contento ma ignaro del fatto che poi mi sono trovato isolato da due giorni, io ho dei dubbi che questo comportamento siano dovuti alle dichiarazioni che io ho lasciato in sede da un maresciallo che mi prende a verbale (Mursilli) e l'altro Comandante Capo me ne consegna una copia come già detto. Comunque io non ho commesso nulla ma so che mi trovo con oggi da tre giorni in cella di isolamento, senza che nessuno sappia darmi una spiegazione e mentre prima ogni qual volta chiedevo di conferire con il maresciallo mi sentivano ora con banali scuse dette dei volti ... (parola incomprensibile) lì siamo, o te lo chiamiamo fra un po' quindi visto che io non ho commesso nessuna infrazione denuncio per abuso di potere il maresciallo Lolli Fausto e Mursilli. Informo che sono stato anche minacciato di non dire niente più su quello che so in merito al patto scellerato di certi tipi di collaboratori (quindi la mia vita è in pericolo) che si sono messi d'accordo per accusare l'on. Silvio Berlusconi e il dr. Marcello DELL'UTRI. Ora io isolato non riesco a starci, soprattutto quando non ho fatto niente, è un abuso vero e proprio, sono tre giorni che sono isolato senza che nessuno mi abbia potuto contestare infrazione alcuna, perché non ne ho fatta. Ora chiedo un vostro intervento io ho già tentato di togliermi la vita, ad un braccio 10 punti all'altro 11 quindi fiducioso in un vostro interessamento

    porgo cordiali e distinti ossequi in Fede Cosimo CIRFETA

    Lì, 11/10/97

    N.B.: Tutto ciò che da questo momento sono le 23.00 del 10/10/97 non è dovuto alla mia volontà devo pur difendermi e salvare la vita.

    Ora mi riservo di raccontare altro, ma di farlo nella sede opportuna.

    Cosimo CIRFETA

    Ed analogo contenuto ha la lettera inviata dal CIRFETA, sempre dal carcere di Paliano, in data 13 ottobre 1997, al dr. Maritati (D.N.A.), ai dott. Emiliano e Di Napoli (D.D.A. Bari), al Magg. Criscuolo (CC. Bari), al dott. Capoccia (D.D.A. Lecce), alla dott.ssa Longo (magistrato di sorveglianza presso il Tribunale di Roma), all'on. Del Turco (Presidente della commissione Parlamentare Antimafia).

    In data 18 maggio 1998, il CIRFETA invia una nuova missiva, questa volta a numerose autorità istituzionali (nell'ordine: alla Commissione Centrale di Protezione dei collaboratori, al Servizio Centrale di Protezione, al Comandante del R.O.S. dei Carabinieri Gen. Mori, al Sost. Proc. della D.D.A. di Roma Saviotti, al Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia on. Del Turco, al Sost. Proc. della D.D.A. di Bari Michele Emiliano, al Presidente della Camera dei Deputati on. Violante), nella quale, dopo avere protestato la propria innocenza per i fatti per i quali era stato tratto in arresto nel giugno '97, ribadisce le proprie accuse nei confronti di GUGLIELMINI, ONORATO e DI CARLO, dichiarando di avere "prove scritte" delle sue accuse e di avere anche più volte tentato il suicidio in carcere; inoltre accusa altri collaboratori di giustizia, detenuti nel carcere di Paliano (Giuseppe PULVIRENTI, Bruno TANO e CUCUZZA Salvatore), di averlo insultato quale "infame" perché aveva "rifiutato di aderire ad un complotto contro alcuni politici" e di avere sparso la voce fra gli altri codetenuti collaboratori che occorreva una dichiarazione di ciascuno di "incompatibilità" con il CIRFETA, aggiungendo che l'unico che si era rifiutato e che lo aveva difeso era tale Ciro Vollaro. Alla missiva era allegata una copia del suo verbale di spontanee dichiarazioni reso in data 27.9.1997 ed un foglio di appunti a mano con indicate alcune presunte utenze telefoniche (tra le quali, alcune attribuite alla D.N.A., alla D.D.A., all'on. Luciano Violante, etc.).
    Poi CIRFETA, che aveva richiesto - fin dal settembre 1997 e, da ultimo, il 28 aprile ( ), il 30 aprile ( ) e il 3 maggio 1998 ( ) – di essere autorizzato ad avere un colloquio telefonico col Sostituto Procuratore della D.D.A. di Bari Michele Emiliano, il 19 maggio 1998 realizza il predetto colloquio telefonico, che – su disposizione dello stesso magistrato – viene registrato.
    Nel corso di tale colloquio, come risulta dalla trascrizione in atti, il CIRFETA amplia ulteriormente il "raggio" delle proprie affermazioni, sostenendo che i tre collaboratori già menzionati avrebbero cercato di convincere il CIRFETA ad inventarsi false accuse non solo nei confronti dell'on. BERLUSCONI e dell'on. DELL'UTRI, ma anche nei confronti – non si sa con quale improbabile disegno in mente – dell'on. Massimo D'ALEMA !

    Si riporta il passo della trascrizione:


    " CIRFETA C.: Allora, a Rebibbia io vengo contattato da queste tre persone…

    P.M. Dr. EMILIANO: Sì.

    CIRFETA C.: …i quali mi dicono di accusare determinati personaggi politici perché …

    P.M. Dr. EMILIANO: Mi dici chi ?

    CIRFETA C.: L'onorevole BERLUSCONI, l'onorevole DELL'UTRI e D'ALEMA.

    P.M. Dr. EMILIANO: Di che cosa dovevi accusarli ?

    CIRFETA C.: Li dovevamo accusare…praticamente per quanto riguardava D'ALEMA, essendo che ha una casa a Gallipoli, essendo io di Lecce, praticamente sapevo che a Gallipoli…lui andava a villeggiare a Gallipoli, di inventarmi, di costruire praticamente un castello su D'ALEMA accusatorio nei suoi confronti, per diffamarlo praticamente.

    P.M. Dr. EMILIANO: Ma dal punto di vista mafioso ?

    CIRFETA C.: Dal punto di vista mafioso, che aveva avuto dei validi scambi dai Padovano, perché i Padovano sono di Gallipoli".

    Nel prosieguo del colloquio telefonico CIRFETA aggiunge di avere conosciuto i tre collaboratori palermitani nel carcere di Rebibbia perché mangiavano "insieme tutti i giorni" ( ); che i tre gli avevano prospettato che, se egli avesse accettato la loro proposta, "tramite i loro magistrati avrebbero fatto il possibile" per farlo uscire al più presto dal carcere "in qualsiasi tipo o in qualsiasi forma" ( ); che aveva appreso da ONORATO Francesco, nell'ambito della medesima proposta che gli sarebbe stata fatta nel giugno '97, che la dott.ssa BOCCASSINI (indicata come "il giudice di questo Onorato") aveva il compito "di prendere informazioni fra i vari collaboratori, di creare fra i vari collaboratori delle accuse nei confronti di queste persone" ( ). Come si vede, siamo ormai alle più incredibili accuse "in libertà".

    Il CIRFETA, comunque, rincara – ancora non pago - la dose inserendo anche un altro collaborante palermitano, LO FORTE Vito, all'interno della c.d. "congiura di questi collaboratori".


    Secondo il CIRFETA, nel novembre '97 durante la codetenzione nel carcere di Prato, lo avrebbe prima diffamato con gli altri collaboranti ivi ristretti qualificandolo come "infamone" (essendo state pubblicate sulla stampa le prime anticipazioni delle nuove "rivelazioni" del CIRFETA medesimo) perché il CIRFETA si sarebbe sottratto al "piano", piano che – aggiunge improvvisamente il CIRFETA – non riguarderebbe solo calunnie contro l'on. BERLUSCONI, l'on. DELL'UTRI e l'on. D'ALEMA, ma anche contro il capitano De Donno ( ).

    Nel prosieguo del colloquio telefonico le affermazioni del CIRFETA assumono toni perfino grotteschi, quando racconta che nel carcere di Prato tre persone "incappucciate" (che avrebbero indossato dei passamontagna "neri con una striscia bianca al centro") lo avrebbero preso dalla sua cella per portarlo in una stanza dove gli sarebbe stata fatta una nuova "proposta": se il CIRFETA, una volta chiamato a Palermo per rendere le sue dichiarazioni, si fosse avvalso della facoltà di non rispondere, sarebbe uscito dal carcere; e per essere più "convincente" uno dei tre gli avrebbe messo "il colpo in canna" nella sua pistola che gli avrebbe puntato "in bocca" ( ).

    Infine, aggiunge che dello stesso "complotto" è partecipe anche il collaborante catanese Giuseppe PULVIRENTI ( ).

    b) Le smentite documentali delle dichiarazioni di CIRFETA Cosimo

    Le dichiarazioni del CIRFETA sono del tutto infondate, come è dimostrato, in primo luogo, dalla semplice cronologia dei fatti realmente avvenuti.
    Invero, il CIRFETA ha affermato nelle dichiarazioni rese il 27 settembre 1997 presso la Casa di Reclusione di Paliano:

    Che nel giugno 1997 – pochi giorni dopo averlo conosciuto – "GUGLIELMINI Giuseppe gli riferì che ONORATO Francesco stava parlando con DI CARLO Francesco in quanto doveva essere quella mattina interrogato dai Giudici che gli avevano chiesto precedentemente se fosse a conoscenza di collusione con la mafia da parte del Dr. On. BERLUSCONI e Dr. Marcello DELL'UTRI, in considerazione del fatto che il DI CARLO doveva essere sentito anche lui dai magistrati il GUGLIEMINI mi riferì che si stavano mettendo d'accordo"

    In altra occasione il GUGLIELMINI gli avrebbe riferito nel merito che queste sarebbero state le accuse dei detti collaboratori: "Il DI CARLO avrebbe accusato il Dr. BERLUSCONI di essere stato in contatto con lo stesso e Stefano BONTADE e di essersi incontrato con l'On. BERLUSCONI a Milano. ONORATO Francesco il giorno stesso in cui furono presi gli accordi come ho già detto fu sentito dai Magistrati e avrebbe dichiarato di avere avuto contatti con il Dr. DELL'UTRI e dal quale lo stesso, o il suo gruppo avrebbero riscosso percentuali inerenti l'installazione dei ripetitori televisivi a Palermo e Sicilia. GUGLIELMINI dal canto suo avrebbe atteso che il Magistrato lo sentisse e lo stesso avrebbe confermato le tesi del DI CARLO e ONORATO, questo in virtù del fatto che il GUGLIEMINI era stato molto vicino a INZERILLO che a sua volta era alleato di BONTADE, quindi poteva avvalorare ancora di più quanto asserito dai primi due essendo stato lo stesso l'alter-ego a suo dire di INZERILLO";

    Tali circostanze sono, poi, la premessa al "nucleo" delle accuse di CIRFETA: GUGLIELMINI avrebbe proposto al CIRFETA di "costruire una valida accusa nei confronti non di Silvio BERLUSCONI e DELL'UTRI in quanto a quello ci avrebbero pensato loro …omissis… lo stesso mi chiese se ero in grado di costruire un'accusa contro il partito di Forza Italia del quale l'On. BERLUSCONI è presidente … io gli risposi che la cosa non mi interessava perché dovevo uscire di lì a pochi giorni".
    Orbene, risulta assolutamente falso e destituito di fondamento, in primo luogo, che ONORATO Francesco sia stato interrogato dai magistrati nel giugno-luglio 1997 su DELL'UTRI (e su Berlusconi).

    Invero, l'ONORATO ha reso a questo Ufficio le sue dichiarazioni sul conto del solo DELL'UTRI (e non anche di Berlusconi, sul quale nulla ha detto) il 12 febbraio 1997, e cioè ben quattro mesi prima degli episodi fantasiosamente inventati dal CIRFETA.
    In quella occasione l'ONORATO riferì all'Ufficio essenzialmente quanto a sua conoscenza su CINÀ Gaetano (coimputato di Marcello DELL'UTRI), intrattenendosi in seguito sul medesimo DELL'UTRI:

    " DOMANDA: Cosa sa di CINA' Gaetano? RISPOSTA: Anche se Salvatore BIONDINO non ne era a conoscenza, io ho personalmente conosciuto Gaetano CINA', quando, nei primi anni '80, ho avuto occasione di accompagnare qualche volta Salvatore MICALIZZI presso la lavanderia del CINA', anzi presso il negozio di abbigliamento sportivo ove erano soliti riunirsi il MICALIZZI, il CINA' ed altri uomini d'onore quali DI CARLO Francesco della famiglia di Altofonte e Mario CANCELLIERE della famiglia del Borgo. Ricordo che in una di tali occasioni era presente anche DELL'UTRI Marcello, che mi venne presentato dal MICALIZZI, che come di consueto avevo accompagnato presso il CINA'. Erano presenti anche DI CARLO Francesco e Mario CANCELLIERE, e ricordo che dopo esserci scambiati i saluti, CINA', MICALIZZI, DELL'UTRI e DI CARLO si sono allontanati recandosi insieme al vicino bar Caflish, mentre io ed il CANCELLIERE siamo rimasti a parlare tra di noi davanti al fruttivendolo che si trova di fronte al negozio di articoli sportivi. Nulla posso pertanto riferire circa i discorsi fatti tra il DELL'UTRI, il CINA' e gli altri. In quel periodo il DI CARLO era, se non erro, latitante. DOMANDA: Sa se il CINA' è uomo d'onore? RISPOSTA: Non mi è stato presentato come tale, così come non mi risulta che sia un uomo d'onore DELL'UTRI Marcello. Proseguendo ancora nelle sue dichiarazioni, l'ONORATO così riferisce: Sempre a proposito del CINA' ricordo un episodio che posso collocare nel tempo tra il 1983 e il 1984. Mi trovavo in compagnia di Pino CIVILETTI, reggente della famiglia di Partanna, presso il suo stand sito all'interno del mercato ortofrutticolo di Palermo, allorchè sono arrivati Gaetano CAROLLO e Nino MADONIA portando con sè una borsa piena di soldi, circa un miliardo di lire, "che dovevano andare a Milano". I due la consegnarono al CIVILETTI, che l'avrebbe a sua volta fatta avere a Gaetano CINA'. Lo stand del CIVILETTI si trova di fronte a quello di Fifetto ARGANO, uomo d'onore della famiglia di Corso dei Mille, e quasi accanto a quello di Pierino LA FATA, uomo d'onore riservato della famiglia dell'Acquasanta, come preciso in sede di verbalizzazione riassuntiva".

    Come può notarsi, dunque, le dichiarazioni di ONORATO sono incentrate su CINÀ, e non su DELL'UTRI. In tale interrogatorio (già noto nel settembre 1997, data delle dichiarazioni del CIRFETA, essendo già stato disposto il rinvio a giudizio di DELL'UTRI per associazione mafiosa, ed essendo tale interrogatorio ricompreso tra le fonti di prova offerte dalla Procura) si fa riferimento soltanto ad un incontro al bar tra DELL'UTRI, CINÀ ed alcuni uomini d'onore, sicché tali dichiarazioni non possono definirsi, di per sé, "esplosive".
    La loro rilevanza sta essenzialmente nel fatto di costituire specifico riscontro delle dichiarazioni rese da DI CARLO Francesco, che aveva partecipato in prima persona a quell'incontro; e l'importanza di tale riscontro deriva dal fatto che DI CARLO è uno dei collaboratori che ha riferito di incontri da lui avuti direttamente con DELL'UTRI ed (in una occasione) anche con Silvio Berlusconi.

    In secondo luogo, il CIRFETA mente anche riguardo al DI CARLO.

    Invero, DI CARLO Francesco ha reso le sue dichiarazioni sugli incontri con DELL'UTRI e Berlusconi il 30 luglio 1996, cioè ben un anno prima del momento in cui tali dichiarazioni – secondo CIRFETA – sarebbe state "costruite a tavolino". Il 30 luglio 1996 il DI CARLO ha infatti riferito quanto segue:

    "Conosco da più di vent'anni CINA' Gaetano. L'ho conosciuto in un primo tempo perché frequentavo la zona di Cruillas, di cui egli è originario, e successivamente - più approfonditamente - tramite un suo fratello più grande, Totò CINA' Gaetano", già allora uomo d'onore. Il CINA' Gaetano, allora, non era uomo d'onore, ma non so se lo sia divenuto in seguito. Del Cinà Gaetano conoscevo anche il cognato, Benedetto CITARDA. Ricordo ancora che frequentavo, in quel periodo, pure i negozi del CINA', di cui uno di articoli sportivi (sito in via Archirafi) ed una lavanderia (sita in via Isidoro Carini). Il negozio di articoli sportivi venne aperto successivamente alla lavanderia …OMISSIS…Ricordo che, in quel periodo, il CINA' mi fece conoscere Jimmy FAUCI e Marcello DELL'UTRI: il primo perché io dovevo andare a Londra e volevo sapere se c'era qualcuno cui rivolgermi; il DELL'UTRI per motivi occasionali, in un bar di via Libertà. Incontrai nuovamente il DELL'UTRI, a Milano, in un'altra occasione successiva. Ciò avvenne qualche mese dopo il primo incontro (come preciso adesso) e, se mal non ricordo, eravamo alla metà degli anni Settanta. In quel periodo mi recavo a Milano per ragioni attinenti alla mia ditta di trasporti, la T.E.S. SpA, ed il CINA’ mi fece presente che sarebbe dovuto andare anche lui a Milano, insieme a Mimmo TERESI e TERESI Girolamo ed a Stefano BONTATE, per cui decidemmo di incontrarci lì. Non appena arrivato a Milano, io mi recai in Via Larga, presso un ufficio nella disponibilità di Ugo (detto "Tanino") MARTELLO. In quella occasione conobbi anche tale PERGOLA Pasquale, di cui non ricordo il nome. Lì mi raggiunsero Stefano BONTATE, Mimmo TERESI e Tanino CINA'. Ricordo che gli stessi mi dissero che soggiornavano presso un appartamento messo a loro disposizione da Nino GRADO, tanto che mi invitarono ad andare a dormire lì, insieme a loro. Subito dopo l'incontro in via Larga, andammo a pranzare insieme io, Tanino CINA', Nino GRADO, Mimmo TERESI e Stefano BONTATE. Rammento, in particolare, che il TERESI, il BONTATE ed il CINA' erano particolarmente eleganti e, a mia domanda, specificarono che dovevano incontrare un grosso industriale milanese, amico di Tanino CINA' e di Marcello DELL'UTRI. Mi chiesero, in quell'occasione, di andare con loro a questo incontro, ed io accettai di buon grado. Ci recammo, quindi, in un ufficio non molto distante dal centro di Milano, ove ci accolse Marcello DELL'UTRI, che ci fece accomodare in un ufficio che non so dire se fosse o meno il suo. Dopo circa quindici minuti, venne Silvio BERLUSCONI. Pertanto, alla riunione eravamo presenti: io, Tanino CINA', Mimmo TERESI, Stefano BONTATE, Marcello DELL'UTRI e Silvio BERLUSCONI. Ricordo che, in questa occasione, il BONTATE invitò il BERLUSCONI ad investire in Sicilia, ma lo stesso replicò che "già temeva i siciliani che al nord non lo lasciavano tranquillo". In effetti, il BONTATE, in macchina, mi aveva già anticipato che la persona che dovevamo incontrare (e che poi seppi essere il BERLUSCONI) aveva paura di essere sequestrato, per cui colsi al volo l'allusione. Al BERLUSCONI, Stefano BONTATE replicò che non avrebbe più avuto nulla da temere, che già c'era vicino a lui Marcello DELL'UTRI, e che - comunque - gli avrebbe mandato qualcuno dei suoi in modo da non fargli più avere alcun problema con i "siciliani". Successivamente, Gaetano CINA' mi disse che era stato inviato presso il BERLUSCONI Vittorio MANGANO, allora appartenente al mandamento di Stefano BONTATE, e che per qualsiasi contatto con lo stesso BERLUSCONI si sarebbe dovuti passare attraverso il MANGANO. Ricordo adesso, in sede di verbalizzazione riassuntiva, che BERLUSCONI - al termine di questo incontro - disse testualmente che "era a nostra disposizione per qualsiasi cosa". La stessa cosa gli confermò, per la sua parte, Stefano BONTATE”..

    ".... Ricordo che, nell'aprile 1980 (ero andato a Londra per il matrimonio di Jimmy FAUCI XE "FAUCI Girolamo Maria, detto Jimmy"), ed erano presenti - come preciso in sede di verbalizzazione - il DELL'UTRI, Mimmo TERESI, Tanino CINA', Lillo ADAMO, tale MOLFETTINI Vittorio. Il TERESI fece presente al DELL'UTRI che io ero allora latitante, ed il DELL'UTRI - saputo ciò - mi diede i suoi numeri telefonici di Milano (quello di casa e quello dell'Ufficio), numeri che io annotai in maniera criptica. In quella occasione il TERESI mi fece presente che lui ed il BONTATE avevano l'intenzione di combinare il DELL'UTRI, in quanto questi era ritenuto affidabile come un uomo d'onore. Io risposi che prima si sarebbe dovuto combinare Tanino CINA', suo amico ....".

    Successivamente, il DI CARLO aveva reso ulteriori dichiarazioni sui fatti, in particolare il 14 febbraio 1997 (confermando le dichiarazioni di ONORATO) ed il 7 marzo 1997 (in particolare, sul matrimonio di Jimmy FAUCI a Londra). Nessuna dichiarazione ha reso il DI CARLO nel giugno-luglio 1997 sui temi indicati dal CIRFETA.

    In ultimo, deve dirsi che proprio il GUGLIELMINI, e cioè il soggetto che sarebbe la principale fonte del CIRFETA, non ha mai reso alcuna dichiarazione riguardante DELL'UTRI o Berlusconi.

    La totale infondatezza ed inattendibilità delle dichiarazioni rese dal CIRFETA emerge, dunque, fin dalla prima sommaria verifica di attendibilità condotta soltanto confrontando la successione dei fatti riferita dal CIRFETA e l'effettiva cronologia dei fatti come risultante dai documenti processuali.

    Potrebbe bastare evidenziare tali discrasie per dimostrare la sussistenza del reato di calunnia a carico del CIRFETA, ma ben più cospicua è la mole di elementi testimoniali, documentali ed obiettivi, che è stata acquisita nelle successive indagini e che si riporta nei paragrafi seguenti.

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    Predefinito Fantastica la "fonte" di questo...

    Ecco il dossier Dell’Utri
    A puntate, tutte le accuse della Procura di Palermo

    Il Giudice, Dottor Gioacchino Scaduto esaminata la richiesta, in data 22 gennaio 1999 e successive integrazioni, del Pubblico Ministero (la richiesta è firmata dai sostituti procuratori della Repubblica di Palermo Domenico Gozzo, Antonio Ingroia, Mauro Terranova, Lia Sava e Umberto De Giglio; dal procuratore aggiunto Guido Lo Forte e dal procuratore della Repubblica Gian Carlo Caselli n.d.r.), nel procedimento n. 5222/97 R.G.N.R. per l’applicazione della misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di:1. Buffa Michele, nato a Trapani il 9.12.37;2. Chiofalo Giuseppe, nato a Castroreale Terme (Me) il 16.6.50;3. Cirfeta Cosimo, nato a Copertino (Le) il 23.11.65;4. D’Agostino Fabio, nato a Palermo il 29.3.74;5. D’Agostino Rosario, nato a Roncà (Vr) il 6.3.1945;6. Dell’Utri Marcello, nato a Palermo il 11.9.41;7. Di Grusa Enrico, nato a Palermo il 28.12.67;8. Mangano Vittorio, nato a Palermo il 18.8.1940;9. Virga Vincenzo, nato a Erice l’11.9.36;per i reati di: Buffa Michele, Dell’Utri Marcello e Virga VincenzoA) Estorsione tentata ed aggravata in concorso (artt. 56, 110, 629 primo e secondo comma, quest’ultimo in relazione all’articolo 628 comma terzo nr. 1 e 3) per avere il Dell’Utri, nella qualità di Presidente della società "Publitalia ’80", interponendosi tra l’associazione sportiva "Pallacanestro Trapani" (ed in specie il suo Presidente, Senatore Vincenzo Garraffa) e la società "Birra Messina" del gruppo Dreher-Heineken, posto in essere una serie di atti, tutti diretti in modo non equivoco a commettere il delitto di estorsione, non riuscendo a commetterlo per cause indipendenti dalla propria volontà, ed in particolare per avere:- richiesta una somma pari al 50% del contratto di sponsorizzazione intervenuto tra queste due ultime società, e cioè a circa Lire 800.000.000 (800 milioni) - contro una somma ordinariamente dovuta in questi casi pari a circa il 10% dell’importo della sponsorizzazione - ed, al rifiuto del Garraffa e degli organismi dirigenti della associazione sportiva "Pallacanestro Trapani" di rendere tale somma, minacciato in primo luogo Dell’Utri Marcello il Garraffa, pronunziando la frase: "Io le consiglio di ripensarci. Abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione";- successivamente utilizzato il Dell’Utri i suoi duraturi contatti con l’associazione mafiosa denominata "Cosa Nostra", ottenendo che Virga Vincenzo, Rappresentante del Mandamento di Trapani, e Buffa Michele, associato mafioso della Famiglia di Trapani insistessero per ottenere il pagamento dell’intera somma illecitamente richiesta, anche tramite minacce che il Virga ed il Buffa rivolsero al Garraffa, a mezzo di un contatto diretto, nel corso del quale il Virga, esponente di vertice di "Cosa Nostra", chiedeva al Garraffa di "risolvere il problema" per il suo "amico" Marcello Dell’Utri;- costringendo, così, il Garaffa - per il tramite del Virga e del Buffa - a ricercare, anche a mezzo di Valentino Renzi, allora manager sportivo della associazione "Pallacanestro Trapani", ulteriori risorse finanziarie da destinare alle richieste del Dell’Utri, al quale era già stata versata (anche per il tramite del Piovella) la somma di 170 milioni di Lire;- proseguendo nell’opera estorsiva il Dell’Utri intervenendo sugli operatori del mercato delle sponsorizzazioni (ed, in specie sulle possibili aziende sponsorizzatrici) per "convincerle" a non sponsorizzare la società Pallacanestro Trapani per l’annata sportiva 1991-92, così costringendo la detta società (in quell’anno nella massima serie di pallacanestro maschile) a partecipare senza alcuno sponsor al campionato medesimo, e ciò al chiaro fine di costringere il detto Garraffa, e la società Pallacanestro Trapani, a versare le somme illecitamente richieste;Con la consapevolezza che tutto ciò avrebbe portato ad ingiusto profitto del detto Dell’Utri e di soggetti a lui comunque riferibili e/o terzi (in specie appartenenti alla società "Birra Messina");Commesso in Trapani, Palermo e Milano, dal 1990 al 1993D’Agostino Rosario (detto "Saro"), D’Agostino Fabio, Di Grusa Enrico, Mangano Vittorio (in concorso con Dell’Utri Marcello, La Piana Vincenzo, Cucuzza Salvatore e Zerbo Giovanni)B) Partecipazione ad associazione per delinquere diretta al traffico internazionale di sostanze stupefacenti (articolo 74 d.p.r. 9.10.90 nr. 309), per essere associati La Piana Vincenzo, Mangano Vittorio (anche dopo la sua incarcerazione, avvenuta il 4.4.95) e Di Grusa Enrico, in concorso con D’Agostino Saro (che assicurava l’appoggio logistico in Colombia) al fine di organizzare una serie indeterminata di traffici internazionali (Colombia-Italia) di cocaina:a. apprestando i primi tre una parte dei mezzi economici necessari a tal fine (nella specie, per i primi 100 kg di cocaina era previsto il pagamento di 2 miliardi e 500 milioni di Lire, pari a 25 milioni di Lire al kg);b. provvedendo, inoltre, a contattare a Palermo la famiglia mafiosa di "Porta Nuova" - ed, in specie, Cucuzza Salvatore, allora capo-famiglia (direttamente e per il tramite di Zerbo Giovanni) - "famiglia" di cui fa parte anche Mangano Vittorio e cui sono associati anche La Piana Vincenzo e Di Grusa Enrico, ed ottenendo da questi soggetti un "anticipo" sulle prime spese;c. provvedendo, altresì, a contattare a Milano Dell’Utri Marcello (alla presenza degli associati Curro Antonino e Sartori Natale) per il reperimento del 50% della somma come sopra determinata (e, quindi, per reperire la somma di 1 miliardo e 250 milioni di Lire circa);d. nonché concorrendo ad ideare e porre in essere tutte le condizioni necessarie per l’importazione della cocaina dalla Colombia, concorrendo in tali condotte e partecipando alla associazione anche D’Agostino Fabio (figlio di Rosario) e tale "Emanuele", ancora non identificato; non realizzando - almeno sino al 1996 - le importazioni della sostanza stupefacente, unicamente a causa dei ripetuti arresti compiuti dalle forze dell’ordine nei confronti di Mangano Vittorio, Cucuzza Salvatore, Zerbo Giovanni e D’Agostino Saro, quest’ultimo arrestato all’aeroporto di Fiumicino proprio mentre trasportava un ingente quantitativo di cocaina dalla Colombia in Italia. Commesso in Palermo, Milano ed in Caracas, oltre che in altre località del territorio nazionale ed estero, dall’ottobre del 1995 sino a tutto il 1996Chiofalo Giuseppe, Cirfeta Cosimo, Dell’Utri MarcelloC) Calunnia aggravata in concorso (reato p. e p. dagli artt. 110, 61 n. 2, 81 n. 2, 368 c.p. e 7 d.l. n. 152/91), perché, in concorso fra loro, al fine di agevolare l’associazione di tipo mafioso denominata Cosa Nostra (in particolare, contribuendo a screditare e delegittimare alcuni importanti collaboratori di giustizia dissociatisi da Cosa Nostra), ed i primi due anche al fine di assicurare l’impunità a Dell’Utri Marcello, imputato davanti al Tribunale di Palermo per il reato di cui agli artt. 110 e 416 bis c.p., incolpavano - pur sapendoli innocenti - del delitto di calunnia aggravata in concorso i collaboratori di giustizia Di Carlo Francesco, Guglielmini Giuseppe e Onorato Francesco, agendo in concorso con altri, e con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, in particolare accusandoli falsamente di essersi inventati false accuse nei confronti del predetto Dell’Utri Marcello ed altri concernenti presunte collusioni di questi ultimi con Cosa Nostra, nonché di avere proposto al Cirfeta Cosimo di inventarsi false accuse di analogo contenuto al fine di confermare le loro dichiarazioni, commettendo tale reato il Cirfeta nell’inoltrare a varie Autorità numerose missive contenenti le predette accuse, che poi confermava in dichiarazioni rese a personale della polizia penitenziaria e Chiofalo Giuseppe e Dell’Utri Marcello nell’istigare il Cirfeta alla commissione di detto reato e nel rafforzarlo nel suo proposito criminoso anche tentando - unicamente al Cirfeta - di convincere altri collaboratori a confermarne le accuse.Commesso in Paliano, Palermo ed altre località del territorio nazionale il 27 luglio 1997, ed in data anteriore e successiva.OSSERVAPrima di entrare nel merito della richiesta è necessario fare una breve premessa storica poiché, come appreso, si vedrà, le relative costituiscono il quadro di fondo in cui si iscrivono i fatti oggetto dell’odierno procedimento cosicché esse andranno tenute ben presenti all’atto della valutazione della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, che il Pubblico Ministero ha posto a fondamento della sua richiesta.La premessa è, altresì, necessaria perché l’episodio criminoso di cui alla lett. C) dell’epigrafe, per il quale il Pubblico Ministero ha richiesto l’emissione del provvedimento cautelare nei confronti del Dell’Utri, del Cirfeta e del Chiofalo, è connesso teleologicamente al delitto di concorso in associazione mafiosa, reato permanente, per il quale il primo è imputato davanti al Tribunale di Palermo, essendo stato commesso, in primo luogo, al fine di procurare al Dell’Utri l’impunità, attraverso l’inquinamento della genuinità delle fonti di prova ed in secondo luogo, al fine di agevolare l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra ed è proprio in forza di tale connessione che le indagini sono state condotte dalla Procura Distrettuale Antimafia di Palermo, alla quale le iniziali missive di contenuto calunnioso, risultano essere state trasmesse dalle altre Autorità Giudiziarie alle quali erano state indirizzate.Nel nostro ordinamento, peraltro, la connessione si atteggia come criterio originario ed autonomo di attribuzione della competenza, la cui operatività presuppone soltanto che il procedimento per il reato più grave, cui quello per cui si procede è connesso, non sia stato ancora definito con sentenza passata in giudicato cosicché sia ancora possibile ipotizzarne la riunione: "Il criterio originale ed autonomo di attribuzione della competenza, costituito dalla connessione tra reati, opera indipendentemente dalla pendenza dei relativi procedimenti nello stesso stato e grado ma non può trovare applicazione allorquando il procedimento per il reato più grave, che esercita la vis attractiva, sia stato definito con sentenza passata in giudicato" (Cass. Sez. I, 12/6/1997).Ora, nel caso in esame, seppure al momento i due procedimenti si trovano in fasi diverse, non solo non è possibile escludere una loro successiva riunione ma, al contrario, proprio per le ineludibili ragioni di connessione, tale riunione può invece essere fondatamente prevista e deve, pertanto, ritenersi correttamente individuata, la competenza di questo Giudice ad emettere, ove ritenuti sussistenti i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari, la richiesta ordinanza.PREMESSAIn data 22 ottobre 1996, a seguito di lunghe e complesse indagini, concernenti la nota associazione mafiosa chiamata "Cosa Nostra" ed in particolare l’evoluzione delle sue ramificazioni all’interno della società civile ed i suoi collegamenti con esponenti del mondo imprenditoriale, politico e delle istituzioni, la Procura della Repubblica di Palermo, Direzione Distrettuale Antimafia, chiedeva che fosse emesso nei confronti di Dell’Utri Marcello, già presidente della società Publitalia 80 ed attuale deputato del Parlamento Italiano, decreto di rinvio a giudizio, per rispondere del delitto di concorso esterno in associazione mafiosa.Le imputazioni formulate dal Pubblico Ministero erano le seguenti:A. del delitto di cui agli artt. 110 e 416 commi 1, 4 e 5 C.P., per avere concorso nelle attività della associazione di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra", nonché nel perseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione della medesima associazione l’influenza ed il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario ed imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività, partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento ed alla espansione della associazione medesima.E così ad esempio:1. partecipando personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali agli interessi della organizzazione; 2. intrattenendo, inoltre, rapporti continuativi con l’associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo di detto sodalizio criminale, tra i quali Bontate Stefano, Teresi Girolamo, Pullarà Ignazio, Pullarà Giovanbattista, Mangano Vittorio, Cinà Gaetano, Di Napoli Giuseppe, Di Napoli Pietro, Ganci Raffaele, Riina Salvatore;3. provvedendo a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione;4. ponendo a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano.Così rafforzando la potenzialità criminale dell’organizzazione in quanto, tra l’altro, determinava nei capi di Cosa Nostra ed in altri suoi aderenti la consapevolezza della disponibilità di esso Dell’Utri a porre in essere (in varie forme e modi, anche mediati) condotte volte a influenzare - a vantaggio della associazione per delinquere - individui operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario;Con l’aggravante di cui all’articolo 416 comma quarto c.p., trattandosi di associazione armata;Con l’aggravante di cui all’articolo 416 comma quinto c.p., essendo il numero degli associati superiore a 10.Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione centro operativo della associazione per delinquere denominata Cosa Nostra), Milano ed altre località da epoca imprecisata sino al 28.9.1982B. del delitto di cui agli artt. 110 e 416 bis commi 1, 4 e 6 C.P., per avere concorso nelle attività della associazione di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra", nonché al perseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione della medesima associazione l’influenza ed il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario ed imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività, partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento ed alla espansione della associazione medesima.E così ad esempio:1. partecipando personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali agli interessi della organizzazione; 2. intrattenendo, inoltre, rapporti continuativi con l’associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo di detto sodalizio criminale, tra i quali Pullarà Ignazio, Pullarà Giovanbattista, Di Napoli Giuseppe, Di Napoli Pietro, Ganci Raffaele, Riina Salvatore, Graviano Giuseppe;3. provvedendo a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione:4. ponendo a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano.Così rafforzando la potenzialità criminale dell’organizzazione in quanto, tra l’altro, determinava nei capi di Cosa Nostra ed in altri suoi aderenti la consapevolezza della disponibilità di esso Dell’Utri a porre in essere (in varie forme e modi, anche mediati) condotte volte a influenzare - a vantaggio della associazione per delinquere - individui operanti nel mondo istituzionale imprenditoriale e finanziario;Con le aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell’art. 416 bis c.p., trattandosi di associazione armata e finalizzata ad assumere il controllo di attività economiche finanziate, in tutto o in parte, con il prezzo, il prodotto o il profitto di delitti.Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo della associazione per delinquere denominata Cosa Nostra), Milano ed altre località dal 28.9.1982 ad oggiRimandando a quanto più estesamente esposto nella memoria (allegata in atti), depositata dal Pubblico Ministero in occasione di quella udienza preliminare, è in questa sede sufficiente ricordare come dal ponderoso materiale investigativo raccolto dall’accusa - dichiarazioni rese da numerosissimi collaboratori di giustizia, che già in altre sedi avevano dimostrato la loro attendibilità, contribuendo a fare luce su varie e efferate imprese criminali decise e portate a termine dagli uomini di Cosa Nostra, dichiarazioni di persone informate sui fatti, intercettazioni telefoniche, informative di Polizia Giudiziaria, documenti sequestrati dalla stessa Polizia - fosse emerso, a carico del Dell’Utri, un complesso quadro indiziario, che ne delineava duraturi collegamenti, risalenti agli anni ’60, con l’associazione mafiosa "Cosa Nostra", perpetuatisi e consolidatisi, in un più generale quadro di reciproci interessi e scambio di favori, contestualmente alla crescita ed all’affermazione del Dell’Utri, quale esponente del mondo imprenditoriale e finanziario milanese, prima, e quale esponente del mondo politico, dopo.Dell’Utri Marcello, in data 19 maggio 1997, veniva, pertanto, rinviato a giudizio per rispondere di tutti i delitti al medesimo ascritti e con lui veniva rinviato a giudizio anche Cinà Gaetano, "uomo d’onore" della famiglia mafiosa di Malaspina, a carico del quale, nell’ambito del procedimento a suo carico, successivamente riunito a quello concernente il Dell’Utri, era emerso un rilevante compendio indiziario, dal quale poteva evincersi il suo ruolo di tramite privilegiato, in forza di antichi e mai interrotti rapporti di frequentazione ed amicizia, tra lo stesso Dell’Utri ed il vertice dell’organizzazione mafiosa.Il processo in questione è tutt’ora in trattazione davanti al Tribunale Penale di Palermo.

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    Dell'Utri (sembra) ha chiesto che la legge "a misura" che cancellava le prove delle sue malefatte non venga applicata.

    Oh! Con tutti i "danè" che buttano in avvocati-deputati....

 

 

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