IL TRICOLORE RISCOPERTO UN MESE FA
di GIANO ACCAME
CI SONO date, luoghi, nomi, eventi destinati a restare nella storia. E a incidervi. A un mese dall'attentato che ha colpito a morte 19 italiani a Nassiriya appare rafforzata l'impressione che l'avvenimento, per la straordinaria ampiezza di sentimenti nazionali e popolari che è riuscito a suscitare, possa veramente assumere il valore emblematico e epocale d'una svolta nella storia d'Italia. In un Paese ancor traumatizzato, a sessant'anni di distanza, dagli squagliamenti dell'8 settembre 1943, data di morte presunta della Patria, è stata anzitutto esemplare dopo Nassiriya la dignità delle famiglie, dei feriti decisi a tornare "al lavoro" il più presto possibile, dei compagni rimasti. Ha impressionato la partecipazione corale di quasi tutti gli italiani ai funerali. Lungo il percorso, dall'Altare della Patria alla cattedrale di S. Paolo, si possono vedere ancora esposti i tricolori e la grande iscrizione che campeggia in cima al palazzo della Regione. Il popolo italiano aveva ritrovato la passione della sua bandiera coi mondiali di calcio del 1982, ma solo il mese scorso dopo tanto tempo ha osato nuovamente esporla per motivi d'orgoglio e onore militare. Di speciale importanza è stata la natura trasversale, al di là della destra e della sinistra (e ovviamente anche del centro), nell'abbraccio del popolo ai caduti. In un periodo in cui l'opposizione sta interpretando i suoi compiti in forme particolarmente astiose, l'intesa unitaria sui caduti, pur nei dissensi sulla discutibile missione in Iraq decisa dal governo, è stata consolante. E sotto certi aspetti insidiosa per la destra, giacché così il patriottismo non è più un tratto caratteristico di parte, ma diviene appunto un sentimento trasversale, condiviso, con possibili conseguenze elettorali. Occorre star più attenti a non provocare malumori, che troverebbero con minor difficoltà d'un tempo altre vie di sfogo.
La lezione esemplare dei caduti a Nassiriya asseconda inoltre il non facile tentativo di negare che, come italiani, siamo in decadenza. Vi si è cimentato con generosi voli retorici il Presidente Carlo Azeglio Ciampi. Ed è evidente che ad incoraggiarlo contribuiscano i recenti episodi di valore militare, anziché la situazione deficitaria del nostro andamento demografico o quella sul versante delle esportazioni. L'eroismo dei soldati bilancia e ricupera la diminuita spinta dell'iniziativa privata, il cui senso d'avventura sembra oggi più attratto dagli imbrogli finanziari, che non da innovazioni vincenti nelle imprese produttive. Vale ancora sulla scala dei valori autentici (e non solo monetari) il primato dello spirito sulla materia, del sangue contro l'oro.
Tuttavia persino sul piano volgarotto degli affari l'ottima tenuta dei nostri militari e delle nostre crocerossine, che non sono scappate, mentre hanno tagliato la corda quelle d'altri paesi, potrebbe addirittura rendere. George W. Bush ha infatti ancora l'altro giorno ribadito che chi non si è impegnato al fianco degli americani nell'esportazione armata delle libertà democratiche in Iraq, resterà tagliato fuori dai ghiotti contratti per la ricostruzione. Qualche nostra impresa potrà sedersi a tavola, lasciando a bocca asciutta tedeschi, francesi, russi, cinesi. Altro che libero mercato: verso i soci europei la prospettiva, di sapore neocolonialista, è poco elegante. Ma, oltre che affari, qui si prospettano posti di lavoro per quel tipo umano d'italiano, ora in disuso, che Primo Levi descrisse in un bel libro su "La chiave a stella". La sapevano maneggiare bene tecnici e operai specializzati nel montare all'estero, in aree disagiate, gigantesche gru, ponti sospesi, impianti petroliferi, lontani eredi dei romani costruttori di strade, che con Enrico Mattei fecero dell'Eni la più potente multinazionale italiana in gara con le sette sorelle angloamericane del petrolio. Erano ragazzi preparati, coraggiosi, portatori di progresso, capaci d'amicizia con tutte le razze, le ragazze, i popoli del mondo, assolutamente simili ai nostri soldati, che lontani da casa rischiano la vita al servizio della pace, della ricostruzione e con essa delle imprese su cui grava il compito, lautamente compensato, di farci riapparire meno decadenti nel principale tra i campi su cui gareggiano i popoli avanzati. Avanguardie armate nei primati dell'espansionismo produttivo e del lavoro.
venerdì 12 dicembre 2003




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