Casetta di sicurezza
di Sebastiano Gulisano
«Stanno totalmente snaturando lo spirito della legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie». Giuseppe Di Lello, già magistrato del pool antimafia di Falcone e Borsellino, eurodeputato di Rifondazione comunista, è il “padre” di quella normativa. è stato lui nel 1994 a presentare alla Camera il testo che, approvato dal parlamento nel 1996, ha consentito di trasformare in scuola la villa di Totò Riina a Corleone, o in caserma della guardia di finanza l’appartamento di un camorrista a Scafati, o, ancora, di destinare a “Casa del jazz” la villa romana di Enrico Nicoletti, il riciclatore dei denari della banda della Magliana.
Ma accanto ai tantissimi esempi di uso sociale dei beni immobili confiscati alle cosche ce ne stanno altri che, come dice Di Lello, fanno pensare a uno snaturamento dello spirito della legge. A Palermo come a Roma, a Napoli come a Venezia.
Il caso più clamoroso è quello che vede protagonista Claudio Scajola, ministro per l’Attuazione del programma del governo Berlusconi. Scajola da quasi un anno abita in un lussuoso appartamento di 330 metri quadri, nel quartiere Parioli a Roma, sequestrato nel 1994 a Francesco Rea, un imprenditore di Giugliano (Napoli) legato ai clan camorristi dei Bardellino e degli Schiavone. L’agenzia del Demanio, che gestisce i beni confiscati, nel 2001 ha assegnato l’appartamento (che si trova in via Bruxelles) al dipartimento di Pubblica sicurezza «per finalità di ordine pubblico», prescrivendo che sia utilizzato «in modo rigorosamente transitorio, a favore di personalità istituzionali in relazione all’incarico rivestito». E qui casca l’asino: quando, nell’autunno del 2001, Scajola si trasferisce in via Bruxelles non ricopriva incarichi istituzionali, era coordinatore di Forza Italia. Aveva dovuto dimettersi da ministro dell’Interno il 3 luglio del 2002 per avere dato del «rompicoglioni» a Marco Biagi, il consulente del ministro Maroni ucciso a Bologna dalle Br; il Viminale, oltre ad avergli lasciato la scorta, lo ha sistemato nell’appartamento ai Parioli. Per assicurargli «condizioni di sicurezza anche sotto il profilo abitativo», spiegano.
«Come si fa a sostenere che a un ex ministro dell’Interno è stato assegnato un appartamento ai Parioli per fini di sicurezza?», chiede un esterrefatto Di Lello. E aggiunge: «Avrei capito se fosse stato in una struttura dove alloggiano solo poliziotti e carabinieri, ma così ci troviamo di fronte a un puro e semplice provvedimento di favore», conclude. «Fatta salva la verifica della notizia», mette le mani avanti Giovanni Colussi, esponente di Libera, l’associazione che nel ’94 ha raccolto un milione di firme a sostegno del disegno di legge di Di Lello, «si tratta - precisa Colussi - di una cosa sbagliata sotto tutti i punti di vista, che non c’entra con la lotta alla mafia e che contiene un doppio valore negativo: uno, perché non gli spetta; due, perché fa pensare che i beni confiscati vengono utilizzati per creare privilegi». Ed è un privilegio non da poco per un dirigente di partito, quale era Scajola al tempo dell’assegnazione, abitare gratuitamente in un appartamento ai Parioli con un salone con camino angolare, quattro stanze da letto, quattro bagni, una megacucina, due terrazzi, più box e cantina; il Demanio nel 2000 ha stimato l’immobile per un valore di due miliardi e cento milioni di lire.
I senzatetto di Palermo
Il privilegio fa capolino anche a Palermo, capitale dei beni confiscati alle cosche, dove Giuseppe Apprendi (Ds), vicepresidente vicario del consiglio comunale, denuncia due casi anomali. Il primo, un terreno all’Addaura confiscato all’imprenditore mafioso Giovanni Ienna e affittato, dall’amministratore giudiziario, all’esclusivo circolo nautico Telimar che lo utilizza come parcheggio per i soci; il secondo, a Carini, dove l’amministrazione comunale ha assegnato al circolo nautico Pantarei una villa confiscata ai boss e l’accesso è consentito solo ai soci, che pagano, ovviamente. «Nel caso del Telimar - chiarisce Apprendi - siamo di fronte all’utilizzo per fini privati di un bene tolto ai mafiosi, mentre si potrebbe fare un parcheggio pubblico. A Carini, invece, ci fanno i festini. Niente da dire, ma l’obiettivo della legge non è questo. Ed è sbagliato anche sul piano etico. Altra cosa è realizzare un centro per anziani, un centro balneare per bambini o un solarium attrezzato fruibile a tutti», conclude Apprendi.
«Vicende come queste non creano certo fiducia nelle istituzioni - sottolinea Giovanni Abbagnato, responsabile palermitano di Libera per i beni confiscati - specie se pensiamo alle lotte di circa 120 famiglie senza casa. A Palermo sono tantissimi gli appartamenti confiscati ai boss e inutilizzati, di cui non riusciamo ad avere un elenco, e che potrebbero servire come segnale di forte valenza sociale. Parliamo di famiglie di una certa provenienza sociale». Molte di queste famiglie, nell’estate del 2002, hanno occupato la Cattedrale per sottolineare la situazione emergenziale in cui vivono. Da quella battaglia è nato il Comitato 12 luglio (la data in cui sono usciti dal Duomo), del quale fanno parte 40 famiglie «che lottano con la consapevolezza di avere intrapreso una battaglia democratica - sottolinea Abbagnato - e di non piegarsi alla cultura del favore. Assegnargli una casa, di cui hanno diritto - sottolinea l’esponente di Libera - vuol dire portare l’antimafia in ceti popolari estranei a questa cultura, anzi, spesso intrisi di cultura mafiosa».
L’“ecomostro” sul promontorio
Un altro caso controverso, in fatto di beni confiscati, lo troviamo a S. Marco di Castellabate (Salerno), in pieno Parco del Cilento, su un promontorio a picco sul mare dove si trova il complesso turistico alberghiero Castelsandra, costruito abusivamente dall’imprenditore Domenico Romano, legato al clan camorrista Nuvoletta di Marano. Una storia lunga e tormentata che si trascina da una ventina d’anni e che vede contrapposti Comune e Regione da una parte, Parco, Commissario straordinario per i beni confiscati e associazioni ambientaliste dall’altra. I primi vorrebbero utilizzare a fini turistici una parte delle strutture, realizzate da una società belga nel 1964 e poi cedute a Romano. All’epoca, il Comune, sebbene l’area fosse demaniale e vincolata, concesse la licenza edilizia ai belgi: un atto chiaramente illegittimo, ma che Comune e Regione ritengono regolare. Castelsandra, uno degli “ecomostri” censiti da Legambiente, tra l’altro, detiene una specie di record nazionale: il 9 settembre 1984 l’allora sottosegretario a Beni ambientali Giuseppe Galasso firmò un decreto senza precedenti, che bloccava i lavori per tutelare il paesaggio.
«Castelsandra va demolito. Perché - sottolinea Enrico Fontana, segretario nazionale di Legambiente - oltre a essere completamente abusivo, si trova in “zona 1” del Parco del Cilento e, com’è stato dimostrato giudiziariamente, è frutto del riciclaggio di capitali da parte del clan Nuvoletta. C’è bisogno di un gesto di grande nettezza, contro le voglie condonistiche: non possono esserci sanatorie per gli abusivi “di grido” e demolizioni per gli anonimi; non demolirlo sarebbe una sorta di viatico per altri “ecomostri” come il Fuenti o le costruzioni abusive nella Valle dei Templi di Agrigento. E poi - conclude l’esponente di Legambiente - il Parco può essere uno straordinario strumento di sviluppo e di occupazione». La Regione Campania ha stabilito, invece, che sarà un concorso di idee a decidere il futuro del villaggio che per Galasso era «un attentato all’ambiente e al paesaggio» e che per Fontana è «un pugno in un occhio».
La palazzina agli handicappati
Ma non sempre i beni confiscati ai clan mafiosi vengono utilizzati in maniera impropria o controversa. Anzi, nella maggior parte dei casi lo spirito della legge viene rispettato. In molti comuni “di frontiera” si è trovata una sede ai carabinieri, ai finanzieri o alla polizia. A Lamezia Terme, una palazzina confiscata al clan Torcasio (decimato da una guerra di ’ndragneta tutt’ora in corso), affidata all’associazione Progetto Sud, ospita un centro di ascolto per portatori di handicap. Don Giacomo Panizza, presidente dell’associazione ed esponente della Caritas, è sotto scorta dal giorno in cui il Comune gli ha assegnato la struttura: i Torcasio non hanno gradito, riportano le cronache di un anno fa. Specie dopo che i vigili urbani di Lamezia avevano rifiutato di trasferirsi in quella palazzina. La struttura, di tre piani, non è ancora tutta funzionante: «Al primo piano - racconta Emma Leone, tra i fondatori dell’associazione, nel 1974 - c’è la sede della Federazione italiana per il superamento dell’handicap, al secondo piano stiamo realizzando una casa famiglia per disabili, non ancora pronta (molti artigiani contattati hanno rifiutato l’incarico, ndr), mentre al terzo è prevista la creazione di un centro di documentazione collegato con l’università, ché i giovani qui non hanno niente del genere».
Multati per antimafia
Grottesco, infine, ciò che è accaduto a una cooperativa sociale palermitana che produce uva e vino in un terreno confiscato a Riina. Il ministero dell’Ambiente l’ha multata di millequarantaquattro euro e tre centesimi per avere scritto sull’etichetta delle bottiglie di vino: «Dalle terre siciliane recuperate alla legalità dello Stato». Dovevano chiedere l’autorizzazione al ministro, per potere imprimere quella scritta. «Legalità, appunto. E lo Stato, riconoscente, li ha ricompensati - è il commento sarcastico di Claudio Fava, europarlamentare Ds - offrendo la sua lezioncina di saggezza: sulla mafia, ragazzi, fatevi i cazzi vostri».
Così, mentre c’è chi è multato per eccesso d’antimafia, a Scajola viene assegnato un mega appartamento che non gli spetta. Meno fortunato del ministro forzista è, invece, il comandante della guardia di finanza di Mirano (Venezia), al quale il Demanio, malgrado il parere contrario del prefetto, ha assegnato una villetta di otto vani e mezzo nel vicino comune di Salzano. L’edificio è stato confiscato all’imprenditore Oscar Trevisan Giallombardo, accusato di usura e traffico di droga in una delle inchieste sul clan Maniero. Il colonnello delle fiamme gialle, però, non riesce a prendere possesso dell’abitazione: Trevisan e famiglia ci vivono ancora e, malgrado, un’ingiunzione di sfratto non intendono mollare.




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