...defilato di Bruxelles
“Siamo nella palude totale”
Roma. L’esultanza iniziale da tempo si era fatta prima perplessità, poi titubanza. Ieri, si è avvicinata pericolosamente all’irritazione. Romano Prodi, detto “il defilato di Bruxelles”, comincia a pesare sulle spalle dei suoi stessi sostenitori. “Ma come –s’infervorava ieri un dirigente dei Ds – noi ci mettiamo in gioco pure come partito, facciamo tutto per accogliere la tua proposta, e tu al primo casino te ne stai zitto, non prendi posizione, come se non ti riguardasse?”.
Già l’altro giorno, nella riunione di segreteria del partito, Piero Fassino aveva richiesto l’intervento di Prodi, “si assuma una responsabilità diretta”, e quello niente. E se la maggioranza diessina mugugna a bassa voce, se quelli della Margherita tacciono, preferendo lasciare il cerino in mano agli alleati diessini, se i socialisti dello Sdi quello che dovevano dire l’hanno già detto, a parlar chiaro sono per ora gli avversari del progetto della lista unitaria.
A cominciare da Antonio Di Pietro. Oggi l’ex pm, insieme ad Achille Occhetto, radunerà i suoi. Ma intanto ha detto (e per la prima volta un capo del centrosinistra lo dice apertamente) quello che nel triciclo si mormora, e cioè che il suo atteggiamento rinunciatario rispetto alla crisi che sta squassando il suo progetto
“non fa onore al ruolo di leader della coalizione che gli è stato
attribuito”.
E Occhetto ha fatto eco, spiegando che “è del tutto lecito
attendersi una parola chiara e definitiva” da parte del Professore, “altrimenti il caos e la confusione sono destinati a continuare e io di questo caos e questa confusione sono profondamente preoccupato”.
Una volta tanto, pure i Fassino e i D’Alema si ritrovano nello stato d’animo – seppure con tutt’altre speranze politiche – del loro antico predecessore.
E non è certo un caso che Fassino sia andato di persona a trovare Occhetto “nella mia stanzetta di esilio”, dove insieme hanno ragionato sulla “confusione profonda” nella quale è precipitato il progetto della lista unitaria.
Le parole sono da giorni sempre quelle: caos, confusione, paralisi se si vuole essere ottimisti. “Siamo nella palude totale”, confidavano ieri a via Nazionale.
E la mossa che ognuno ha in testa, quasi obbligatoriamente, è solo una: stanare Prodi. Costringerlo finalmente a dire sì o un no a Di Pietro e a rispondere con un sì o no chiaro sulla candidatura per le europee. I Ds sono rimasti particolarmente irritati dall’ultima uscita del Professore, cha faceva intedere di essere pronto a scendere in campo alle elezioni di maggio. Fassino non fa neanche in tempo a complimentarsi, che ecco la doccia fredda, con una nota da Bruxelles: “Il presidente intende restare in commissione fino alla fine del suo mandato”. Ventiquattr’ore dopo, il leader diessino non aveva ancora smaltito l’irritazione per quella che viene definita, con affaticata ironia, “l’ennesima bolla imperiale”.
Oggi l’assemblea del duo Di Pietro-Occhetto
I Ds vorrebbero da Prodi un pronunciamento chiaro, del genere: sono pronto a guidare una lista aperta, così da risolvere il contenzioso con Di Pietro e da costringere lo Sdi ad accettarlo. Ma il Professore non si fa scappare un sospiro, la Margherita lacerata al suo interno fa lo stesso, e Fassino si ritrova a fare il mediatore sul nulla e sui silenzi.
Mentre intorno tutto frana, e diversi parlamentari diessini in questi giorni, a Montecitorio, cavillavano intorno al modo più indolore per tornare indietro rispetto alla triplice assemblea (Ds, Sdi e Margherita), dove poche settimane fa i partiti si sono immolati al progetto prodiano di lista unitaria. “E quello sempre zitto, non fiata…”.
Così, in questa situazione, è diventata centrale l’iniziativa di Di Pietro e di Occhetto, da tutti inizialmente presa sottogamba. Vero è che alcune voci dicono che forse lo stesso capo dell’Italia dei Valori non sia del tutto convinto del triciclo alternativo (lui, Occhetto e i movimenti) contro quello ufficiale in salsa (semi) prodiana.
Ma intanto ha capito di avere il coltello dalla parte del manico. Quindi preme ma non rompe, assedia ma non assalta, e l’iniziativa di oggi servirà ad “avviare una discussione sul da farsi”, pur chiedendo “un giorno, un’ora, un minuto” in cui dire una parola definitiva sulla faccenda. Si mormora di “un messaggio, un’iniziativa, un documento” di Prodi tra Natale e Capodanno.
Ma anche i diessini ormai alzano le spalle:
“Va a finire come al solito, non farà capire niente con la scusa di volare alto. Come fa con le sue telefonate agli esponenti dell’Ulivo: tutti rassicura, e a tutti nulla dice”.
Prodi non è un leader, dicono gli inglesi.
Prodi non ha un partito suo. Voltandosi dietro non trova nessuno, se non segretari e portaborse.
E l'Ulivo forse si sta accorgeno che viene trattato dall'ex Presidente dell'Iri proprio come un grossi ente parastatale.
I segretari dei tanti partiti che formano l'Ulivo paiono i consiglieri d'amministrazione della grande Iri, Istituto Ricostruzione Industriale fondata da Mussolini.
Si agitano e si fanno ripicche aspettando il Prersidente dell'Ente.
Tra loro siede pure D'Alema, che aspetta il momento di sferrare il definitivo calcione nel sedere.
Come appunto ci si comporta con un presidente d'amministrazione impudente e inefficiente.
saluti




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