di RAMZY BAROUD





"Naturalmente [gli arabi] vogliono la libertà",
ha scritto nel Daily Star libanese Patrick
Seale, un esperto analista delle questioni
mediorientali, in risposta all'appello di
Bush per la democrazia, "ma la libertà
principale che essi cercano e' la libertà
dagli Stati Uniti".


Come segno di buona volontà, partiremo dal presupposto che l'ardente appello di George Bush per la democrazia nel mondo arabo non sia presagio di elezioni determinate da un tribunale politicamente motivato, come quelle da lui vinte. Né dichiareremo che il presidente ha in mente una democrazia razziale/religiosa perseguita attraverso esclusivismo ed atti abituali di pulizia etnica - mediante cui realizzare la composizione demografica di un paese - come nel caso di "Israele".
Ma la sola buona volontà non e' sufficiente a prepararsi ai paradossi che il fervente appello presidenziale alla democrazia infonde in maniera così desolante.

In due discorsi separati - uno a Washington, il 6 novembre, l'altro a Londra, il 19 novembre - Bush ha dichiarato che la democratizzazione del mondo arabo e' una sua personale crociata. Vi e' "mancanza di libertà" negli stati arabi, ha ammonito, e ciò "ha conseguenze terribili per i popoli del medio Oriente e del mondo". A Londra ha dichiarato: "Stiamo perseguendo un differente corso, una strategia verso la libertà del Medio Oriente. Sfideremo costantemente i nemici della riforma e confronteremo gli alleati dei terroristi".

Bush ha apertamente richiamato l'eredità dei paesi occidentali, quando ha dichiarato: "Non possiamo fingere che l'oppressione non esista solo perché essa non e' nel nostro cortile. Né dovremmo più pensare che la tirannia e' benigna solo perché e' temporaneamente conveniente. La tirannia non e' mai benigna con le sue vittime, e le nostre grandi democrazie dovrebbero opporsi alla tirannia dovunque essa sia".

Nonostante la sua forza distintiva, comunque, la "strategia libertaria" del presidente e', nel migliore dei casi, una interpretazione sconsiderata delle cause reali del malessere del mondo arabo e, nel peggiore dei casi, un'altra sciarada che mira a deviare l'attenzione da un'occupazione dell'Iraq che e' moralmente inaccettabile e finanziariamente insostenibile.


Dopo il fallimento nel reperire le presunte armi di distruzione di massa irachene e l'incapacità nel giustificare l'alto tributo in vite umane tra i militari americani nell'Iraq "liberato", l'insincero appello per una maggiore democrazia in Medio Oriente e' una delle poche manovre diversive ancora accessibili all' amministrazione. In un periodo in cui la distrazione era l'imperativo, l'amministrazione Bush privò la sofferente economia USA di 87 miliardi di dollari, firmando un progetto di legge per finanziare la pasticciata guerra in Iraq, e, meno visibilmente ma incontestabilmente spaventoso, l'illusoria guerra in Afghanistan.

Naturalmente, questa considerazione non dovrebbe rendere irrilevante, né privare di validità, la richiesta di democrazia e di trasformazione nel mondo arabo. Nonostante piccoli ritocchi cosmetici, molti stati arabi stanno scivolando sempre più nella palude politica, nella repressione e nella tirannia. Rinvigoriti e convalidati dalla "guerra al terrorismo" americana, alcuni regimi arabi hanno usato l'11 settembre come un invito alla coercizione, più che all'auto-esame. Gli strumenti appena autorizzati della lotta al terrorismo "hanno dato alle autorità di alcuni paesi arabi un'altra scusa per emanare nuove leggi che limitano le libertà civili e politiche", ha spiegato un Rapporto sullo Sviluppo Umano delle Nazioni Unite, emanato nell' ottobre del 2003.

Ma la scoraggiante realtà del mondo arabo sembra servire solo come ulteriore giustificazione - dal punto di vista di Bush, ovviamente - dell'intervento militare e del dominio politico ed economico, più che come irresistibile incentivo per una trasformazione genuina senza interventi esterni.
Considerando quanto poco ascendente tali tentativi abbiano sulla piazza araba, la retorica di Bush sembra essere articolata per uso e consumo di europei ed americani. Per i popoli arabi, le cui aspirazioni sono spesso soffocate dai regimi arabi e dai loro benefattori occidentali, la spiazzante disonestà dell'amministrazione non e' affatto nascosta.

Mentre molta gente, al di fuori del mondo arabo, si sentì sollevata dalla riflessiva dichiarazione di Bush dello scorso aprile, secondo cui la "forma e la leadership" del previsto governo iracheno "dovranno sceglierli gli iracheni stessi", i media arabi pubblicarono simultaneamente una contrastante asserzione fatta dal ministro della Difesa USA, Donald Rumsfeld: gli iracheni sono liberi di scegliersi il governo, purché non sia "di stile iraniano"; questo "non accadrà".

Ma la memoria araba collettiva, la cui sfiducia in Bush e nei suoi alleati, difficilmente può essere riequilibrata da una serie di parole, identifica la sofferenza loro inflitta dai loro leaders autocrati con il frammento di una lunga, scoraggiante oppressione orchestrata dai vecchi e nuovi imperialisti, di cui gli USA sono gli ultimi arrivati.
I media americani hanno parlato della nuova visione di Bush sulla democrazia mediorientale come di una rivelazione senza uguali, mentre, in realtà, Bush resta avvinghiato agli stessi errori storici commessi dalle passate amministrazioni e dai loro circoli intellettuali. Fare di Damasco e Teheran il punto focale della sua discussione, contribuisce solo a mettere in evidenza ancora di più la fraudolenza del male impostato discorso sulla "strategia libertaria"; la storia ricorda molti avvenimenti che Bush, convenientemente, ha dimenticato, come ad esempio il ruolo diretto svolto dalla CIA nel rovesciamento di due promettenti esperienze democratiche, quella parlamentare in Siria, nel 1949, e l'eliminazione del primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq, democraticamente eletto, nel 1953.
"Ehi, americani, il vostro governo vende ad Israele le armi che uccidono i nostri figli" *- Egitto


Ciò che alcuni hanno dunque volutamente descritto come "il tono rivoluzionario dell'ultima visione di Bush", non e', in realtà, che una nuova distorsione. "Sessant'anni, in cui le nazioni occidentali non hanno fatto altro che venire incontro alla mancanza di libertà in Medio Oriente, non ci rende sicuri, poiché, a lungo termine, la stabilità non può essere raggiunta a spese della libertà", ha detto Bush nel discorso di Washington. Camuffata dalla dichiarazione del presidente vi era l'evasione intenzionale dalla verità storica, secondo la quale gli schemi egoistici delle "nazioni occidentali" sono stati la causa fondamentale dello sfigurato assetto geo-politico del Medio Oriente. Il giornalista britannico Robert Fisk ha dolorosamente riconosciuto: "Noi abbiamo inventato questo luogo [il Medio Oriente], ne abbiamo tracciato i confini artificiali ed abbiamo svezzato i suoi grotteschi dittatori. E ci aspettiamo che i popoli arabi credano alle promesse di Bush?"

Divorato dalla necessità di convincere gli americani a pagare l'alto prezzo dell'irresponsabilità politica della loro amministrazione e di recitare il ruolo di liberatore dei popoli arabi dai loro minacciosi governanti - creati e sostenuti anche dagli USA - Bush sta ostacolando le possibilità di una fiducia autentica verso una democrazia rappresentativa ed istituzionalizzata in Medio Oriente. Le sue parole generano repulsione più che ispirare volontà di riforme, ci mette sotto il naso i valori del caos, più che la virtù di un cambiamento pacifico ma risoluto. Citando l'occidente ed i suoi schemi imperialisti, acclamando "Israele" la sua imbarazzante democrazia, giustificando la mancanza di dedizione del suo governo verso la pace e la giustizia in Medio Oriente, l'appello di Bush alla democrazia resta una cortina fumogena, il cui obiettivo finale e' il consolidamento della stessa dottrina neo-conservatrice, nociva e auto-assolutoria, tesa al dominio con i mezzi dell'inganno e dei pretesti sempre nuovi.

"Naturalmente [gli arabi] vogliono la libertà", ha scritto nel Daily Star libanese Patrick Seale, un esperto analista delle questioni mediorientali, in risposta all'appello di Bush per la democrazia, "ma la libertà principale che essi cercano e' la libertà dagli Stati Uniti". Il paradosso e' schiacciante.




Ramzy Baroud e' un giornalista palestinese-americano, editore capo del Palestine Chronicle, di Seattle.