Certo, i bulldozers israeliani distrussero la meta' del campo profughi di Jenin, ma l'altra meta' resiste ancora, e lotta. Certo, Israele occupo' il Libano per promuovere i suoi interessi strategici, ma venti anni dopo sperimento' una sconfitta amara.
Ero ancora un adolescente, ma ricordo vividamente le immagini del primo canale della televisione israeliana, le quali mostravano alcune donne libanesi che lanciavano fiori verso i tanks israeliani che andavano ad occupare il cuore di Beirut nel 1982. Israele invase il Libano con una lunga lista di pretesti; uno era quello di "liberare" il popolo libanese dalla Siria e dai "gruppi terroristici" palestinesi. Dopo la "liberazione", Israele insceno' un'elezione che fu "vinta" dal suo principale alleato falangista, Bashir Gemayel.
Abbiamo gia' capito il ruolo di Israele nella guerra contro l'Iraq. Ma a parte i politici, i media americani ed israeliani ci hanno informato, in molte occasioni, che unita' dei marines sono stati addestrati in Israele secondo le riuscite tattiche dell'esercito israeliano usate per "spezzare la resistenza palestinese nel campo profughi di Jenin" (US News & World Report- 17 febbraio 2003).


Ma se la coraggiosa America si e' umiliata fino al punto di accettare lezioni dal piccolo stato di Israele, allora e' il momento di imparare la lezione libanese dall'inizio alla fine.
Quando milioni di persone in tutto il mondo si sono unite per evitare l'ingiustificabile invasione americana all'Iraq, essi sono stati spinti da un semplice ragionamento: uno, la democrazia non puo' essere imposta, e due, non si libera una nazione con le bombe a frammentazione, per non considerare la mancanza di legittimita' e gli incredibili interessi economici che hanno macchiato "l'avventura bellica irachena" sin dall'inizio.
Altri vedevano il loro risentimento contro la guerra come parte di una immagine piu' grande e piu' complessa.

Negli ultimi anni, c'e' stata piu' di una dottrina auto-imputabile, composte dai membri al top nell'amministrazione di George Bush e miranti al dominio del mondo, anche prima degli sfortunati eventi dell'11 settembre 2001. Una rapida scorsa al documento in 90 pagine: "Ricostruire la difesa americana: strategie, forze e risorse del nuovo secolo", bibbia della futura politica estera americana tracciata dagli stessi famosi elementi che hanno orchestrato e realizzato l'invasione dell'Iraq, da' luce al progetto americano di conquista e dominio per motivi economici e di controllo strategico.

La marginalizzazione delle Nazioni Unite, la creazione di un'alleanza di guerra con la GRan Bretagna e l'invasione dell'Iraq era scritto nel documento ed e' stato realizzato, parola dopo parola. Ma "se anche Saddam uscisse di scena, le basi in Arabia Saudita e Kuwait rimarrebbero permanentemente - nonostante l'opposizione interna ai regimi del Golfo - poiche' l'Iran potrebbe rivelarsi una minaccia molto maggiore dell'Iraq agli interessi USA".

Molti di noi temono tale scenario, essendo testimoni dell'impazienza del governo americano nel riformare il futuro del nostro mondo e quello delle prossime generazioni.

Per coloro che hanno creduto ai proclami dei falchi del governo USA sull'immane minaccia irachena, la guerra e' finita.
Ma coloro che sono svegli abbastanza da ammettere che la fine della guerra all'Iraq e' solo l'inizio di un'occupazione illegale che ha preso lezioni dalla brutale ed altrettanto illegale occupazione israeliana del Libano e della Palestina, devono capire che la loro responsabilita' di manifestare per la pace e la giustizia e' cresciuta enormemente.
Alcuni segmenti del governo USA (che sono ideologicamente affini ed alleati di ferro del moralmente fallito partito Likud della destra israeliana) si sono dedicati a cio' che i neo-conservatori (o meglio, i neo-imperialisti) definiscono "guerra totale".

Mentre tali guerre possono in effetti deviare l'attenzione dalla crisi economica che gia' spazza il paese, e compiacere i fanatici delle profezie di Armageddon ed i cercatori d'oro del mondo moderno, esse sono presagio di disastri per la maggior parte di noi: coloro che sono genuinamente preoccupati di creare un mondo piu' pacifico in cui far crescere i nostri figli.
So che la vittoria e' dolce, ma cosa c'e' di dolce in una vittoria fraudolenta, che e' solo il primo stadio verso future incertezze?

Ero un adolescente, ma ricordo ancora i fiori lanciati sui "liberatori" del Libano. Due decenni dopo quella "liberazione", e dopo la "restaurazione" della democrazia, come asseriva certa stampa compiacente, ha prevalso la lotta collettiva del popolo libanese, e gli israeliani occupanti sono stati scacciati dal suolo libanese in una delle sconfitte piu' brucianti per lo stato ebraico.

A parte la propaganda fraudolenta, Israele aveva invaso il Libano per motivi di dominio, espansionismo, controllo strategico e risorse naturali (acqua). Molto interessante, poi, il fatto che la sua sconfitta giunse per mano di una generazione nata dopo l'invasione israeliana del Libano, nel 1978.
E' umiliante vedere una "grande democrazia" come l'America prendere lezioni da una "piccola democrazia" come Israele. Ma la piccola democrazia avrebbe dovuto essere onesta abbastanza da insegnare agli USA l'altra meta' della lezione. Certo, i bulldozers israeliani distrussero la meta' del campo profughi di Jenin, ma l'altra meta' resiste ancora, e lotta. Certo, Israele occupo' il Libano per promuovere i suoi interessi strategici, ma venti anni dopo sperimento' una sconfitta amara.

La "guerra totale" e' un concetto elettrizzante che puo' scaricare quintali di adrenalina nelle vene degli agitatori di bandiere, dei segmenti "nucleare sugli arabi" del popolo americano. Ma la "guerra totale", non potendo mai raggiungere la "vittoria totale", corre i rischi concreti di una "sconfitta totale", una lezione per imparare la quale ad Israele sono occorsi vent'anni, in Libano, e che e' destinato ad imparare anche in Palestina.
All'America occorrera' altrettanto tempo prima di capire il sentiero disastroso verso cui si e' incamminata?