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    Predefinito Saddam, prigioniero scomodo

    E' sempre difficile, scomodo e soprattutto imprudente il tentar diagnosi, come si dice, «a caldo». Ma all'indomani della cattura di Saddam Husein spontanei sorgono alcuni interrogativi. Chi l'ha preso davvero, Saddam? I servizi americani o i peshmerga curdi? O si è trattato di una soffiata? O siamo invece davanti a una qualche forma di accordo con ex seguaci del dittatore, o magari, chissà, con lui stesso? E i 25 milioni di dollari della taglia, saranno mai riscossi da qualcuno, e da chi? E quali forme di protezione hanno permesso al rais di farla franca sino ad ora? E sarà di grazia possibile, in questo felice Occidente patria della democrazia tanto perfetta che la vogliamo esportare, ricevere risposte chiare ed esaurienti almeno in ordine a questi banali interrogativi?
    Perché sono ben altre, sia chiaro, le questioni che davvero ci preoccupano. Potremo organizzarle in tre ordini di problemi. Primo. Ora Saddam è preso: ed è un prigioniero ingombrante. Ci saremmo aspettati, diciamo la verità, che qualcuno gli avesse fatto fare una fine alla Mussolini, tanto per farlo tacere per sempre: dal momento che, se potesse parlare liberamente, direbbe cose forse imbarazzanti per molti (tuttavia c'è sempre la possibilità, puta caso, di un caffè alla Sindona, di un «suicidio» alla Calvi.). Comunque, per ora è vivo. Sino a nove mesi fa, egli era un sia pur chiacchierato capo di Stato, e come tale deteneva prerogative internazionalmente riconosciutegli: ora è prigioniero. Sì: ma di chi?
    Sotto il profilo pratico e concreto, lo sappiamo bene. Sotto quello giuridico, per quanto la guerra unilaterale di Bush del marzo 2003 abbia fatto saltare tutti i parametri del diritto internazionale, la cosa è meno chiara. Lo processeranno? Ma chi avrà il diritto di farlo e quale sarà la sede competente? Nel nome di accuse formulate da chi? Forse le carte in regola per tutto questo dovrebbero spettare agli iracheni: ma, a loro volta, rappresentati da chi? Non sembra possibile ipotizzare una legittimità a farlo da parte dell'Autorità paragovernativa messa in piedi, scelta e mantenuta dagli americani. Possiamo accettare che Saddam, per rovesciar il quale si sarebbe messa addirittura in pericolo la pace del mondo, torni adesso a costituire semplicemente un «problema interno» iracheno, per giunta in un Iraq oggetto di occupazione militare e quindi non pienamente in grado di decisioni autonome? O saranno gli americani a volerne gestir la sorte, come stanno gestendo la «ricostruzione» del Paese iracheno che in realtà trasformano in un lucroso investimento?
    E se il prigioniero decidesse, potendo farlo, di appellarsi all'Onu e magari addirittura alla Corte Internazionale dell'Aja l'autorità della quale gli Usa non riconoscono? E se fossero invece l'Onu, o magari la Corte dell'Aja, a pretendere di intervenire in qualche modo sul futuro dell'ex raìs? Non dimentichiamo che lui, il raìs, sarà il peggiore degli uomini ma continua ciò nonostante a detenere, come chiunque altro, i diritti umani. Chi sarà a garantire che essi siano rispettati anche nei suoi confronti?
    Secondo. In questi mesi le cancellerie politiche e i laboratori mass mediali hanno fatto insistentemente circolare una parola d'ordine: la «resistenza» irachena non esiste, il popolo non c'entra, è abbastanza contento dell'occupazione americana; gli atti di resistenza agli occupanti sono tutti una faccenda di residui irriducibili dell'ex dittatore oppure di terroristi. Ancora una volta, ammettiamolo, non siamo in grado di giudicare: non abbiamo affatto le idee chiare. Anche perché chi avrebbe dovuto chiarircele non lo sta per nulla facendo. Fino a che punto il Grande Vecchiaccio Saddam era uno dei punti di riferimento dell'attività della rete terroristica in Iraq? Fino a che punto la sua cattura sarà in grado di avviarne lo smantellamento, o quanto meno di impedirne l'attività futura? E se dopo la cattura del raìs gli attentati continuassero? Un'organizzazione guerrigliera segreta, in genere, si attrezza per sopravvivere alla cattura dei suoi leader.
    Terzo. Ammettiamo che a Saddam venga chiesto in qualche modo ufficialmente e giuridicamente conto del suo operato; e ammettiamo che gli sia consentito di rispondere e che davvero le sue risposte vengano fatte integralmente conoscere all'opinione pubblica internazionale. Di che cosa parlerà? Dei suoi depositi di armi letali, che in realtà non sono mai stati trovati? O della liquidazione dei comunisti iracheni e dell'aggressione all'Iran durante gli anni Ottanta, atti ed eccidi commessi entrambi con l'appoggio e forse su commissione dei governi democratici occidentali? Oppure ci parlerà della prima Guerra del Golfo, dei suoi accordi con Bush padre, del capitolo oggi dimenticato di oltre un decennio di embargo al suo Paese che ha provocato pare un milione e mezzo circa di morti innocenti, della sottoalimentazione o carenza di cure mediche, oltre alle vittime di bombardamenti quasi quotidiani, in un calvario insensato, dal momento che non è servito a nulla?
    Che parli dunque, Saddam Hussein, ce lo auguriamo tutti o quasi. Che ci dica fino in fondo la verità su quel che ha combinato quando era ancora il delfino degli Stati Uniti e dell'Occidente; di quel gli avevano promesso nel 1990, quando aggredì il Kuwait; delle trattative condotte in extremis nel gennaio-febbraio del 2003 per scongiurare una guerra che il governo Bush aveva già deciso da quasi un anno.

    Franco Cardini
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    16 12 03

  2. #2
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    Predefinito

    La Cia interroga il prigioniero, 500 pagine di documenti
    L'ex dittatore non risponde sulle armi di distruzione di massa
    Bush: "Saddam merita la morte"
    Il presidente Usa: "La sentenza spetta agli iracheni
    ma io sono per l'estremo giudizio"
    DAL nostro inviato ALBERTO FLORES D'ARCAIS

    WASHINGTON - Al terzo giorno di interrogatori Saddam Hussein poco racconta, molto nega, ma è quel che basta (per ora) agli americani per infliggere nuovi colpi agli "insorti". Gli analisti della Cia stanno passando al setaccio tutti i pezzi di carta, documenti, minute e bigliettini che il raìs teneva con sé in quel "buco di topo" dove ha trascorso gli ultimi giorni di fuga. Carte che confermerebbero le poche "rivelazioni" fatte filtrare dal Pentagono e dalla Cia alla stampa: Saddam era in qualche modo in contatto con la "guerriglia" ma non aveva più, se mai lo aveva avuto, un ruolo di direzione reale negli attacchi terroristici e negli agguati contro i soldati americani.

    Lo sforzo degli agenti Cia - ieri il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha confermato che sono loro a condurre gli interrogatori ("l'ho chiesto personalmente a Tenet") - è concentrato nell'identificare i "comandanti" della guerriglia sul terreno, i luogotenenti di quell'Izzat Ibrahim al-Douri, il più alto esponente del "mazzo di carte" ancora in libertà, da sabato nuovo "obiettivo numero uno" degli americani. Con lui gli altri due da prendere "vivi o morti" - meglio vivi perché si è capito che possono "collaborare" attivamente - sono suo figlio Ahmed e Hani Abd al-Latif Tilfah al-Tikriti.

    Il primo a finire nella rete grazie ai documenti trovati a Saddam è stato Qais Hattam, che non fa parte del "mazzo di carte" ma che è il numero 5 nella lista degli Hvt (high value targets) della quarta divisione di fanteria, quella impegnata in prima linea contro la guerriglia nel triangolo sunnita e i cui soldati hanno partecipato sabato sera alla cattura di Saddam.

    Martin Dempsey, comandante della prima divisione corazzata, spiega alla Cnn che Saddam era tenuto informato da qualcuno degli "insorti" che volevano mantenere rapporti con lui, forse in previsione di un suo eventuale ritorno al potere. Nella rete anche un ex generale dell'esercito e qualche "cassiere": "Nelle prime 24 ore dopo la cattura di Saddam grazie alle informazioni ricevute siamo stati in grado di arrestare alcuni leader di alto livello del partito Baath, che riteniamo sia tuttora la rete che finanzia le cellule militari della guerriglia e la struttura di comando a Bagdad".

    Su un punto, che sta molto a cuore agli americani perché è quello su cui gli Usa hanno costruito la guerra all'Iraq, Saddam per ora non parla: la storia delle armi di distruzione di massa. Tema sul quale il raìs si mostra "non credibile e sarcastico". Per Dempsey è solo questione di tempo: "Troveremo il modo di farlo parlare". Al momento, stando a quanto ha raccontato alla Associated Press un "ufficiale anonimo", le uniche cose che esegue senza fiatare sono i comandi di alzarsi e sedersi. Poco o nulla anche sulla sorte di Scott Speicher, il pilota della Marina abbattuto durante la prima guerra del Golfo.

    Fare di tutto per ritrovarlo e liberarlo era una delle promesse che George W. Bush aveva fatto a suo padre, con cui domenica ha avuto una commovente telefonata. Il presidente americano è tornato spesso sul tentativo che Saddam fece di assassinare Bush I dopo la guerra del Golfo; e ieri è tornato a parlare della pena di morte per il raìs in un'intervista alla Abc. Confermando quanto aveva già detto in conferenza stampa ("è una mia personale opinione"), ma usando questa volta apertamente la parola "pena ultimativa".

    I documenti che parlano più del loro proprietario erano in una valigetta o in una borsa trovata al momento della cattura. Non è stato chiaro dove sia stata trovata, sicuramente non è la stessa dove Saddam custodiva 750 mila dollari in contanti. Si tratterebbe di oltre cinquecento pagine, molti fogli in cui sono annotate meditazioni e poesie. Solo qualche foglio proverebbe il contatto, mantenuto fino a pochi giorni dalla cattura tra Saddam e Ibrahim Izzat al-Douri. I servizi Usa vogliono ora capire se Saddam veniva solo informato o se era in grado anche di dare ordini.

    Nei network e nei talk show analisti ed ex agenti della Cia spiegano come si interroga un prigioniero così importante: facendolo sentire a proprio agio. Il successo degli interrogatori dipende dalla bravura e dai metodi di chi lo interroga, di chi è in grado di capire meglio la psicologia del prigioniero e di trovare la migliore strada per farlo parlare. La parola "tortura" non viene nominata apertamente, ma nessuno nega che qualche forma di tortura fa parte di quel interrogation method book che ogni agente conosce a menadito.

    L'ex direttore della Cia James Woosley non è molto ottimista sulla possibilità che l'ex dittatore sia disposto a parlare. "Penso che saremo fortunati se riusciamo a farci dire qualcosa di utile in breve tempo", ha detto alla Cbs. Woosley nega che Saddam possa essere torturato e che con lui si possano usare quei "trucchi" adoperati con successo durante gli interrogatori dei membri di Al Qaeda catturati in Afghanistan e Pakistan: "Ma anche i bugiardi a un certo punto possono darci una indicazione, analizzando le loro bugie e il modo in cui le dicono, che alla fine si rivelerà utile".

    Per Rumsfeld invece se analizziamo la sua "relazione" con chi lo tiene prigioniero, la migliore definizione possibile è quella di un uomo "rassegnato". Il ministro della Difesa ha difeso la diffusione del video in cui Saddam compare dopo la cattura, perché gli iracheni avevano bisogno della prova che il dittatore "non fosse più in giro".


    (17 dicembre 2003)

    http://www.repubblica.it/2003/l/sezi...ta/merita.html

 

 

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