Catturato Saddam Hussein, cominciano i problemi. Come tutti riconoscono, ci saranno problemi di diritto internazionale, di diritto penale, di competenze territoriali e poi problemi politici e militari.
Credo sia bene esaminare anche i difficili problemi psicologici che questa cattura provoca. Perché, lo si voglia o no, Saddam Hussein ha una valenza simbolica importante e questo implica la possibilità che mosse "giuste" sul piano del diritto o "corrette" su quello militare abbiano gravi impatti su quello psicologico sociale dell'area.
Intendo dire che il fatto che Saddam Hussein sia un leader criminale, che abbia compiuto stragi sanguinose e gratuite, che abbia invaso il Kuwait e deportato una parte della popolazione, è, per grandi masse dei Paesi arabi, poco rilevante rispetto all'impatto simbolico che ha avuto negli anni e che ha sviluppato nell'ultimo periodo della sua carriera politica. Saddam Hussein è (stato) un Capo di Stato che ha costituito un modello identificatorio particolare: despota, ma anche laico, affamatore del suo popolo ma anche risoluto e coraggioso nel difendere l'indipendenza dell'Iraq, capace di irridere e minacciare la massima potenza mondiale. Per chi è stordito dalla miseria, abituato a sentirsi "colonizzato" dagli "americani", destinato alla sconfitta, queste caratteristiche di Saddam Hussein hanno rappresentato la speranza di riscatto, la possibilità di provare orgoglio anziché umiliazione, di essere ricco anziché povero, di godere dell'indipendenza.
Tra i molti tipi di identificazione che l'animo umano sa sviluppare, questo è quello che chiamiamo identificazione idealizzante. Ci si identifica con qualcuno che rappresenta un ideale (di forza, di ricchezza, di gloria, di coraggio, ecc.) e lo si fa tanto più quanto meno è possibile pensare che queste caratteristiche possano diventare proprie: per chi deve chinare il capo ogni giorno, sperando solo di arrivare a mettere nello stomaco qualcosa per arrivare al giorno dopo, questo è il solo modo di salvare l'idea della propria possibile dignità umana.
Diciamo una verità scomoda e pensata da molti: se Saddam Hussein fosse morto (ad esempio in combattimento) tutti quelli che si sono identificati con lui avrebbero potuto sentire un lutto e poi distaccarsene, salvando la sua immagine ma relegandola nei ricordi e ricordandosi così anche delle caratteristiche "positive" desiderate. Con Saddam vivo, invece, è tutto più difficile.
Proprio qui sta infatti la delicatezza della situazione: rompere d'un colpo questa identificazione mostrando in pubblico un Saddam Hussein povero, debole, vigliacco, umiliato può provocare gravissime reazioni di rabbia contro chi ha distrutto il simbolo e fortissime reazioni di solidarietà con il simbolo stesso. D'altra parte, lasciare a Saddam Hussein la possibilità di giocare il ruolo dell'imputato che "accusa", della vittima "pura" del potere nemico, può rafforzare sia il suo valore simbolico sia - e di conseguenza - l'antiamericanismo già fortissimo nell'area.
Il fatto è che, come per gli americani Saddam Hussein rappresentava il male, così per moltissimi arabi il male è rappresentato dagli Stati Uniti. Possiamo essere critici verso questi giudizi troppo generali, ma non possiamo non tener conto della loro esistenza e delle loro implicazioni.
In questo contesto, diventa difficile tagliare l'erba sotto i piedi non solo degli oppositori ma anche dei terroristi e soprattutto occorrerebbe una politica generosa e lungimirante per consentire agli arabi poveri di molti paesi di cominciare a pensare di potersela cavare nella vita senza bisogno di identificarsi in capi idealizzati come onnipotenti. Ma è possibile - dal punto di vista psicologico - che questo ruolo sia svolto da chi - gli USA - è visto come il male?
Antonio Alberto Semi




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