da www.corriere.it
Viaggio tra i miliziani del «triangolo sunnita»
«Non lottavamo per il raìs, la guerra continua»
«Potremmo accettare le elezioni, se è chiara la data del ritiro Usa». Tra chi spara, i reduci del partito Baath sono pochissimi
DAL NOSTRO INVIATO
FALLUJA (Iraq) - Combattere gli americani come se Saddam fosse ancora libero. Ma partecipare anche alle elezioni, perché è chiaro che il vecchio regime è finito per sempre. E' il curioso paradosso raccolto tra gli attivisti della guerriglia a Falluja, capitale del terrorismo e della violenza antiamericana nel cuore del «triangolo sunnita» appena a Nord di Bagdad. Terra di nessuno. Luogo di paura e morte per le truppe Usa, che sin dal loro arrivo, ai primi di aprile, non sono mai riuscite a controllarlo davvero.
Un convogolio americano attaccato vicino a Falluja (Reuters)
Ma anche luogo dove si può toccare con mano la svolta epocale generata dalla cattura di Saddam Hussein 5 giorni fa. Lo conferma il lungo colloquio con Mohammed Salem Duleimi e Ahmad Hamid Duleimi, due militanti della guerriglia locale incontrati ieri mattina in un covo dello Jeish Al-Faruk, uno dei gruppi islamici più noti della ventina che organizzano i 20 mila uomini armati (secondo le fonti locali), «pesci nell'acqua» in questa regione abitata da circa un milione di sunniti. «E' un errore pensare che la guerriglia agisse in nome di Saddam. Certo che ci spiace sia stato catturato. Ma nessuno in verità lottava per lui. Sin da aprile la nostra battaglia è sempre stata quella di liberarci dall'occupazione Usa. Ecco perché la notizia della sua prigionia non cambia nulla, continueremo ad attaccare gli americani e i loro alleati come prima», dicono all'unisono.
Salem è di origine siriana. Tipico esponente delle brigate arabe internazionali che negli ultimi mesi hanno attraversato i confini per unirsi alla «guerra santa» contro «i diavoli invasori». Quanti sono? Lui non lo vuole dire. Ma è disposto a rivelare che i più si nascondono nel deserto, si travestono da beduini, vivono come nomadi con le capre, quasi impossibili da individuare anche con i sofisticati visori montati su caccia ed elicotteri Usa. Soprattutto larga parte delle loro armi proviene dagli arsenali del vecchio esercito iracheno, ma le risorse finanziarie sono saudite. «La realtà è che, tra chi spara, i reduci del partito Baath o del vecchio esercito di Saddam sono ormai pochissimi. La maggioranza sono invece attivisti islamici, gente che concepisce la lotta contro gli americani come fosse un dovere religioso. E sono pronti al martirio», aggiunge. Al suo fianco Ahmad mostra con fierezza il moncherino della gamba destra, perduta durante una «missione» in maggio, quando accidentalmente esplose la mina che aveva appena posto su una pista usata dai tank nemici.
Sembrerebbero il non plus ultra del radicalismo. Non a caso ripetono con fierezza di appartenere alla tribù degli Al-Duleimi, che negli anni Venti guidò la rivolta antibritannica. Uno di loro litigò personalmente con Saddam nel ’96 e fu quello che arrivò più vicino ad assassinarlo. Era Mohammad Madlun, pilota eroe nella guerra con l'Iran. Saddam gli fece uno sgarbo e lui gli sparò mancandolo per un soffio. Poi morì tra le torture nel terribile carcere di Abu Ghreib. Insomma, gente dalla testa dura, che non deporrà mai il fucile. Eppure, commentando la cattura di Saddam, Salem e Ahmad si rivelano pragmatici. «Sino a pochi giorni fa la nostra idea era quella di riportare la situazione allo status quo precedente la guerra. Ma ora ci si rende conto che ciò è diventato impossibile». Le conseguenze? «Potremmo accettare l'idea delle elezioni, anche se la cosa viene dagli americani. A due condizioni però: deve essere ben chiara la data del ritiro totale delle loro truppe dal nostro Paese. E soprattutto noi dovremo essere assolutamente liberi di scegliere i nostri candidati». E di ciò sono poco convinti: «In effetti Bush ci ha invasi non per portare la democrazia, ma per prendersi il nostro petrolio. Ecco perché l'Iraq non lo abbandonerà mai, a meno che noi non lo si scacci con le armi».
Dunque guerra. Falluja, da quando il 29 aprile 17 studenti furono uccisi durante una manifestazione anti Usa, è zona tabù. Quasi non passa giorno senza un attentato contro un convoglio, lancio di granate, spari e arresti. Ma alla notizia della cattura di Saddam l'intera città è caduta nella totale anarchia. La centrale di polizia sembra un fortino isolato, con gli agenti che non escono per alcun motivo. Neppure quando tre giorni fa 500 manifestanti hanno assaltato e saccheggiato le due palazzine della municipalità locale riducendole in macerie. Ieri il sindaco designato dagli americani, Raad Husein, si aggirava tra i locali devastati maledicendo quelli che chiama «criminali da forca». «Altro che Saddam Hussein! - esclama -. Questi banditi sono la feccia della terra. Per loro ogni occasione è un pretesto per derubare e distruggere. E il grave è che la nostra polizia ha paura, non mi difende. I nostri leader religiosi hanno chiesto agli americani di non interferire. Ma ora andrò personalmente ai loro comandi perché tornino a pattugliare il centro di Falluja».
A pochi chilometri, gruppi di curiosi si aggirano tra le carrozze di un convoglio ferroviario fatto deragliare due giorni fa. Conteneva cibo e vestiti destinati alle truppe Usa: non è rimasto nulla. «E' permesso saccheggiare gli americani e i loro collaborazionisti», si legge su di un muro poco lontano. La folla guarda e ride. «Attenti potrebbero essere spie», dice qualcuno rivolto ai giornalisti. Meglio passare per francesi, qualche tempo fa un cameramen americano e un collega spagnolo sono stati quasi linciati. «Contro gli invasori tutto è legittimo. Ci vogliono rubare il petrolio? E noi prendiamo le scatolette di carne, i giubbotti invernali e i biscotti per i loro soldati», dice allegro Walid Khalil, fiero di essere stato tra i saccheggiatori anche della municipalità. Poi aggiunge minaccioso: «Non siamo terroristi, stiamo solo difendendo il nostro Paese».
Lorenzo Cremonesi




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