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    Predefinito Antifascismo, la Repubblica ne ha ancora bisogno?

    ANTIFASCISMO, LA REPUBBLICA NE HA ANCORA BISOGNO?

    Dal "Secolo d'Italia" del 19 dicembre 2003

    Roma. La provocazione l'ha lanciata Marcello Pera, con il suo giudizio sulla necessità di archiviare il "valore fondante" dell'antifascismo per definire finalmente la repubblica italiana "in positivo" e non più "per contrapposizione". E Alleanza nazionale non ha intenzione di lasciare cadere il tema nel vuoto, o nella rumorosa ma irrilevante invettiva dell'"Unità" o degli articoli di Giorgio Bocca. Ieri a Roma si è svolto un forum con la partecipazione di Ignazio La Russa, Gennaro Malgieri, Bobo Craxi e Ferdinando Adornato, per avviare la riflessione politica sul tema. La riunione era riservata agli "addetti ai lavori", ma in gennaio è già previsto un appuntamento pubblico aperto a tutti sullo stesso argomento. "Pera ha avviato una riflessione importante per tutto il mondo politico e culturale. Se si consegna il fascismo alla storia, come noi abbiamo fatto da tempo, se si prendono le distanze dalle aberrazioni del secolo delle "idee assassine", se si scrivono libri come "Il sangue dei vinti", vuol dire che è ormai arrivato il momento di svestire la Repubblica e la Costituzione dai panni del mito della Resistenza. Anche perché ci sono pagine della Resistenza che non hanno nulla di democratico": questo il motivo di fondo del confronto, secondo la visione di An. Ma non solo. Sia Bobo Craxi sia Ferdinando Adornato si sono pronunciati con determinazione in favore della tesi di Pera. Sottolineando come la loro non sia un'"adesione dell'ultima ora", ma una convinzione radicata da molto tempo. Bobo ha citato a proposito un episodio inedito riguardante suo padre, Bettino Craxi, che il 25 aprile si recò, quando era presidente del Consiglio, a deporre fiori non solo in Piazzale Loreto (in memoria dei partigiani uccisi a Milano), ma anche a Giulino di Mezzegra, nel luogo dove fu assassinato Benito Mussolini. Se queste storie, se questi percorsi escono oggi alla luce - insieme a altre testimonianze sorprendenti, dall'intervista di Francesco De Gregori al "Corriere" alle dichiarazioni di Bertinotti sulle foibe - forse è anche perché l'Italia sa di non doversi più misurare "politicamente" con il fascismo e perché esiste una Destra moderna capace di separare l'analisi storica dalla battaglia politica e parlamentare. Come ha affermato La Russa, "la nostra sessione di esami ormai è finita, e comincia quella degli altri..."

    Antifascismo, un mito da sfatare
    "La Costituzione è fondata solo su valori positivi"

    Roma. "L'Italia non ha più bisogno di sentirsi antifascista", aveva dichiarato qualche giorno fa il presidente del Senato, Marcello Pera, demolendo per la prima volta il santuario della Resistenza, mito della Sinistra di ieri e di oggi. E le parole di Pera sul senso nobile di una Costituzione fondata su valori positivi, e non su negazioni che imbrigliano la storia in schemi concettuali, hanno svelato in un attimo il senso di smarrimento che pervade la Sinistra allorquando qualcuno, in nome di una storia condivisa e di una nuova identità nazionale, gli sottrae un punto di riferimento intorno al quale ha costruito, da sempre, il senso della contrapposizione: valore fondante, sì, ma solo della cultura ideologica postcomunista. Non a caso le critiche più feroci al presidente del Senato sono arrivate dal quotidiano comunista l'Unità e dall'impaludato Giorgio Bocca, entrambi generosi di accuse su presunti negazionismi ai danni di chi stava, sta e starà sempre "dalla parte giusta". Altri autorevoli giornali, così come autorevoli storici, hanno invece considerato quella "provocazione" di Pera come una porta aperta al dialogo sulla storia da sottrarre al dibattito politico in nome di fattori costruttivi e valori prospettici condivisi.
    Concetti, questi, esplicitati ieri nel corso di un forum organizzato da Alleanza nazionale sul tema "C'è ancora bisogno di definire antifascista la Repubblica? ", al quale hanno partecipato il coordinatore di An Ignazio La Russa, il direttore del "Secolo d'Italia" Gennaro Malgieri, il deputato di Forza Italia Ferdinando Adornato, presidente della Commissione Cultura della Camera, e Bobo Craxi, esponente del Nuovo Psi. Alla discussione, nella parte finale, si è unito anche Carmelo Briguglio, vice-coordinatore nazionale di An. Ecco una sintesi degli interventi.

    La Russa
    L'incontro di oggi parte dalla riflessione del presidente del Senato Marcello Pera sulla necessità di liberarsi del mito della Resistenza e dell'antifascismo quali valori fondanti della Costituzione; ma nasce anche da altri momenti di riflessione sulla storia arrivati dall'intervista di Francesco De Gregori al "Corriere della Sera", dalle dichiarazioni di Bertinotti sulle foibe e da editoriali e fondi pubblicati dai grandi giornali con i quali si invitava anche la Sinistra a fare i conti con la propria storia. La nostra sessione di esami è finita, mentre loro hanno ancora il libretto completamente bianco, vuoto, immacolato...

    Malgieri
    Di questo passo non si laureranno mai...

    La Russa
    Temo di no. Comunque, dopo il viaggio di Fini in Israele questo è il primo appuntamento dedicato a temi del genere, ma ne parleremo ancora in un altro incontro fissato per la metà di gennaio. La parola a Gennaro Malgieri...

    Malgieri
    Ritengo che sia stato molto opportuno convocare questo forum di discussione, perché le dichiarazioni di Pera sulla Resistenza non possono essere lasciate penzolanti nel vuoto. Pera ha avviato una riflessione importante per tutto il mondo culturale italiano, il suo è un richiamo a una verità finora trascurata: la democrazia non ha bisogno di miti per vivere, ma di ragione e sentimenti. miti portano all'intolleranza, la ragione e sentimenti aprono invece le porte al dialogo. Da qui nasce l'esigenza di abbandonare il mito della Resistenza, che ormai non ha più senso perché la Repubblica e la Costituzione sono riferimenti democratici che appartengono a tutti gli italiani, sono parte della nostra identità, ogni altro riferimento ai miti ne limiterebbero la portata. Se si consegna il fascismo alla storia, come noi abbiamo fatto da tempo, se si prendono le distanze dalle aberrazioni del secolo delle "idee assassine", gravido di ideologie improntate all'intolleranza, se si scrivono libri come quello di Gianpaolo Pansa, "Il sangue dei vinti", vuol dire che è ormai arrivato il momento di svestire la Repubblica e la Costituzione dai panni del mito della Resistenza, perché esse sono democratiche "tout court". Va ribadito anche che la Resistenza non sempre è stata ispirata alla democrazia, come scrisse perfino lo scrittore-operaio Romolo Gobbi nel '92, secondo il quale il valore della Resistenza è diventato una camicia di forza sulla Repubblica e sulla Costituzione, che impedisce a tante gente che non si riconosce in quel mito di avvicinarsi alle istituzioni. Non tutta la Resistenza, ripeto, fu ispirata all'etica democratica, noi lo diciamo da anni, e le sue vittime, come ha scritto Pansa, erano spesso altri partigiani non comunisti, infoibati, tanti cattolici, moltissimi preti caduti nel triangolo della morte in quella che fu una vera e propria guerra civile. Oggi si parla ancora di antifascismo e anticomunismo, io non tolgo nulla a chi ha creduto nell'uno o nell'altro valore, ma oggi queste due categorie di pensiero non qualificano più posizioni politiche e culturali, sono altre le sensibilità che segnano le differenze, altri i valori, come quella della libertà. Ogni confronto sui schemi preconcetti, sui miti fondanti, sulla contrapposizione tra fascismo e comunismo, va sostituito con un confronto sui valori. Ma c'è un aspetto ulteriore da considerare: se la politica non aggredisce la storia, se non si utilizza la storia per fare politica, si compie davvero un salto di qualità che può aiutare a ricomporre gli odii elementari che ci hanno contrapposto per oltre cinquant'anni. È ora di dire basta ai rancori ideologici, i più accorti se ne stanno tirando fuori, come Bertinotti, che finalmente parla delle foibe, come Caldarola, che in una bellissima intervista al "Corriere della Sera" dichiara di condividere l'abbandono del mito antifascista. Ma anche il lavorìo che c'è a Destra, dopo il viaggio di Fini in Israele, va nella direzione di liberare la storia dall'aggressione della politica e di avviare una nuova stagione del dialogo. Come del resto si augurava De Felice, che attribuiva agli intellettuali, e non alla gente comune, la responsabilità di fomentare i sentimenti di contrapposizione. Noi italiani, invece, siamo frutto della stessa storia, proprio perché siamo tutti democratici e condividiamo quei valori.

    La Russa
    Ora diamo la parola a Bobo Craxi, uno di quelli che non hanno mai voluto affermare che tutto il fascismo è stato il male assoluto, come non facciamo noi di An e come non ha fatto neanche Fini in Israele...

    Craxi
    Prima di affrontare una discussione così impegnativa, vorrei fare una premessa. Ignazio mi ha chiamato qui perché nel corso di una discussione personale gli avevo raccontato che la storia della fine tragica di Mussolini si era intrecciata con quella della mia famiglia. Mio nonno, infatti, era viceprefetto della Liberazione, nominato dal Cnl, e la mia famiglia aveva abitato nella casa dove Mussolini trascorse le ultime ore prima di essere giustiziato. Ma c'è di più: quando mio padre era presidente del Consiglio, in occasione della ricorrenza del 25 aprile, si recava a deporre fiori sia sul luogo dove fu ucciso il Duce, a Giulino di Mezzegra, sia in piazzale Loreto, dove erano stato giustiziati alcuni partigiani. Il nostro Paese dovrebbe imparare finalmente a guardare avanti, con equità di giudizio sui morti di quella guerra civile, senza assolutismi e granitiche certezze. Dopo cinquant'anni di Repubblica il grado di maturità democratica del Paese deve indirizzare le forze politiche verso un giudizio condiviso sulla storia, senza critiche, abiure, ricostruzioni generiche su fatti che in parte sono ancora sconosciuti. Io ho rispetto per chi ha condiviso l'esperienza del fascismo, perché sicuramente il Ventennio è stato caratterizzato da tante tragiche ombre, ma anche da alcune realizzazioni. E rispetto alla Sinistra, alla Destra viene chiesto di fare degli esami alla propria storia proprio perché il fascismo, nel Ventennio, ha effettivamente avuto radici nella nazione. Il Partito comunista, invece, si è sempre richiamato a un concetto di diversità, rispetto al totalitarismo realizzato dal comunismo internazionale. E oggi che la Destra si è definitivamente separata dalla sua radice totalitaria, è diventata una forza politica democratica, revisionista, mentre al contrario la Sinistra continua a percorrere la strada della continuità rispetto al suo passato, configurandosi come forza antirevisionista. Il periodo di tangentopoli, in questo senso, ha impedito le reciprocità delle revisioni, perché se la Prima Repubblica si è fondata sull'antifascismo, la Seconda è stata fondata sul principio della lotta al dilagare della corruzione dei partiti, che ha portato alla cancellazione della Democrazia cristiana e del Partito socialista italiano. Oggi Fini e Pera guardano oltre, e lo stesso leader di An, con le sue dichiarazioni in Israele, punta su un livello internazionale, su un partito democratico che accettando in toto la Costituzione ripudia ogni politica totalitaria, si separa da ogni legame con la violenza e punta ad esaltare il confronto democratico. Se si analizza la storia ci si rende conto che senza il ricorso alle armi, nel periodo della Resistenza, non ci sarebbe stata quella svolta democratica che ha segnato il futuro dell'Italia: ma bisogna ricordare che vi furono tanti morti italiani in quella guerra civile, e non è giusto dire che alcuni di loro stavano dalla parte giusta e altri dalla parte sbagliata. Il rispetto dei vinti è una delle prime regole della democrazia, lo ricordi anche chi oggi chiede la morte di Saddam Hussein. Anche il Psi, a un certo punto, è finito dalla parte dei vinti e si è alleato con la "parte sbagliata", secondo alcuni. Ma noi ci siamo guadagnati il rispetto e la stima degli altri, e spero anche dei nostri elettori, proprio aderendo a principi condivisi. Il passato - come diceva il socialista Filippo Turati non torna, solo il futuro ha ragione...

    La Russa
    A proposito dei socialisti, ricordo con piacere che negli anni Ottanta, le amministrazioni di Milano e Roma, la prima socialista, la seconda di Centro-sinistra ma con il vicesindaco del Psi, organizzarono due iniziative particolari, che caddero come un macigno sull'immobilismo culturale di allora: una mostra sugli Anni Trenta, fatta nel capoluogo lombardo, e un'altra sull'economia a cavallo delle due guerre. Furono due eventi che fecero scalpore... Oggi speriamo di essere finalmente legittimati anche noi della Destra a fare iniziative di questo tipo, operazioni culturali diverse, che vanno contro l'egemonia della Sinistra. Io dico che dopo il viaggio di Fini, possiamo sentirci più liberi anche di guardare al nostro passato, sottraendo la storia alle strumentalizzazioni della politica.

    Adornato
    Devo dire che io, con la mia Fondazione "Liberal", da anni conduco battaglie culturali revisioniste. Ma a mio avvio non siamo alla fine del percorso, anzi, siamo in netto ritardo: dopo cinquant'anni la nostra società dovrebbe essere sana, coesa, invece di tempo ne è passato tanto e ancora non ci siamo. Con il paradosso che se Pansa oggi scrive certe cose sulla Resistenza suscita scandalo, come avveniva ieri con De Felice, che veniva tacciato di essere un militante di Destra e non gli veniva riconosciuta la qualifica di grande storico. C'è voluto Pera per affermare cose che, secondo me, dovrebbero essere date per scontate. Lo stesso Fini, in Israele, non ha dato un giudizio storico assoluto sull'esperienza del fascismo in Italia, ma lo ha inserito in un contesto europeo nell'ambito di un ragionamento di ferma condanna delle leggi razziali. L'Italia, fino a oggi, ha vissuto una contraddizione fortissima: la nostra Repubblica è antifascista ma per cinquant'anni è stata anticomunista, grazie alla Democrazia cristiana. Ma mentre si è tanto abusato sulla parola antifascismo, l'anticomunismo è stato considerato un tabù, era impossibile dichiararsi tale. Questa sorta di corto circuito realizzato grazie all'egemonia dominante delle Sinistre, ha fatto in modo che si creasse l'equazione fascismo eguale al male, eguale a Destra. Tutto ciò che era di Destra era impronunciabile, ed era considerato di Destra tutto ciò che non corrispondeva all'ideologia dominante. Perfino chi si dichiarava presidenzialista, come Valiani o Calamandrei, veniva tacciato di essere di Destra o addirittura fascista. Ed invece, fino a quando antifascismo e anticomunismo non saranno indicati come valori condivisi da tutti, il processo di "sanità mentale" degli italiani non si sarà realmente compiuto. Nessun leader delle Sinistre ha mai detto che il comunismo è stato il male assoluto, a prescindere dall'esperienza italiana. Fino a quando non sarà pronunciata questa frase il percorso revisionista dell'intero sistema politico italiano non sarà compiuto. Dopo la caduta del Muro di Berlino e l'11 settembre, se non si cancellerà quello che io definisco il paradosso di Yalta, ovvero il riferimento a un ordine costituito, lo spirito resterà quello della guerra fredda, quello spirito che si riflette, ancora oggi, nelle discussioni di ogni tipo. Oggi, invece, il concetto di Patria, dopo i tragici fatti di Nassiriya, è stato riscoperto da tutta l'Italia e sintetizza il senso di dignità, del dovere, la reazione al dolore, il legame alla nazione. Questa parola, nella Prima Repubblica, era considerata una parolaccia, espressione di un nazionalismo da ricondurre all'autoritarismo fascista. In Italia solo l'Msi parlava di Patria e quando lo faceva veniva accusato di fascismo...

    La Russa
    Quella era la prova provata!


    Adornato
    Oggi invece quella parola la sentiamo nostra, dimostra che il percorso di riconciliazione sta iniziando. Ma solo se le Sinistre tolgono il silenziatore alla parola anticomunismo si potrà realmente compiere il percorso verso la storia condivisa. Da oggi in poi bisognerà solo fare riferimento alla necessità di andare oltre i totalitarismi. Ma mi chiedo? Sarà sufficiente utilizzare due negazioni post-guerre mondiali, quella del fascismo e del comunismo, per costruirci orizzonti di libertà? O non sarà invece il caso di guardare ancora più indietro, a valori positivi, quelli della cultura classica, del Cristianesimo, del Rinascimento? A mio avviso nel Ventunesimo secolo non ci si può limitare a delle negazioni, per costruire un modello di civiltà occidentale bisogna puntare ad una costruzione positiva delle libertà.

    Briguglio
    La Destra italiana ha avuto il coraggio di avviare un'operazione di revisione, mentre la Sinistra ha affidato a viandanti, giornalisti e storici questo compito. La mia proposta è di far misurare gli autori di Destra e di Sinistra su un libro che ripercorra il '900, nel tentativo di trovare formule che ricostruiscano il tessuto nazionale in una chiave positiva, condivisa. L'Italia degli ultimi due anni è stata feconda di suggerimenti, grazie alle parole di Ciampi ma anche all'impegno di forze politiche come An, che ha gettato sale per riflessioni importanti sui valori fondanti della Repubblica. Alla Sinistra potremmo porre tantissime domande su tanti lati oscuri della storia, ma così facendo riapriremmo nuove discussioni politicamente strumentalizzabili. Invece dobbiamo studiare formule che guardino lontano, che vadano nella direzione di una storia condivida, come ha fatto Fini con le sue dichiarazioni rese in Israele.

    Malgieri
    Forse non ce ne rendiamo conto in pieno, ma siamo nel pieno di un fenomeno nuovo da iscrivere nella storia della pacificazione nazionale.
    A mio avviso siamo sulla strada buona per riconoscere gli errori passati, anche quelli di cui non portiamo la responsabilità, in vista di una pacificazione che però ha una prospettiva solo se va nella direzione della costruzione e non solo della negazione. Se si può costruire, talvolta anche sulle macerie, senza rinnegare il passato: ci saranno le condizioni per la pacificazione tra tutti coloro che credono alla Repubblica e alla Costituzione, ma solo cancellando quei miti a cui altri ci chiedono di aderire per legittimarci.

    a cura di LUCA MAURELLI

  2. #2
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    No, sono convinto di no

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    Dal momento che AN si è classificato come partito antifascista, questa parola ha perso ogni significato.

  4. #4
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    Antifascismo, l’ombra insopportabile
    di Furio Colombo

    Per quale ragione il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, sente all'improvviso il bisogno di insultare con fermezza e vigore, in modo stentoreo e ripetuto, quella parte degli italiani che si riconosce nella origine antifascista del Paese?
    Per quale ragione desidera dire e ripetere la sua offesa a coloro che, dopo aver combattuto per la libertà sono ancora in vita, ai figli e nipoti di coloro che sono scomparsi nei campi di sterminio politici e razziali voluti, nell’Europa invasa, dal fascismo e dal nazismo?
    Che cosa lo spinge a negare il senso dell’antifascismo (”vulgata”, “mito”), ripetendo le sue argomentazioni culturalmente infondate e deliberatamente sprezzanti non solo nel corso di dichiarazioni estemporanee che in seguito, secondo il modello berlusconiano, avrebbe potuto smentire, ma ripetendo con cura le sue accuse all’antifascismo nel corso di pacate interviste (Pierluigi Battista, La Stampa, 17 dicembre) in cui gli viene offerta l’occasione, almeno, di chiarire la parte più offensiva di ciò che ha detto? Si rende conto che sta parlando a nome della Repubblica il cui Senato presiede?
    Perché lo fa, dopo che il leader del movimento post fascista più importante d’Europa si è sforzato di cancellare la brutale disputa riconoscendo che la nostra libertà nasce dall’antifascismo, e si dichiara disposto a riconoscere - sapendo quel che gli costa - il fascismo come male assoluto? Che cosa lo induce a darsi da fare affinché quella ferita sanguini sempre?
    ***
    Ma vediamo di capire il senso del fatto grave che il presidente del Senato ha prodotto con le sue ripetute dichiarazioni. Ogni Paese ha un suo momento fondante al quale tutti gli eventi si richiamano e alla luce del quale tutti i fatti successivi si spiegano o almeno si ambientano. Quei momenti fondanti non vengono mai rimossi, non diventano mai materiale di rissa o di scontro politico perché spezzerebbero il patto di tolleranza su cui si fonda la vita democratica. Nessuno in Francia, salvo frange fanatiche di tradizionalisti e di sostenitori della Vandea, si sognerebbe di denunciare “la vulgata” della Rivoluzione francese. Nessuno potrebbe sognarsi di rimettere in discussione la guerra civile americana (molto crudele, molto sanguinosa, in cui sono accaduti episodi di vendetta e di spargimento odioso di “sangue dei vinti”) che ha portato alla liberazione degli schiavi.

    Non solo non si può fare, ma - nelle scuole e nelle università del Pese più liberal del mondo - è proibito. Negli anni Novanta due studenti sono stati espulsi dall’Università di Harvard per avere esposto la bandiera schiavista della Federazione del Sud. Per l’Italia, come ricorda continuamente il Presidente Ciampi, i momenti fondanti sono il Risorgimento e la Resistenza. Ma in questa Italia - come avviene solo nei regimi, che sentono la necessità di cancellare le radici comuni - Umberto Bossi, ministro delle Riforme, si è preso il compito di negare il Risorgimento, insultare la bandiera nazionale e, se possibile, di spezzare l’unità del Paese. E Marcello Pera, presidente del Senato, si è assunto l’impegno di negare l’antifascismo, badando ad usare un linguaggio deliberatamente offensivo, come per essere più sicuro di raggiungere un risultato lacerante, di spezzare ogni residuo legame comune fra gli italiani. Mi sembra giusto ripetere: è un tipico impegno di regime, che non può tollerare di agire in un ambiente di cultura con cui non ha niente a che fare e che contraddice i nuovi “valori” che il regime intende imporre.
    ***
    Credo che si possa ricostruire il percorso calcolato, e per questo più grave, che il presidente del Senato ha scelto per giungere a una sua “soluzione finale” dell’antifascismo. Mi riferisco alla già citata intervista su La Stampa.
    Prima nega tutto l’antifascismo, e lo fa con i toni di una discussione astiosa, non degna del suo ruolo. Parla come rispondendo a una provocazione che non c’è stata.
    Poi nega una parte dell’antifascismo contro un’altra (antifascisti cattivi, cioè comunisti, contro antifascisti buoni, cioè anti-comunisti) senza notare che morire insieme, sotto le stesse torture, negli stessi rastrellamenti, fucilazioni, impiccagioni e per la stessa ragione (sconfiggere il fascismo) non è un legame da poco. Ma non si accorge che ha già svilito tutto prima di arrivare a questo distinguo.
    Infine si affida agli americani dichiarati unici ed esclusivi liberatori, come se il combattere e morire per la libertà fosse stato il gesto futile e inutile di poche teste calde italiane. Può il presidente del Senato disprezzare il suo Paese e i suoi concittadini al punto da descriverli passivi, succubi e liberi per caso? Imbarazza scoprire ciò che il presidente del Senato di questo Paese non sa: che le poderose armate americane e le bande partigiane italiane erano formate dalla stessa cultura, dalle stesse motivazioni, erano parte di una alleanza che ha reso così simili i discorsi di Roosevelt, Salvemini, Calamandrei, Ferruccio Parri. Erano gli antifascisti italiani insieme agli antifascisti del mondo libero.
    Elogia i francesi di De Gaulle, perché - dice - hanno iniziato la resistenza nel 1940, dimenticando che l’antifascismo italiano nasce con Gramsci, con Gobetti, con Matteotti, con i fratelli Rosselli, quando non c’era una speranza al mondo di essere aiutati da qualcuno a non morire o a uscire di galera.
    Come spiegare questo attacco così violento, così scandaloso, da parte della seconda carica dello Stato? Una terribile ragione viene in mente.
    La parte politica ha prevalso sulla carica istituzionale. La parte politica è quella di un governante-padrone con un gigantesco conflitto di interessi, le sue leggi vergogna, la sua fuga dalla giustizia, il suo tentativo vigoroso di impadronirsi di tutta la comunicazione prima con l'epurazione e la censura, poi con il controllo illegale (il concessionario di tv che dà le concessioni a se stesso), infine con la proprietà totale e assoluta (il 20 per cento dell’infinito, come prescrive la legge Gasparri se non fosse stata respinta dalla prima carica dello Stato). In queste condizioni diventa necessario liberarsi del fantasma dell’antifascismo. È una ossessione shakespeariana. Basta con le ombre di persone che sono morte in prigione o gettate in un fiume o accoltellate in montagna o impiccate a un lampione o torturate in via Tasso, solo perché, anche in lunghi anni senza speranza e senza sbarchi e senza alleati, hanno rifiutato di dire sì al padrone del fascismo o anche solo di lasciar perdere e fare finta di niente. Hai un bel disprezzare quegli stupidi cittadini che si riuniscono da soli ad agosto o a dicembre per dire no alla Cirami, alla Schifani, alla Gasparri, chiamandoli girotondi ed equiparandoli ai terroristi. Sempre rimane intorno, ostinata e indelebile, l’ombra dei 12 professori (12 su 1250) che hanno rifiutato di giurare al fascismo quando sarebbe stato così comodo e facile farlo, quando il rifiuto costava il posto, il ruolo, il disprezzo, l’isolamento e la persecuzione. Ma si può partecipare all’Italia illegale di Berlusconi lasciando al suo posto, intatta e rispettata, l’eredità dell’antifascismo?
    ***
    Pera, uomo non sospetto, nonostante la sua cattedra universitaria, di avere mai sfogliato “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu (altrimenti avrebbe saputo quanto presto, quanto tenace, con quale coraggio, con quanto sangue, in mezzo a quale marea di violenza, indifferenza e opportunismo è nato e cresciuto l’antifascismo), si rende conto che non si può servire il berlusconismo e, allo stesso tempo, rappresentare la Repubblica italiana nata dalla Resistenza. Si è reso conto - come ha dimostrato anche il Presidente della Repubblica respingendo la legge Gasparri - che non basta manomettere le leggi. Restano i princìpi. E allora bisogna liberarsi di quell’ingombro che segna la nostra storia.
    Michele Salvati si è chiesto, sul Corriere della Sera del 19 dicembre, se sia possibile un’Italia in cui si smetta di darsi del fascista e del comunista a vicenda. E’ una domanda civile e ragionevole. Richiede la ragionevolezza di accettare la storia patria così come è andata. E’ andata che ha vinto l’antifascismo. E questo vale per chi ha dato o rischiato la vita, per chi ha militato contro, per chi si è battuto pensando a una rivoluzione e non alla democrazia. La vittoria dell’antifascismo ci ha resi tutti altrettanto liberi. L’antifascismo non è un optional della storia, è esattamente quello che è: la fine del fascismo, delle persecuzioni, del razzismo di Stato.
    Ci sono due recenti episodi che vorrei ricordare. Al funerale di Luciano Berio, uno dei più grandi compositori del mondo, la banda del paese di Radicondoli (Siena) ha suonato “Bella ciao”. Alla cerimonia commemorativa per la morte del premio Nobel per l’economia Franco Modigliani, a Cambridge, il Quartetto d’archi di Harvard, nel Kresge Auditorium del Massachusetts Institute of Technology, ha suonato “Bella ciao”.
    Se l’equilibrio istituzionale, e non la fervorosa militanza partitica, fosse il riferimento di Marcello Pera, il presidente del Senato potrebbe capire da queste due piccole storie di grandi italiani, quanto assurde e offensive siano apparse a molti le sue parole sull’antifascismo.

    (dedicato ANCHE al maggiordomo)

  6. #6
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    Predefinito

    l'antifascismo è un'anticaglia storica ormai. Va senz'altro rimosso.

    Si facciano riferimenti in positivo, e che abbiano un senso per il nostro tempo. Stare troppo attaccati alla storia impedisce di evolvere, di interpretare correttamente la realtà presente. Il passato deve passare, vale per gli individui e vale per le comunità nazionali. Se no staremmo ancora a discutere di guelfi e ghibellini...

    saluti

  7. #7
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    In origine postato da Felix
    l'antifascismo è un'anticaglia storica ormai. Va senz'altro rimosso.

    Si facciano riferimenti in positivo, e che abbiano un senso per il nostro tempo. Stare troppo attaccati alla storia impedisce di evolvere, di interpretare correttamente la realtà presente. Il passato deve passare, vale per gli individui e vale per le comunità nazionali. Se no staremmo ancora a discutere di guelfi e ghibellini...

    saluti
    Belle parole.

    Qualche esempio in positivo del fascismo?

  8. #8
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    Finchè ci saranno persone che dicono che l'antifascismo è un rottame di cui si può benissimo fare a meno, ci sarà bisogno di antifascismo. Quando veramente non ce ne sarà più bisogno, esso si estinguerà da sè.

  9. #9
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    è già in via di estinzione, se non te ne fossi accorto...
    Solo qualche nostalgico o fanatico si gingilla ancora con i vuoti discorsi dell' "antifascismo"...

    Paulo maiora canamus, siamo nel 2003, non nel 1946. Sveglia!!!

  10. #10
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    Predefinito

    In origine postato da Felix
    è già in via di estinzione, se non te ne fossi accorto...
    Solo qualche nostalgico o fanatico si gingilla ancora con i vuoti discorsi dell' "antifascismo"...

    Paulo maiora canamus, siamo nel 2003, non nel 1946. Sveglia!!!
    Già; siamo nel 2003.
    Con i fascisti al governo; e con il Presidente del Senato che vorrebbe cancellare dalla Costituzione la menzione all'antifascismo.

    Che strane coincidenze...

 

 
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