Il nostro ministro della Difesa, Antonio Martino, ha annunciato che l'Italia potrebbe costituirsi parte civile nel processo contro Saddam Hussein se risultasse che l'ex dittatore ha qualche responsabilità nell'attacco alla base di Nassirya che costò la vita a diciassette soldati italiani.
A me sembra un'ipotesi lunare. Da che mondo è mondo la guerra è uno stato eccezionale in cui diventa lecito, per entrambe le parti contendenti, ciò che in tempo di pace è criminale: uccidere. Per questo fin dai tempi più antichi il passaggio dallo stato di pace a quello di guerra è sempre stato segnato da rigorosi riti di demarcazione. Nei tempi moderni a rimarcare questo stato eccezionale, questo "cerchio magico" nel tempo e nello spazio, in cui sono lecite azioni altrimenti criminali, c'era la dichiarazione di guerra che veniva consegnata, con le opportune formalità, all'ambasciatore del Paese con cui si intendeva entrare in conflitto. Dopo di che gli stessi ambasciatori venivano ritirati e i cittadini del Paese divenuto nemico venivano espulsi insieme, e a maggior ragione, ai giornalisti.
Oggi, in Occidente, ci si vergogna di fare la guerra, poiché l'abbiamo per troppo tempo demonizzata (quando la facevano gli altri, naturalmente, vedi Bosnia o Somalia o Kosovo), per cui la si fa ma non la si dichiara più e la si maschera con nomi d'ipocrisia come "operazione umanitaria" o di "peace keeping". Questo crea una grandissima confusione. Può accadere che ambasciate dei belligeranti restino nella capitale del nemico che i loro Paesi stanno bombardando, come è stato per quella italiana a Belgrado nel 1999, o che un giornalista del nemico trasmetta liberamente non al riparo delle proprie linee ma dalla terrazza del più importante albergo della capitale avversaria, come fu permesso a Peter Arnett durante la prima guerra del Golfo (chiamata "operazione di polizia internazionale").
Ma la confusione non può arrivare al punto di considerare crimini gli attacchi a truppe occupanti, armate ed equipaggiate come tali, quali erano e sono quelle italiane basate a Nassirya. Quando gli americani, uccidono dei guerriglieri iracheni noi non lo consideriamo un crimine, ma un legittimo atto di guerra. Ma deve valere anche la reciproca. Dice: ma noi italiani non siamo occupanti, siamo lì per il bene degli iracheni e per portare loro la democrazia. Peccato che ci sia una buona parte degli iracheni che non la pensa così e che non vuole la democrazia portata sulla punta dei nostri fucili. Perché mai, in nome di quale privilegio divino, la nostra interpretazione dei fatti deve valere più della loro?
Tutti i conflitti nascono da una diversa interpretazione della situazione da parte dei due o più contendenti. Quando non si riesce a mettersi d'accordo si fa la guerra. Che non è una cosa sporca, come tutta l'ipocrisia e la cattiva coscienza occidentale la considera, ma un modo, sia pure estremo, per risolvere un conflitto. Sporco è caso mai il modo in cui la si fa. Sporca e sleale è una situazione in cui una sola delle parti può colpire e l'altra deve solo subire, come ha fatto la Nato in Jugoslavia e gli americani in Afghanistan. Che questo avvenga di fatto è già grave, perché snatura il senso stesso della guerra dove l'eccezionale legittimità di uccidere deriva dala possibilità di essere altrettanto legittimamente uccisi.Se questa possibilità non c'è, se non c'è il combattimento, non si tratta più, proprio dal punto di vista tecnico, di una guerra, ma di una situazione che, come scrive il polemologo Lewis Coser, "non si differenzia sostanzialmente dall'attacco dello strangolatore contro la sua vittima". Ma arrivare addirittura a pretendere di non essere colpiti, e di considerare ciò un crimine da portare in Tribunale come vuole il ministro Martino, mentre i nostri alleati (e quindi anche noi) stanno massacrando gli iracheni a decine di migliaia (15mila sono i morti iracheni secondo stime semiufficiali, 55mila secondo l'associazione di medici inglesi, Medacg, che opera su quel campo) è semplicemente grottesco.
Massimo Fini




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