Dal Mattino del 1 maggio 2003
PRIMO MAGGIO, LA RICERCA
«Alcuni sediziosi artefici dello stabilimento di Pietrarsa si sono riuniti stamattina nel cortile della fabbrica inneggiando al passato governo ed attaccando un corpo di bersaglieri...si contano numerosi feriti e quattro caduti: Olivieri Aniello, Del Grosso Domenico, Fabbricini Luigi, Marino Aniello...». Firmato: Nicola Amore, questore.
Gennaro De Crescenzo, fondatore e presidente dell’Associazione culturale Neoborbonica, ne ha riscoperti tanti di episodi come questo del 1863, durante le ricerche per un saggio dal titolo Le industrie del Regno di Napoli (Grimaldi editore), pubblicato nel dicembre scorso. Leggendo e studiando i fasci del «Fondo Questura» dell’Archivio di Stato di Napoli, De Crescenzo, professore di Italiano e Storia, rimane colpito dalla vicenda di Pietrarsa, un episodio significativo eppure tra i meno conosciuti della storia delle lotte dei lavoratori, e soprattutto da uno dei suoi sfortunati protagonisti. Per ricostruire importanti pagine scritte all’indomani dell’unità d’Italia, in occasione del primo maggio, ha voluto raccontare con lo stile dell’epoca la storia di questo giovane martire-operaio di San Giovanni, che nella «fabbrica più grande del Regno» - il Reale Opificio di Pietrarsa inaugurato da Re Ferdinando in persona - aveva creduto di trovare un mezzo per realizzare i propri sogni. Quell’orgoglio di «metalmeccanico» però era presto svanito tra il fuoco ed il fumo delle macchine, «ma con un padre che invecchia così doveva andare». E con moglie e due figli il giovane caposquadra nemmeno si accorgeva più del tempo che passava. Un giorno sentì parlare dell'arrivo di Garibaldi e dell’Italia, di re Francesco che se ne andava. «Ma poi chi erano questi Savoia che non parlavano napoletano ma francese...», ed il nuovo proprietario che nemmeno lo guardava in faccia, i continui licenziamenti.
Aniello Olivieri non ci pensava proprio a morire quella mattina del 1863. Anzi, cercava di calmare i suoi compagni e quanti gridavano «Fuori i Savoia dall'Italia». Una sola volta. Poi i colpi dei bersaglieri, che non avrebbero dovuto ed invece spararono: «E dopo le due palle in corpo pure la baionetta e nessuno li ferma... nella fabbrica mia!» Tutti quegli anni ed ecco che lo sente un'altra volta il mare, il sole. L’episodio andò oltre: si racconta che le famiglie delle vittime si fecero fare dei quadri per testimoniare l'eccidio in città. Quadri poi sequestrati dalla questura, vicenda in cui fu coinvolto anche il questore Nicola Amore.




Rispondi Citando
