...Angelo Panebianco
Roma. Di cosa parliamo, quando parliamo di pluralismo? Secondo il politologo Angelo Panebianco, docente di Scienza politica all’Università di Bologna, nella polemica sulla legge Gasparri molto spesso il pluralismo viene nominato invano, magari come sinonimo di libertà e concorrenza.
Ma da noi, “pluralismo non ha mai significato vera competizione e non ha mai avuto come fine la libertà degli individui, maquello di garantire sfere d’influenza. Va chiarito, prima di tutto, il rapporto tra pluralismo e libertà. In Italia si assume che pluralismo sia sinonimo di libertà, mentre nel mondo anglosassone questa identificazione automatica non esiste. E’, certamente,
una condizione della libertà, ma può anche entrare in conflitto con essa. Il pluralismo, inteso come presenza di una diversità di attori istituzionali e sociali, è condizione necessaria ma non sufficiente per avere un regime di libertà. La cultura del mondo anglosassone è individualista, e ha sempre al centro il problema su come conciliare pluralismo e libertà individuale. In quella tradizione, il riferimento principale è James Madison, quando contrappone la repubblica allargata degli Stati Uniti alle repubbliche antiche, dove la divisione in fazioni portava, prima o poi, alla tirannia, e quindi alla fine della libertà.
Nel Ventesimo secolo, quella tradizione, di cui è esponente anche Tocqueville l’ha ripresa soprattutto David Truman, quando parla di pluralismo dei gruppi. Un pluralismo vitale, secondo lui, in quanto basato su appartenenze multiple (lo stesso individuo può far parte di più associazioni) e volontarie. Questo pluralismo associativo tutela la libertà, anche perché impedisce al potere politico di diventare monolitico”. Nell’accezione anglosassone, quindi, la preoccupazione per gli eventuali esiti negativi del pluralismo per la libertà è molto sentita, “perché è sempre viva la percezione che quella pluralità di gruppi può diventare oppressiva degli individui. Lo diventa quando i gruppi, anziché competere, colludono. Ciascuno si ritaglia la propria area d’influenza e poi ci si mette d’accordo.
A questo punto le libertà non sono più tutelate, e i gruppi diventano oppressivi dei singoli. Finisce quella libera concorrenza tra gruppi che è tutela indiretta delle libertà individuali”.
Un’analoga preoccupazione non è presente nel dna della versione europea del pluralismo: “Nel contesto europeo, soprattutto tedesco e anche italiano, il pluralismo è declinato in chiave corporativa. Vuol dire, semplicemente, che più gruppi hanno possibilità di esistenza. Ma il referente non è più la libertà individuale. Nelle stratificate società europee, con le loro istituzioni che vengono dal passato, le istituzioni cercano di salvaguardare la libertà di gruppo, intesa come libertà corporativa, con i suoi privilegi. Largamente identificabile col corporativismo, il termine pluralismo viene usato per addolcire una parola screditata dai fascismi”.
Un esempio? “Da noi l’importanza della corporazione è tale che persone in assoluta buona fede pensano che, in una società liberale, quello che conta sia l’indipendenza della magistratura. In una società liberale autentica, quello che conta è invece l’indipendenza del singolo giudice. Qui invece, dove la visione è di tipo corporativo, bisogna assicurare prima di tutto l’indipendenza dei gruppi corporati”. Succede così che “quando la parola pluralismo viene usata da un americano e da un italiano, al suono simile corrispondono cose abbastanza diverse. Il pluralismo italiano non significa libera e spontanea competizione tra gruppi che si formano autonomamente, e che non hanno bisogno di chiedere l’autorizzazione dello Stato per esistere. Significa che lo Stato assicura a una pluralità di gruppi corporati il riconoscimento politico e il diritto all’esistenza”.
Questo va sempre a scapito delle libertà individuali? “Quasi sempre. Perché nel momento in cui il problema non è la tutela dell’individuo come fine ultimo ma la tutela delle varie posizioni di forza che si sono formate nella società e il riconoscimento politico e la tutela politica, il pluralismo diventa cosa assai diversa da quello anglosassone, autenticamente liberale. Da noi non contano gli individui. I gruppi corporati possono anche dominare gli individui. Pensiamo a tutta la letteratura sul neocorporativismo e sulla presenza di grandi organizzazioni sindacali fortemente centralizzate, che possono fare accordi e patti con lo Stato e con gli imprenditori. Nel momento in cui i gruppi godono del riconoscimento dello Stato, che ne legalizzata la sfera d’influenza e ne garantisce i privilegi, chi controlla questi gruppi può esercitare impunemente potere sugli iscritti e su tutti coloro che in qualche modo ricadono nella sua sfera d’influenza”.
Il caso del sindacato non è isolato, ma “solo un caso speciale, naturalmente importantissimo, di un problema più generale, che riguarda proprio il modo di concepire il pluralismo.
Una società pluralistica, nel vocabolario delle società non liberali e corporative, è quella in cui il pluralismo è garantito dallo Stato che assicura sfere d’influenza. In questo modo, la collusione
tra i gruppi corporati e lo Stato diventa più probabile della competizione e del bilanciamento”.
E’ questa la ragione per cui “il pluralismo in Italia ha avuto sempre un segno partitocratico, e la Rai ne è stata il simbolo, così come è stata il simbolo di questa ambiguità del termine ’pluralismo’ e del suo uso improprio.
Quando in Rai si passò dal partito unico, la Dc, alla fase in cui si decise che le reti venissero spartite anche con comunisti e socialisti, se ne parlò come di un fatto di libertà.
Non è vero: i gruppi corporati della politica si appropriarono semplicemente di pezzi del bene pubblico, su cui ciascuno poté piantare la propria bandierina.
E non solo. Si assunse anche che questo pluralismo non dovesse essere competitivo.
Storicamente, quindi, e proprio nel campo dell’informazione radiotelevisiva, il termine ‘pluralismo’ si connota come antitesi della competizione, all’insegna della spartizione collusiva di zone d’influenza”.
Pluralismo può significare, quantomeno, la garanzia di una proliferazione dei soggetti e dei protagonisti? “Questo aspetto riguarda piuttosto il tema del mercato. Dobbiamo capire se le norme antitrust debbano impedire la collusione (l’esempio classico è quello dell’accordo sui prezzi tra le principali imprese) o debbano anche garantire che le imprese siano molte. Se le imprese sul mercato sono molte devono ovviamente anche essere piccole. E’ un tema di conflitto molto vivo anche negli Stati Uniti. L’antitrust ha almeno due fasi, nella storia americana. Una prima fase, in cui è essenzialmente controllo sulla correttezza delle imprese e vigilanza perché non si mettano d’accordo ai danni dei consumatori e della libera concorrenza. Poi diventa anche un sistema di controllo per bloccare l’espansione delle grandi imprese, e impedire che un’impresa sbaragli i contendenti e riduca i soggetti in competizione. Quest’ultima accezione è criticata da molti tra i più accesi fautori del libero mercato, che pensano che comporti un andar contro le sue regole. Se un’impresa è più capace di altre, dicono, non c’è alcun motivo di limitarne l’espansione”.
Secondo Panebianco, comunque, non ci si può nascondere che “la questione dell’etere, in Italia, pone problemi particolari, almeno fino a quando non si arriverà al paradiso digitale realizzato. Io mi sono pronunciato in tutti i modi possibili per la privatizzazione della Rai, ma, al dunque, non mi ritrovo in folta compagnia”.
Se si vuole un vero mercato competitivo, in cui sia tutelata la libertà del cittadino, secondo Panebianco il pluralismo all’italiana va tradotto in un’altra chiave: “Lo Stato deve uscire dal mercato o almeno la sua presenza deve essere drasticamente ridotta. E’ giusto favorire l’ingresso di nuovi attori privati, ma per farlo bisogna eliminare la saturazione legata alla presenza dello Stato”. Il vero ostacolo da rimuovere è soprattutto quello, “ma mi pare di capire che i due schieramenti politici siano entrambi interessati al mantenimento del duopolio. C’è un accordo di fondo su un punto: Rai e Mediaset non si toccano. Nella nostra storia c’è l’accordo di lottizzazione tra il sovietico e il corporativo ai tempi della sola Rai, poi un grande fatto di libertà con l’arrivo del soggetto privato. Ma la potenza privata che si è formata ha trovato comodo spartire con la potenza dello Stato le risorse. Se ci fosse veramente la volontà di realizzare un mercato competitivo ci sarebbero ripercussioni pesanti sia sulla Rai che su Mediaset.
Ma, come diceva Adam Smith, che amava il mercato ma non i mercanti, sono proprio i mercanti che cercano, per primi, di ridurre la concorrenza”.
su il Foglio di giovedì 18 dicembre 2003
saluti




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