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    Predefinito Il pluralismo: intervista ad....

    ...Angelo Panebianco

    Roma. Di cosa parliamo, quando parliamo di pluralismo? Secondo il politologo Angelo Panebianco, docente di Scienza politica all’Università di Bologna, nella polemica sulla legge Gasparri molto spesso il pluralismo viene nominato invano, magari come sinonimo di libertà e concorrenza.
    Ma da noi, “pluralismo non ha mai significato vera competizione e non ha mai avuto come fine la libertà degli individui, maquello di garantire sfere d’influenza. Va chiarito, prima di tutto, il rapporto tra pluralismo e libertà. In Italia si assume che pluralismo sia sinonimo di libertà, mentre nel mondo anglosassone questa identificazione automatica non esiste. E’, certamente,
    una condizione della libertà, ma può anche entrare in conflitto con essa. Il pluralismo, inteso come presenza di una diversità di attori istituzionali e sociali, è condizione necessaria ma non sufficiente per avere un regime di libertà. La cultura del mondo anglosassone è individualista, e ha sempre al centro il problema su come conciliare pluralismo e libertà individuale. In quella tradizione, il riferimento principale è James Madison, quando contrappone la repubblica allargata degli Stati Uniti alle repubbliche antiche, dove la divisione in fazioni portava, prima o poi, alla tirannia, e quindi alla fine della libertà.
    Nel Ventesimo secolo, quella tradizione, di cui è esponente anche Tocqueville l’ha ripresa soprattutto David Truman, quando parla di pluralismo dei gruppi. Un pluralismo vitale, secondo lui, in quanto basato su appartenenze multiple (lo stesso individuo può far parte di più associazioni) e volontarie. Questo pluralismo associativo tutela la libertà, anche perché impedisce al potere politico di diventare monolitico”. Nell’accezione anglosassone, quindi, la preoccupazione per gli eventuali esiti negativi del pluralismo per la libertà è molto sentita, “perché è sempre viva la percezione che quella pluralità di gruppi può diventare oppressiva degli individui. Lo diventa quando i gruppi, anziché competere, colludono. Ciascuno si ritaglia la propria area d’influenza e poi ci si mette d’accordo.
    A questo punto le libertà non sono più tutelate, e i gruppi diventano oppressivi dei singoli. Finisce quella libera concorrenza tra gruppi che è tutela indiretta delle libertà individuali”.
    Un’analoga preoccupazione non è presente nel dna della versione europea del pluralismo: “Nel contesto europeo, soprattutto tedesco e anche italiano, il pluralismo è declinato in chiave corporativa. Vuol dire, semplicemente, che più gruppi hanno possibilità di esistenza. Ma il referente non è più la libertà individuale. Nelle stratificate società europee, con le loro istituzioni che vengono dal passato, le istituzioni cercano di salvaguardare la libertà di gruppo, intesa come libertà corporativa, con i suoi privilegi. Largamente identificabile col corporativismo, il termine pluralismo viene usato per addolcire una parola screditata dai fascismi”.

    Un esempio? “Da noi l’importanza della corporazione è tale che persone in assoluta buona fede pensano che, in una società liberale, quello che conta sia l’indipendenza della magistratura. In una società liberale autentica, quello che conta è invece l’indipendenza del singolo giudice. Qui invece, dove la visione è di tipo corporativo, bisogna assicurare prima di tutto l’indipendenza dei gruppi corporati”. Succede così che “quando la parola pluralismo viene usata da un americano e da un italiano, al suono simile corrispondono cose abbastanza diverse. Il pluralismo italiano non significa libera e spontanea competizione tra gruppi che si formano autonomamente, e che non hanno bisogno di chiedere l’autorizzazione dello Stato per esistere. Significa che lo Stato assicura a una pluralità di gruppi corporati il riconoscimento politico e il diritto all’esistenza”.
    Questo va sempre a scapito delle libertà individuali? “Quasi sempre. Perché nel momento in cui il problema non è la tutela dell’individuo come fine ultimo ma la tutela delle varie posizioni di forza che si sono formate nella società e il riconoscimento politico e la tutela politica, il pluralismo diventa cosa assai diversa da quello anglosassone, autenticamente liberale. Da noi non contano gli individui. I gruppi corporati possono anche dominare gli individui. Pensiamo a tutta la letteratura sul neocorporativismo e sulla presenza di grandi organizzazioni sindacali fortemente centralizzate, che possono fare accordi e patti con lo Stato e con gli imprenditori. Nel momento in cui i gruppi godono del riconoscimento dello Stato, che ne legalizzata la sfera d’influenza e ne garantisce i privilegi, chi controlla questi gruppi può esercitare impunemente potere sugli iscritti e su tutti coloro che in qualche modo ricadono nella sua sfera d’influenza”.
    Il caso del sindacato non è isolato, ma “solo un caso speciale, naturalmente importantissimo, di un problema più generale, che riguarda proprio il modo di concepire il pluralismo.
    Una società pluralistica, nel vocabolario delle società non liberali e corporative, è quella in cui il pluralismo è garantito dallo Stato che assicura sfere d’influenza. In questo modo, la collusione
    tra i gruppi corporati e lo Stato diventa più probabile della competizione e del bilanciamento”.
    E’ questa la ragione per cui “il pluralismo in Italia ha avuto sempre un segno partitocratico, e la Rai ne è stata il simbolo, così come è stata il simbolo di questa ambiguità del termine ’pluralismo’ e del suo uso improprio.
    Quando in Rai si passò dal partito unico, la Dc, alla fase in cui si decise che le reti venissero spartite anche con comunisti e socialisti, se ne parlò come di un fatto di libertà.
    Non è vero: i gruppi corporati della politica si appropriarono semplicemente di pezzi del bene pubblico, su cui ciascuno poté piantare la propria bandierina.
    E non solo. Si assunse anche che questo pluralismo non dovesse essere competitivo.
    Storicamente, quindi, e proprio nel campo dell’informazione radiotelevisiva, il termine ‘pluralismo’ si connota come antitesi della competizione, all’insegna della spartizione collusiva di zone d’influenza”.

    Pluralismo può significare, quantomeno, la garanzia di una proliferazione dei soggetti e dei protagonisti? “Questo aspetto riguarda piuttosto il tema del mercato. Dobbiamo capire se le norme antitrust debbano impedire la collusione (l’esempio classico è quello dell’accordo sui prezzi tra le principali imprese) o debbano anche garantire che le imprese siano molte. Se le imprese sul mercato sono molte devono ovviamente anche essere piccole. E’ un tema di conflitto molto vivo anche negli Stati Uniti. L’antitrust ha almeno due fasi, nella storia americana. Una prima fase, in cui è essenzialmente controllo sulla correttezza delle imprese e vigilanza perché non si mettano d’accordo ai danni dei consumatori e della libera concorrenza. Poi diventa anche un sistema di controllo per bloccare l’espansione delle grandi imprese, e impedire che un’impresa sbaragli i contendenti e riduca i soggetti in competizione. Quest’ultima accezione è criticata da molti tra i più accesi fautori del libero mercato, che pensano che comporti un andar contro le sue regole. Se un’impresa è più capace di altre, dicono, non c’è alcun motivo di limitarne l’espansione”.

    Secondo Panebianco, comunque, non ci si può nascondere che “la questione dell’etere, in Italia, pone problemi particolari, almeno fino a quando non si arriverà al paradiso digitale realizzato. Io mi sono pronunciato in tutti i modi possibili per la privatizzazione della Rai, ma, al dunque, non mi ritrovo in folta compagnia”.
    Se si vuole un vero mercato competitivo, in cui sia tutelata la libertà del cittadino, secondo Panebianco il pluralismo all’italiana va tradotto in un’altra chiave: “Lo Stato deve uscire dal mercato o almeno la sua presenza deve essere drasticamente ridotta. E’ giusto favorire l’ingresso di nuovi attori privati, ma per farlo bisogna eliminare la saturazione legata alla presenza dello Stato”. Il vero ostacolo da rimuovere è soprattutto quello, “ma mi pare di capire che i due schieramenti politici siano entrambi interessati al mantenimento del duopolio. C’è un accordo di fondo su un punto: Rai e Mediaset non si toccano. Nella nostra storia c’è l’accordo di lottizzazione tra il sovietico e il corporativo ai tempi della sola Rai, poi un grande fatto di libertà con l’arrivo del soggetto privato. Ma la potenza privata che si è formata ha trovato comodo spartire con la potenza dello Stato le risorse. Se ci fosse veramente la volontà di realizzare un mercato competitivo ci sarebbero ripercussioni pesanti sia sulla Rai che su Mediaset.
    Ma, come diceva Adam Smith, che amava il mercato ma non i mercanti, sono proprio i mercanti che cercano, per primi, di ridurre la concorrenza”.

    su il Foglio di giovedì 18 dicembre 2003

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Signor presidente - Le formulo gli augùri più cordiali […] e le rinnovo la mia stima personale e il rispetto della sua funzione.
    L’occasione è d’obbligo per i bilanci. I temi principali da ricordare di questo 2003 credo che siano la guerra all’Iraq di Saddam Hussein, l’Europa e noi.

    La guerra all’Iraq
    Sulla guerra il mondo si è diviso prima. Si è diviso il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Si sono divisi i paesi europei. Si sono divise le opinioni pubbliche. Si sono divise maggioranze e opposizioni e, in alcuni paesi europei, si sono divisi anche gli stessi partiti o coalizioni al governo.
    Al fondo, i punti delle divisioni erano tre.
    Il primo: la guerra a Saddam Hussein era legittima?
    Era una guerra preventiva?
    Una guerra di aggressione a uno Stato sovrano?
    Era autorizzata da organismi internazionali riconosciuti o solo da una occasionale “coalizione di volenterosi”, com’è stata definita? Il secondo: la guerra a Saddam era giustificata, opportuna, utile, necessaria?
    L’Iraq di Saddam era uno Stato canaglia? Era una dittatura che minacciava la stabilità dell’area, che ospitava mezzi di distruzioni di massa, che favoriva il terrorismo, da quello palestinese agli altri dei fondamentalisti islamici? Oppure no?
    Il terzo punto era forse il più importante e profondo. Nell’attacco dell’11 settembre e nella conseguente guerra prima all’Afghanistan dei Talebani e poi all’Iraq di Saddam erano sotto tiro gli Stati Uniti, oppure era minacciata la nostra stessa civiltà occidentale, quella basata sulla libertà, la democrazia, l’uguaglianza, la tolleranza, la solidarietà, l’integrazione?
    E se è questo che era in gioco, fino a che punto una civiltà minacciata ha diritto di difendersi, e con quali strumenti?
    Era comprensibile che su questi interrogativi il mondo si dividesse prima. E’ meno comprensibile che si sia diviso anche dopo, e che lo rimanga anche adesso che il dittatore Saddam è stato catturato. Invece è accaduto.
    Le divisioni
    Vi sono divisioni sulla ricostruzione dell’Iraq, sul ruolo della coalizione, sull’impegno di altri paesi in quest’opera, sui tempi e sui modi del trasferimento dei poteri agli iracheni.
    Il fondo della questione sembra a me sempre lo stesso, ed è che le divisioni che si sono verificate sono soprattutto di tipo culturale, fra chi, da un lato, ha ritenuti seriamente minacciati i nostri princìpi e i nostri valori fino al punto di difenderli con l’arma estrema, e coloro invece che hanno ritenuto l’11 settembre un episodio, sia pur drammatico e tragico, delle relazioni internazionali, da trattare perciò con le consuete armi della diplomazia e della politica, o magari con mal dissimulata sottovalutazione.
    Non è un caso, io credo, che entro e a lato di questa divisione culturale siano nate le polemiche sull’antiamericanismo, l’imperialismo americano, la globalizzazione, la civiltà occidentale, l’antisemitismo.
    L’anno si chiude e purtroppo questi nodi non sono ancora sciolti.

    L’Europa divisa
    Qui il discorso porta al secondo punto, l’Europa. L’Unione europea si è trovata a darsi una Costituzione nel momento della sua massima divisione. E, come ho già avuto modo di dire e scrivere, è da considerarsi miracoloso che, nonostante ciò, essa abbia
    trovato un ampio accordo all’interno della Convenzione che ha preparato il Trattato costituzionale.
    Quel Trattato, al suo apparire, fu variamente giudicato: come un
    passo avanti sensibile, come un compromesso promettente, come un compromesso invece insufficiente o addirittura controproducente per gli sviluppi futuri.
    Credo che furono lungimiranti coloro che, pur sollevando riserve, sostennero fin dall’inizio l’opportunità di firmarlo rapidamente, per
    il timore che il nobile desiderio di ottenere di più si scontrasse con la realtà che invece prometteva assai di meno. La realtà, alla fine,
    ha purtroppo prevalso sull’ideale.
    L’Europa già divisa dalla guerra a Saddam ha partorito ulteriori divisioni: sul modo di impostare e risolvere i problemi del dopoguerra e anche sul suo stesso modo di stare assieme secondo le regole del trattato di Maastricht, le quali regolano il pilastro apparentemente più robusto dell’Unione, quello economico-finanziario.
    Al fondo di queste ulteriori divisioni si intravedevano le immagini di due Europe divise da interessi nazionali e da prospettive non compatibili. In questa situazione obiettiva, il cammino della nostra presidenza era in salita fin dall’inizio.
    Giustamente, io credo, l’Italia ha giocato un ruolo di cerniera, quale si addice a un paese fondatore, fautore dell’allargamento e sostenitore di strette relazioni con gli Stati Uniti.
    L’impresa era difficile ed è stata mancata, nonostante l’impegno e importanti risultati conseguiti, in particolare quello della difesa europea e la collaborazione con la Nato.
    Più che sulle responsabilità, credo convenga ora riflettere sui problemi obiettivi. E questi problemi sono vari ma infine sempre gli stessi: le relazioni euro-atlantiche, forse troppo ottimisticamente nascoste dallo slogan “siamo tutti americani” pronunciato all’indomani dell’11 settembre, l’allargamento ai nuovi paesi, anch’esso forse troppo frettolosamente dipinto come una riunificazione dell’Europa, la politica estera, quella fiscale, quella sociale, fin dall’inizio considerate da alcuni dominio esclusivo degli Stati nazionali.
    Credo che fino a quando i governi europei non produrranno politiche comuni su questi temi e non mostreranno una convergenza sufficiente sarà difficile andare oltre gli attuali trattati. Almeno nella fase iniziale, come del resto accadde ai primordi dell’Europa dei sei, le istituzioni seguono le politiche, non le precedono. E però, nonostante la temporanea fermata del processo che si è verificata a Bruxelles, occorrerà insistere e non arrendersi. Un particolare ruolo propulsore spetta a chi ha più responsabilità ed esperienza storica.
    Anche a noi, dunque.
    Occorre che questo ruolo sia svolto. Ma occorre anche evitare i rischi che esso si porta con sé.
    Il rischio di non offrire un ancoraggio ai paesi dell’Est europeo appena usciti dal comunismo. Il rischio di mettere un’Europa contro l’altra.
    Il rischio di produrre velocità diverse e, con il tempo, non più recuperabili.
    Il rischio di creare egemonie e gerarchie.
    Il rischio di innescare ritorsioni.
    Anche i fondatori dell’Europa ebbero un ruolo propulsore, ma quel ruolo esso lo svolsero non in modo critico o polemico o contrario all’interesse di altri paesi. Oggi potrebbe essere diverso e, per evitare che le divergenze diventino fratture, occorre essere assai prudenti.

    Il bipolarismo in Italia
    Siamo all’ultimo tema. Le divisioni soprattutto sulla guerra si sono prodotte anche nel nostro paese, dopo che il governo ha deciso di appoggiare politicamente la posizione della coalizione dei volenterosi senza partecipare ad azioni belliche.
    Vedremo se dai prossimi dibattiti parlamentari una posizione comune nel nome di un interesse nazionale condiviso emergerà. Il tragico attacco terroristico che è costato la vita ai nostri soldati e Carabinieri a Nassiriyah ha prodotto una vasta reazione.
    La maggior parte dell’opinione pubblica, molte forze politiche, le forze armate, la stessa Chiesa cattolica hanno reagito testimoniando non solo pietà per le vittime e solidarietà ai familiari, ma anche un forte sentimento di dignità e unità nazionale.
    E di approvazione per l’opera dei nostri militari inviati in Iraq per contribuire alla sua ricostruzione, garantire la sua sicurezza, assecondarne la transizione a un regime di libertà.
    E’ augurabile che questo sentimento sia un viatico per la nostra azione all’estero e che una maggiore concordia si produca anche nella politica interna.
    Non ripeto in proposito cose già dette più volte.
    Il bipolarismo italiano ha bisogno ancora di consolidarsi mediante la piena legittimazione reciproca.
    Le riforme costituzionali che sono iniziate in Senato, in un clima che non è di contrapposizione ma di confronto e di reciproca attenzione, lasciano sperare che si apra un terreno in cui il nostro bipolarismo possa crescere e diventare adulto.
    Non c’è ragione perché anche in Italia, come dappertutto in Europa, ciò non avvenga.
    Grazie, signor presidente, e auguri cordiali per la sua persona e la sua funzione.

    Marcello Pera, presidente del Senato
    pronunciato al Quirinale il 18 dicembre 2003

    preso da il Foglio

    saluti

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    Predefinito La seconda carica dello Stato non...

    ....politicamente corretto. Dimissioni, chiedono i neo-fascisti

    Pluralismo per pluralismo, ieri le alte cariche dello Stato, convocate al Quirinale per gli auguri di Natale a Carlo Azeglio Ciampi, hanno avuto in sorte una sorpresa: un discorso all’insegna della brevitas, ben scritto e pronunciato, che il presidente del Senato ha tenuto con voce alta e chiara, nel più assoluto disdegno del politicamente corretto, del conformismo concettuale ed esornativo. Naturalmente le opposizioni più faziose hanno chiesto le dimissioni di Marcello Pera, hanno torvamente giudicato le sue parole “un comizio”, e hanno trovato “surreale” che in una sala di specchi e stucchi si dicessero delle cose che hanno un senso politico preciso, niente di rivoluzionario ma molto di serio e di impegnativo.
    La sinistra dei parvenus non può accettare che l’oratoria della Repubblica sia inquinata dall’analisi politica libera e da idee compiutamente formulate: preferisce la ciancia pomposa, l’uniformità e la monotonia dello stile. Pubblichiamo il testo integrale del discorso perché il lettore si renda conto che anche le istituzioni neutre sono permeabili da un quantum di saggezza politica.

    Pera ha detto tutto in tre cartelle.
    Ha detto che dopo la liberazione dell’Iraq e l’arresto di Saddam Hussein è grottesca ogni divisione dell’Occidente nella lotta al terrorismo e per la sicurezza globale.
    Ha detto che l’Europa costituzionale non si è fatta perché era politicamente divisa sulle questioni cruciali della nostra epoca, e che non ci si deve piegare a un’Unione divisiva a due velocità, segnata da egemonismi.
    Ha detto che bisogna rendere compiuto il bipolarismo politico nel segno dell’alternanza e delle riforme istituzionali.
    Non è stato cortesemente reticente, ha preferito esprimere un pensiero educatamente ed elegantemente difforme dal sentito dire di Palazzo. Così come aveva fatto nel giudicare il passaggio storico dall’antifascismo militante e sghembo della vecchia retorica repubblicana a una posizione di coerente liberaldemocrazia nel segno della critica a tutti i totalitarismi.
    (Su questo Ciampi ha ribadito il suo dissenso, parlando di una Repubblica fondata “sul Risorgimento e sulla Resistenza”: ma è naturale e opportuno che esista una dialettica nelle istituzioni, così come esiste nella cultura e nella società.)
    Il presidente del Senato non ha dato solo un contributo di idee, ha dato una lezione di stile personale e di impegno intellettuale e politico, facendo il suo mestiere.
    Al meglio.

    da il Foglio

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Le leggi e...

    ....la mobilia

    Promemoria (ad uso bamboccetti) su come in Italia s’è governato
    con decreti salva aziende.

    Rai, 13 interventi in 23 anni

    Roma. Da ieri, in materia televisiva è tutto un po’ più chiaro. L’intervista a Repubblica del segretario ds ha fatto cadere veli e illusioni. Non sono solo girotondini e “antagonisti”, a dare la lettura più radicale della mancata firma del capo dello Stato alla legge Gasparri.
    Piero Fassino per primo punta a inchiodare il presidente del Consiglio a un decreto che porti la sua firma per avere un facile argomento di campagna elettorale.
    E’ confortato da un bel plotone di costituzionalisti della sinistra, che si sbracciano argomentando a favore del fatto che la legge
    sul conflitto d’interessi per fortuna non è stata ancora approvata, dunque Silvio Berlusconi il decreto non solo può ma anzi “deve”
    firmarlo, ché il vicepremier, Costituzione alla mano, prende la penna solo in caso di impedimento e qui impedimento non c’è.
    Il tutto, appunto, per potergli meglio rimproverare “il decreto
    della roba”, la salvaguardia per ukase della propria azienda, la legge ad personam, anzi ad familiam.

    La sinistra a testa bassa fece lo stesso sui due “decreti Berlusconi” antioscuramento emessi dal governo Craxi, nell’ottobre e dicembre del 1984.
    Il problema è che quei decreti, e quello che vedrà la luce la prossima settimana, nascono dal non doversi smontare
    un’azienda cresciuta nella lotta e capace di fare fior di profitti.
    La storia politica italiana è invece piena di decreti ad personam per salvare e tutelare aziende e interessi in dissesto.

    Vogliamo parlare dei decreti Fiat-Olivetti, nel 1993 e del ministro del Tesoro Luigi Spaventa, per riconoscere alla prima 3.000 e alla seconda 800 miliardi a ripiano di investimenti nel Mezzogiorno?

    Vogliamo parlare del decreto Olivetti, nel marzo del 1994 e del
    ministro del Lavoro Gino Giugni, con cui si deliberò l’assunzione nelle file della pubblica amministrazione di 1.500 dipendenti del gruppo di Ivrea, dissestato dall’insuccesso di chi oggi è editore del gruppo Repubblica-Espresso?

    Vogliamo ricordare che mesi dopo un altro decreto Olivetti si rese necessario, di fronte al fatto che 115 di loro nemmeno la licenza media avevano e dunque risultavano inimpiegabili nel ruolo pubblico previsto?

    Vogliamo parlare del decreto Omnitel con cui a poche ore dalle elezioni del 1994 si concesse all’ingegner de Benedetti la seconda licenza per la telefonia mobile gsm?

    Del decreto Cecchi Gori con cui Lamberto Dini, il giorno prima di dichiarare che si sarebbe candidato alle politiche, concesse all’allora patron di Tmc di concorrere ai diritti del calcio malgrado la legge lo inibisse a chi non copriva il 75 per cento del territorio nazionale?

    O del nuovo decreto Omnitel, del settembre 1996 e del ministro Antonio Maccanico, fatto per mettere i bastoni tra le ruote a chi avesse voluto candidarsi a scalzare nella gara per il terzo gestore mobile la posizione del duopolista, oltre che quella di Tim?

    Quando il Cav. salvò la Rai insieme al Pds
    Come si vede gli anni recenti sono fitti di provvedimenti con un nome e un cognome, emanati da ministri quasi sempre dell’Ulivo o prossimi a entrarvi, e spesso il nome e il cognome, senza destare alcuno scandalo, è quello di chi oggi anima l’orchestra degli scandalizzati. Lasciamo poi perdere quanti decreti “salvaRai”.
    Ne contiamo 13, negli ultimi 23 anni.
    Ma veniamo alla sostanza. Fassino non punta solo al decreto. Rilancia la solita, vecchia proposta, in materia televisiva, che al momento della battaglia torna alla labbra anche della più sedicente “riformista” tra le sinistre.
    Quella per cui a vendere deve essere solo il Cavaliere.
    La Rai, naturalmente, nel ragionamernto manca e non si tocca, resta e deve restare com’è.
    Circostanza che rende l’esempio di Reagan che smonta l’At&T nel 1981, addotto da Fassino, assolutamente comico, visto che al presidente americano tutto poteva passare per la testa tranne di smembrare un grande gruppo privato se vi fosse stato un duopolista pubblico che restava invece in sella.
    Ma tant’è, anche in questo Fassino replica vecchie canzoni.

    Era il 9 novemre 1993, e al convegno nazionale del Pds sull’informazione l’allora segretario Achille Occhetto lanciava la proposta di una sola rete tv ai privati e di abbassare i limiti antitrust di raccolta pubblicitaria. Sono passati dieci anni, ma la parola d’ordine è la stessa.
    E dire che il povero Cav., appena vinte le elezioni del 1994, di fronte al professor Claudio Demattè che minacciava di portare i libri in tribunale se non passava l’ennesinmo “decreto salva Rai”, decise di farlo approvare alla sua Forza Italia insieme a Ppi e Pds, e contro il voto di Lega e An.
    Nessuno lo ricorda, ma il perfido duopolista alla bisogna ha saputo fare esattamente ciò che l’opposizione, nei prossimi mesi, gli negherà con asprezza.


    Ciampi e Casini, una cantilena che diventa noiosa, insistono sulle "riforme" sottolineando la "necessità" di vaste maggioranze.
    Bene: chiamassero nei loro uffici "queste minoranze" per indicare loro come ci si comporta stando all'opposizione.
    In poche parole, imparassero dal Cav.

    saluti

    saluti

  6. #6
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    Predefinito FAZ, giornale....

    ....liberale

    Il settore televisivo italiano è ancora ben lontano dall’essere un libero mercato.
    Ne è convinto il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung che in un editoriale pubblicato ieri difende la riforma Gasparri dopo la bocciatura del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
    “La legge sulla tv del governo Berlusconi dovrebbe aprire nuovi mercati con sessanta canali digitali invece delle dodici vecchie emittenti”, scrive il corrispondente da Roma, Tobias Piller, che rimprovera ai rivali di Berlusconi di voler difendere con “nuove ricette posizioni statiche”. “In questa logica domina in primo luogo il tentativo di togliere qualcosa alle aziende di Berlusconi. Anche le sentenze dei giudici costituzionali citate dal capo dello Stato riguardano l’assegnazione burocratica di canali televisivi e frequenze. Non vi si valutano i principi costituzionali come la libertà imprenditoriale, il pluralismo e la libertà di informazione, ma ci si perde piuttosto nelle minuzie del patchwork di leggi italiane sui media”.
    Secondo il quotidiano tedesco i giudici costituzionali e molti politici non vogliono neanche considerare il fatto che gli italiani si siano espressi con un referendum per il mantenimento dei tre canali televisivi sotto il controllo di Berlusconi”.

    Ho!..ho!..ho!

    Deve giungere dalla Germania il puffetto sulle guance dei bamboccetti: ricordate il Referendum contro le televisioni di Berlusconi?

    saluti

  7. #7
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    Predefinito

    E il bello che che dai l'impressione di CREDERCI DAVVERO a quello che "incolli"...

    Mah!

  8. #8
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    Predefinito Re: FAZ, giornale....

    In origine postato da mustang
    ....liberale

    Il settore televisivo italiano è ancora ben lontano dall’essere un libero mercato.
    Ne è convinto il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung che in un editoriale pubblicato ieri difende la riforma Gasparri dopo la bocciatura del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
    “La legge sulla tv del governo Berlusconi dovrebbe aprire nuovi mercati con sessanta canali digitali invece delle dodici vecchie emittenti”, scrive il corrispondente da Roma, Tobias Piller, che rimprovera ai rivali di Berlusconi di voler difendere con “nuove ricette posizioni statiche”. “In questa logica domina in primo luogo il tentativo di togliere qualcosa alle aziende di Berlusconi. Anche le sentenze dei giudici costituzionali citate dal capo dello Stato riguardano l’assegnazione burocratica di canali televisivi e frequenze. Non vi si valutano i principi costituzionali come la libertà imprenditoriale, il pluralismo e la libertà di informazione, ma ci si perde piuttosto nelle minuzie del patchwork di leggi italiane sui media”.
    Secondo il quotidiano tedesco i giudici costituzionali e molti politici non vogliono neanche considerare il fatto che gli italiani si siano espressi con un referendum per il mantenimento dei tre canali televisivi sotto il controllo di Berlusconi”.

    Ho!..ho!..ho!

    Deve giungere dalla Germania il puffetto sulle guance dei bamboccetti: ricordate il Referendum contro le televisioni di Berlusconi?

    saluti
    Ricordate la gara per le assegnazioni delle frequenze?

    Di Stefano Europa 7: «Spenti per colpa di Rete4»
    Un provvedimento necessario
    Natalia Lombardo
    ROMA Salvate il soldato Fede, grida Berlusconi. Nessuno ne parla, ma Rete4 va in onda dal 1999 sulle frequenze che spettano a Europa7. La «tv degli invisibili», la chiama il diessino Giulietti, che ieri con una delegazione di Articolo21 è andato negli studi di
    Via di Tor Cervara, ventimila metri quadrati attrezzati, ma inerti. Francesco Di Stefano, titolare di Europa7, aspetta da anni fra un ricorso e l’altro.
    È furibondo.

    Nessuno dice «salvate Europa7 ».
    «Nessuno lo ha mai detto, purtroppo. Ma nel 99 noi abbiamo vinto e Rete4 ha perso. Ci hanno costretto a fare un ricorso insieme all’Adusbef alla Corte Costituzionale e la sentenza, ineludibile, stabilisce che entro il 31 dicembre Rete4 si deve spegnere e noi ripartiamo. Hanno messo le istituzioni sotto i piedi ma Ciampi non poteva che rispettare il dettato costituzionale della sentenza».

    La sua tv è pronta per partire?
    «Ci sono questi otto studi, la library sempre aggiornata, ma siamo fermi dal luglio ‘99».

    Quanti dipendenti ha adesso?
    «Una trentina, prima era una syndacation con un centinaio di persone. Abbiamo dovuto chiudere la sede di Milano e una a Roma».

    Che ne è stato dei dipendenti?
    «Piano piano abbiamo dovuto licenziarli ».

    Ora Berlusconi vuole salvare i mille dipendenti di Rete4...
    «È un ignobile ricatto sull’occupazione, soltanto “pro domo sua”. Rete4 non ha dipendenti, sono di Rti e Videotime, in tutto 3500, ma che lavorano quasi tutti per ogni struttura editoriale di Mediaset: per Canale5, Rete4, Italia1, Jumpy e le altre. Ci sono 40, 50 giornalisti, tutti precari, che potrebbero venire licenziati, ma Mediaset può riassorbirli. E anche noi, ripartendo, saremmo pronti ad assumerli».

    Da Fede a Di Stefano?
    «Certo, ma non solo 50, a regime assumiamo 700 persone. La concorrenza crea posti di lavoro e pluralismo, il monopolio no. Li crea anche per i censurati...».

    Assumerà Santoro e Sabina?
    «Anche i censurati e le strutture che hanno attorno, sono posti di lavoro. Sì, Santoro, Sabina Guzzanti e gli altri. E poi fare un decreto per i posti di lavoro è pericoloso. Il governo dovrebbe fare un decreto per tutti i disoccupati, se se la sente. Sono proprio dei dilettanti. Vuol dire che i dipendenti Mediaset, pur essendo pochissimi, sono particolari?».

    Cosa fa se passa il decreto e Rete4 non va sul satellite?
    «Non pensiamo che si possa fare. Stando a quello che ha scritto Ciampi è possibile solo un decreto di attuazione, non un nuovo termine: se dice entro il 31 gennaio 2004 Rete4 spegne, va anche bene. Si può accettare una transizione, loro spengono piano piano per non far traumatizzare i telespettatori, e noi cominciamo a trasmettere ».

    Se accendesse la sua tv oggi, come si vedrebbe?
    «Una televisione generalista, con film, telefilm, cartoons, intrattenimento. Un po’ più moderna e stimolante, perché la mancanza di concorrenza ha fatto addormentare la tv. E sull’informazione ci sarebbe una vera rivoluzione: molto approfondimento, ma dalla parte del cittadino e non dei partiti».

    Vuole ingaggiare Santoro?
    «Certo i migliori stanno fuori, adesso. Il problema per noi è dare voce a tutti, destra, centro e sinistra, ma l’occhio va anche agli ascolti, quindi agli interessi dei cittadini».

    Ha pensato a una novità?
    «Far vedere in Italia l’informazione degli altri paesi europei. Ci sarà una compenetrazione, collegamenti con servizi esteri. Non dico di più sennò mi copiano...».


    È vero che Tarak Ben Ammar sta cercando di trasmettere in chiaro?
    «Sembra che stia cercando di far diventare PrimaTv e EuropaTv delle reti free, con il benestare e un’autorizzazione di Gasparri. È illegale, se avverrà ci opporremo con un ricorso. E poi sembra che Sky abbia voluto vendere solo a loro, agli altri hanno detto: non trattiamo con voi. Insomma, sembra proprio che ci sia un gestore solo...».

  9. #9
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    Truffa Parmalat: e parte a sinistra la difesa automatica del sistema dei controlli mancati e del partito bancario.
    Truffa Monte Paschi, e sarà lo stesso.
    Scontro sulla tv: e la sinistra è tutta dalla parte del partito degli editori, del partito della Corte costituzionale e degli esperti.
    Il risparmio e la libertà d’informazione sono beni preziosi, le preoccupazioni sono comprensibili, ma qui non ci sono preoccupazioni, ci sono solo certezze arcigne: via gli outsider, via gli intrusi, via chi non è del giro stretto, via chi vuole riformare, via chi ridisegna i confini del potere reale.
    C’è sempre una torta che va conservata nella madia del salotto buono e spartita secondo regole prestabilite; il controllo e l’innovazione, specie se esercitati dal Parlamento e dalla politica, sono un rischio serio, addirittura un pericolo.

    Vi ricorda qualcosa? E’ la filosofia dello scalfarismo, da Eugenio Scalfari, creatore e per due decenni direttore di Repubblica, capo di quello che Bettino Craxi chiamava il “partito irresponsabile”, il partito di quelli che non rispondono agli elettori, alla democrazia e alla regola del consenso.
    Si tratta di mappe, ragnatele, rotte sempre variabili nel mare della finanza e della politica di consorteria.
    Se un socialista autonomista vuole rompere il bipolarismo comodo, quello tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista, con i broker laici al centro della scena a gestire banca e grande industria, dàgli al socialista.
    Se il populista Berlusconi respinge l’assalto dei magistrati di servizio, e impedisce che le risorse create dalla sua tv commerciale vengano rastrellate e redistribuite a piacimento dell’establishment, dàgli al populista.
    E tutto sempre in nome del pluralismo, interno ed esterno, tutto sempre con gran corredo di tecnici e grand commis de l’Etat.
    E’ un vecchio gioco della politica e della cultura italiana, che si estende con il rito dell’esclusione e della condanna sommaria agli intellettuali liberi, a chi non si piega alle diverse vulgate e non domanda accreditamenti, e che si esercita nel disprezzo antropologico per l’avversario, in una sicurezza sociale e di ruolo che fa dello scalfarismo una filosofia profondamente di destra, elitaria nel senso non della costruzione di una classe dirigente bensì del sequestro della legittimazione a governare.
    La sinistra ha contratto questo male, è avvolta in un giornale e nella sua lobby, e per questo dimentica a sue spese quel bacino di traffico popolare costituito da chi guarda la tv e da chi impiega nelle obbligazioni i suoi risparmi.
    Per questo quando si vota è messa maluccio, anzi male.

    saluti

  10. #10
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    Regolarmente e rigorosamente anonimo...

    Il livello di spudoratezza continua a crescere.

 

 
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