http://www.ilfoglio.it/pdf/24122003_2.pdf
Saluti a tutti. Per chi non lo sapesse, ieri
è stata la prima notte di Hanukah.
Abbiamo acceso la menorah nel Palazzo
Repubblicano di Saddam Hussein. Quanto
mi sarebbe piaciuto scattare delle fotografie
e inviargliele, dovunque si trovi in questo
momento. Gli spedirei anche una foto
con un enorme busto di Saddam recentemente
rimosso dal tetto del palazzo. Il busto
era stato lasciato nel prato, insieme ad
altri tre altrettanto enormi. Il giorno dopo,
abbiamo trovato sulla fronte di uno dei busti
un biglietto con questa scritta: “non pisciare”.
Ma torniamo alla nostra celebrazione.
Eravamo in sei: due soldati, due civili,
e io; c’era anche il cappellano del luogo,
che è cristiano, ma voleva assistere a
questo evento storico: la prima accensione
della menorah nel Palazzo Repubblicano
di Saddam. Dato che ero la sola donna presente,
mi è stato chiesto di accendere le
candele dello Shabbat. Sono stata colta da
una profonda commozione, e quasi non riuscivo
a farcela. Accendere le candele dello
Shabbat in questo luogo, nella sede del
potere di un uomo che ha cercato di distruggerci
in tutti i modi. Ho pensato alla
storia dell’Hanukah, a come i Maccabei e i
loro seguaci si rifiutarono di scendere a
compromessi sulle loro credenze, a come
sconfissero l’esercito di Antioco e a come
riconsacrarono il Tempio, facendo durare
per otto giorni l’olio sufficiente per uno solo.
Mi sono resa conto che, in un certo senso,
anche noi stiamo riconsacrando questo
luogo. Ciò che un tempo era la sede del male
è ora il centro della speranza e della lode
a Dio. La menorah che usiamo è splendida:
è un dono offerto alla Autorità Provvisoria
della Coalizione da un artista
ebreo-iracheno che vive a New York. Tutti
i candelabri hanno forma di melograno, un
simbolo di fertilità, per portare crescita e
nuova vita a questo paese.
Ho anche pensato al miracolo dell’Hanukah,
alla lampada rimasta accesa per otto
giorni con la stessa quantità di olio, fino
a quando se ne trovò dell’altro. Ecco ciò di
cui questo paese ha bisogno: certamente
non di petr-olio(!), bensì di un miracolo come
quello. Anche se ci sono risorse limitate,
non riesco a credere che non ci sia veramente
nulla da fare.
Ci sono così tante persone qui pronte a
qualsiasi sacrificio, dai giovani soldati ai
traduttori che rischiano di essere riconosciuti,
agli uomini già ritiratisi dal servizio
militare che si offrono volontari come civili
per dare il contributo della loro esperienza.
Poi ci sono tutte le persone in patria
che pregano per noi e ci inviano i loro
calorosi auguri e rifornimenti di cibo. Insomma,
ciò che voglio dire è che qui stanno
avvenendo ottime cose, e io non vedo alcun
motivo per smettere di lottare. E’ tardi,
e ora vado a dormire.
Amore e buone vacanze a tutti!
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