Il settimanale cattolico di Genova
COMUNITÀ DIOCESANA

I sottofondi del laicismo

Si fa un gran parlare di Stato laico e se ne tessono le lodi quasi fosse il
prodotto della civiltà più avanzata e del progresso figlio della modernità
più avveniristica. A prima vista si direbbe che i laicisti sono gente
evoluta, prestigiosa, dotata di superiori qualità e degna d'alta
considerazione, ma a ben pensarci starei un po' attento ad eccedere negli
elogi perché in casi come questo è facile scambiare le lucciole per
lanterne. E mi spiego. Proclamarsi apostoli della libertà è cosa giusta e
lodevole, ma è ancor più giusto e urgente decidere cosa s'intende per
libertà. C'è chi ritiene che libertà significhi capacità di scegliere tra
bene e male oppure diritto dell'individuo di perseguire senza limiti o
remore di sorta i propri interessi e i propri tornaconti. C'è pure chi
considera libertà la pretesa di considerarsi immune da obblighi nei
confronti degli altri e più propriamente del resto dell'umana società. Al
fondo di queste interpretazioni non è difficile scoprire il convincimento
secondo il quale l'individuo non è parte di un tutto a lui antecedente,
bensì l'autonomo artefice del proprio destino e il creatore del mondo in cui
ha deciso di situarsi. Lo Stato laico, gran promotore del concetto di
libertà illimitata ha come sottofondo l'individualismo egoistico basato
sulla presunzione che ognuno ha il diritto di decidere ciò che è giusto e
ciò che è sbagliato in stretto riferimento ai propri interessi. A ben
pensarci tutto ciò non mi sembra essere segno di grande civiltà e neppure
sintomo di vera grandezza. Si tratta piuttosto della grandezza molto simile
a quella della rana d'Esopo che è miseramente scoppiata allorché pretese
darsi le dimensioni del bue. I sostenitori dello Stato laico considerano
invadente la Chiesa cattolica e giudicano inopportuna e testarda la sua
fermezza nel ricordare che il diritto del nascituro di conoscere, a suo
tempo, chi è suo padre e sua madre sopravanza quello dell'uomo o della donna
di avere un figlio come che sia. Il padre e la madre non sono proprietari
del figlio e, come tali, autorizzati a farne uso come di un qualsiasi bene
di consumo, ma i suoi procreatori cioè gli strumenti di cui Dio si serve per
dare la vita ad una persona umana che non può essere proprietà di
chicchessia. Il diritto di un figlio minore di crescere con padre e madre
sotto un unico tetto precede e sopravanza il diritto di un uomo e di una
donna di rinnegare quel patto di fedeltà cui si sono legati "finché morte
non li sleghi". Chi procrea non crea e pertanto non ha il potere di
sopprimere il frutto del concepimento mentre sta formandosi nel seno
materno. Può accadere che qualche madre per disperazione o per altro
devastante stato d'animo abortisca, e se lo fa potrà essere perdonata, ma
non si potrà mai dire che ha fatto bene a farlo. Sostenere la necessità di
questi vincoli non mi pare sia lesivo della libertà dell'uomo, ma piuttosto
un doveroso ammonimento a lui rivolto perché non si illuda d'essere creatore
di Dio, bensì sua creatura.